• feb
    04
    2014

Album

Polyvinyl Records

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Da quanto tempo gli Xiu Xiu hanno smesso di sembrare cruciali? Almeno da A Promise, ovvero undici anni esatti. Con quel disco Jamie Stewart portò a compimento una calligrafia fatta di collassi emotivi, devastazione esistenziale, languida perdizione e vampe perniciose. Coi lavori successivi abbiamo avvertito nitida la sensazione che di quella calligrafia facesse un bozzolo, una cella in cui dibattersi per esorcizzare demoni che solo lui poteva vedere con chiarezza. Un attimo prima sembrava la cosa più sconvolgente ascoltata da anni, poi di colpo l’entità Xiu Xiu divenne un teatrino di nevrastenia piuttosto autoreferenziale, una psicosi in loop che a metterci piede sentivi salirti al collo un principio di claustrofobia insopportabile.

Sembrava proprio che si stesse fottendo con le proprie mani, crogiolandosi in un cul-de-sac suicida. Tuttavia Jamie ha tirato dritto, continuando a rimuginare ossessioni dark wave e industrial, abbaiando al lato scuro della luna e nel ventre nero del cuore di tutti come se fosse l’unico modo di manifestarsi. E ha avuto ragione. Dopo il tutto sommato apprezzabile Always di due anni fa, ha deciso di darsi una scossa, si è trasferito a Los Angeles dove ovviamente ha sceso qualche altro gradino verso l’inferno. Quindi, chiamato a dare una mano il producer John Congleton (uno che ha lavorato con mezzo mondo, da Smog a St. Vincent, da Jens Lekman a The Walkmen…), ha racchiuso dodici pezzi tra due camere di decompressione al rumor bianco (Angel Guts: e :Red Classroom, titoli presi a prestito da un film erotico giapponese), fuori il mondo esterno, dentro gli incubi tumultuosi che di quel mondo sono il riflesso sanguinoso.

Ed eccoci al nuovo lavoro, il nono: una parata di mostriciattoli lancinanti che impazzano tra Suicide (soprattutto in Cinthya’s Unisex) e Einstürzende Neubauten (The Silver Platter), tra Joy Division (nelle iperboli epiche di Botanica De Los Angeles e nel frullato di angosce New Life Immigration) ed il primo Gabriel solista (Archie’s Fades), rammentando talora per impeto e ferocia il Cave periodo The Birthday Party (sentitevi A Knife In The Sun). Sempre con quella voce e quel modo di usarla che t’inchioda. Niente leggerezza, né assoluzioni o scappatoie. E’ solo e sempre lui, Mr. Jamie Stewart, sia che scampani rumba crepuscolare (Bitter Melon) o che s’impiastricci tra giocolerie electro (Lawrence Liquors, dove un corettino da villaggio turistico diventa ferita letale), che sgasi soul malsano (nel groove torbido di Black Dick) oppure che squittisca come un alieno che ti ha appena squarciato il petto (Adult Friends).

Non è più sconvolgente come quando ci aggredì nei primi anni del nuovo secolo, ma ha ancora una sua ragione d’essere precisa. Tocca solo essere disposti ad accettarlo.

3 Febbraio 2014
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Xiu Xiu

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