• Dic
    02
    2014

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Warner Music Group

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Still number one! One! One!”, a detta di Method Man. E’ questo l’hook di Ruckus in B Minor, co-prodotto da Rick Rubin e RZA, e pezzo d’apertura di A Better Tomorrow. Un verso che spiega cosa questo sesto album pretenda di essere, come il collettivo vorrebbe fosse letto e cosa in realtà è. Il titolo richiama un omonimo pezzo di Wu-Tang Forever, e il gruppo di New York, che, in sintesi, ha rappresentato il vertice del fermento della scena East Coast americana dalla metà alla fine degli anni ’90, ha rivalutato l’ipotesi di un disco assieme, a sette anni da 8 Diagrams e a venti (o poco più) dalla pubblicazione del debutto Enter the Wu-Tang (36 Chambers).

Arrivando al punto: sarebbe lecito considerare il qui presente disco un risultato non felice o un album frutto di sforzi individuali più che collettivi, anche alla luce della disputa tra Raekwon e RZA, precedente alla sua uscita, ma le responsabilità non vanno imputate al solo RZA, ovvero il più convinto fautore di questo ritorno. La produzione mutua alcuni spunti dal Adrian Younge di Twelve Reasons to Die, decimo album di Ghostface Killah, ma pecca in convinzione, dunque in definizione: le batterie suonano monotone, i sample inseguono un’idea di suono altrui afferrandola spesso per i soli bordi e il flow alternato di Inspectah Deck, Method Man, U-God, Cappadonna, GZA, Raekwon, RZA, Masta Killa e dello stesso Ghostface Killah si risolve quasi sempre in una stanca processione.

Sul singolo Keep Watch, la materia, a tratti alterni e hook a parte, riprende vigore, ma è merito soprattutto della produzione rigida di Mathematics, che ispira buoni propositi in Method Man: non sarebbe stata una pessima idea affidargli l’intera produzione; del resto sono ragionamenti a posteriori, come è altrettanto vero che lo stesso Adrian Younge non riesce qui a far rivivere il vibe della sua produzione in solo, contribuendo con RZA in Crushed Egos al decadimento generale.

E’ imbarazzante scrivere oggi che il Wu-Tang Clan di un pezzo come Miracle, vent’anni fa, rappresentava l’hardcore-rap newyorkese. Due brani storici come Method Man o Bring Da Ruckus sono una testimonianza tra le tante per ricordare il fervore passato, rievocato anche da Drake di recente con la sua Wu-Tang Forever, dichiarazione d’amore per la crew contenuta nell’album Nothing Was The Same (il sample del pezzo era da It’s Yourz). Il taglio sporco e crudo dei beat di RZA, del resto, si è perduto tempo fa con la svolta digitale-orchestrale di Bobby Digital in Stereo (il debutto in solo del 1998), così la possibilità di restaurare il mordente hardcore, morta per overdose di cocaina il 13 novembre del 2004 con Ol’ Dirty Bastard.

Di fatto, nel 2014 il Wu-Tang Clan è una versione morbida e digeribile da tutti i palati, poco importa se il collettivo risulta una parodia dei The Roots (di cui ricordiamo la collaborazione con John Legend e Melanie Fiona). Il peccato lo commette chi si professa tradito nelle aspettative dinnanzi a un collettivo, a ben vedere, senza vie di fuga dal 2001. Scampano al naufragio: Necklace, Pioneer The Frontier, Never Let Go o la già citata Ruckus in B Minor, ma si tratta pur sempre di un’operazione di marketing o di quel conscious-rap disconosciuto da Common in Nobody Smiling. In ritardo sul presente, disarmonico, il Wu-Tang Clan ha perso compattezza e quegli stimoli che più o meno sono stati gli stessi per due quarti della carriera.

8 Dicembre 2014
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