• feb
    01
    2002

Album

5 Rue Christine

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Più che la promessa enunciata dal titolo, il mantenimento di quelle aspettative sbocciate attorno al precedente Knife Play e poi rinfocolate dal successivo ep Chapel Of The Chimes. Per farlo, la band capitanata dal cantante e strumentista Jamie Stewart spoglia l’impianto fin quasi a mostrare il bianco delle ossa, perseguendo con fermezza un minimalismo saturo di minuscoli richiami e perturbazioni repentine (vedi gli inneschi robotici sulla calma relativa di Apistat Commander, destinata a deflagrare come stupendo incubo post-wave), talora avviando terroristici tour de force (l’intrattabile Pink City, mitragliate e scelleratezze tra il Bowie berlinese, Faust e Clock DVA), talaltra trattenendo semplicemente il respiro fino a soffocare palpitanti embrioni pop (la trance apatica e tormentata di Sad Redux-O-Grapher, come un orgasmo tetro di Bjork chiosato da gelidi cloni di viole).

Prende un senso di deliquio ascoltando questo pulsare isterico, risucchiati in una psicosi morbida addestrata tanto alle crudeltà del vivere quanto all’inesplicabile tormento della appresentazione, alla ricerca costante di un percorso inaudito tra sussurri ascetici di stampo Mark Hollis, apocalittiche visioni stile Suicide e drammaturgie nevrasteniche alla maniera di Peter Murphy.

Una colonna sonora letale per questi giorni pieni di orrore ipermoderno, che ci lascia da par suo sospesi nello iato senza risposte tra sintetico e reale (la guerra “finta”, la guerra “vera”…), che ci esorta a sospendere ogni giudizio sull'orlo di un’evidenza crudele e folgorante. Insomma, viene un po’ voglia di mettere questo disco da parte per tempi meno equivoci e cupi, ma significherebbe fargli e farsi un torto: è infatti ascolto necessario, catartico, capace di stuzzicare con piglio tremebondo (l'incubo ad occhi aperti di Blacks, che è come se i Pixies fossero precipitati in un ossario contaminato da radiazioni Cabaret Voltaire, o il folk gambizzato dell'iniziale Sad Pony Guerrilla Girl, con stranianti incursioni di campanelli e demoni sintetici, e quella voce che s'intreccia nella propria sordida eco), pieno di ritrosie e chiusure (vi basti la rabbrividente Walnut House, oppure una Fast Car che della versione di Tracy Chapman conserva appena un'impronta, posandosi fredda sull'anima – pennate nude su un mandolino, bava di harmonium, la voce che è alito di malanimo, vaghi e indecifrabili accidenti ritmici) per poi scattare lungo beccheggianti traiettorie di riverbero e vaticinio (vedi il tropical-glitch cibernetico della magnifica 20,000 Deaths For Eidelyn Gonzales…) o struggenti planate sul pelo del dolore (la sensazionale Brooklyn Dodgers, melodia sepolta sotto stratificazioni cacofoniche, campane in sordida dissonanza e improvvise isterie ritmiche compongono un impasto lancinante che mi ricorda tanto l’incubo anti-moderno del miglior Peter Gabriel quanto la sistematica giustapposizione dei My Bloody Valentine, con un pensierino – perché no? – all'egregio Marco Parente di Testa Dì Cuore).

Chiudere il programma con Ian Curtis Wishlistsembra oggettivamente l’opzione più sensata, un po’ esplicito omaggio a cotanto nume ispiratore ma soprattutto decisivo taglio della tela, recitazione nevrastenica immersa in uno scenario d’ombre e cascami iridescenti, tra solenni synth che d’improvviso decollano in elettroshock cosmico intanto che la voce perde fisionomia rifugiandosi in una finzione segmentata, distorta, cinematograficamente nera: confessione d’artista ai limiti del sostenibile, con in mano il cuore pulsante di un incubo appena strangolato.

1 Febbraio 2003
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