• lug
    01
    2005

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Acuarela Discos

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James Stewart ostenta la benedizione e la prigionia del feticcioXiu Xiu: vale a dire, il massimo dell’auto-referenzialità proprioquando la calligrafia espressiva azzecca la massima definizione. Unrischio prevedibile, del resto, da mettere in conto quando ciò checonta è l’intransigenza della propria visione. Il gentile pubblico siadegui: queste undici tracce sono ancora una disanima d’angoscia enevrastenia, sono segni scolpiti sul fusto d’un dolore irredimibile chesa farsi beffa e capriola giusto un attimo prima di riprendere asanguinare.

James è livido e splendente, ligneoe febbrile, contorto ed etereo. E’ se stesso il proprio feticcio, illimite del campo d’indagine, il luogo nel quale insiste/esiste lacrudele concomitanza di norme e (mis)fatti.

Insé – anzi nel proprio manifestarsi “musicale – Stewart sperimenta ladifficoltà d’essere (principalmente se stesso): per questo ogni canzonesembra sottrarsi, come se volesse rappresentare anche il non-essere diquesta esistenza (come la lenta progressione di nebbie – archi, synth,harmonium – e brandelli di voce di Rose of Sharon). Romanze di disperazione dunque, fosche iridescenze, eteree instabilità: come l’iniziale Clover,stopposa, rada, più complessa di quel che sembra con tutta quella tramae sottotrama di glockenspiel, contrabbasso, inserti d’organo e mugliaresintetico come l’incombere di una dimensione accanto.

Poi il viceversa, l’alter ego febbrile, l’incontrollabileservo/artefice di schizoidi armature sintetiche: la cruda quietedevastata di Baby captain, le folate spioventi di rumore bianco e isussurri placidi di Muppet face (tra allure danzereccia e invettiveechoizzate, come un incidente al trivio tra Bjork, Depeche Mode e The Books), gli Smiths androidi di Bog people, gli squarci, le sovrapposizioni, le iridescenzealgide e pulsanti di Mousey toy. Nulla di nuovo, quindi. Ma al meglio.

Come massimamente accade in quella specie di industrial/psych cherisponde al nome di Saturn, con l’harmonium e i tamburelli adottemperare il ruolo di fattore umano laddove una voce scarnificata nonvuole. E che in Ale tenta di abbozzare la teatralità astratta eangosciosa di certo Cage, per non dire della processione fosca – un rituale pagano scorticato da sibili cibernetici – di Yellow raspberryin chiusura di scaletta. Non riesce, non sa, il nostro caro Stewart,rompere il cerchio della propria ossessione. Ci rifila il solitolancinante brodo, ci dimostra una volta ancora la straordinaria abilitàe naturalezza nello stemperare influenze apparentemente lontane e pococonciliabili, come la disarticolazione ipnotica dei Talk Talk, l’angoscia lievitante del Bowie “eniano” e i Floyd più eterei in Dangerous You Shouldn’t Be Here. Il gioco mostra la corda, ma la corda è ancora tesa.

1 Luglio 2005
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