• Mag
    01
    2005

Classic

Xeng

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Ad ingannare l’attesa per l’imminente nuova collezione d’inediti, la forlivese Xeng Records licenzia questa preziosa testimonianza di un tour in solitario di Jamie Stewart, il ragazzo che ha sconvolto la quieta scelleratezza del rock alternativo a furia di scorribande sotto l’egida Xiu Xiu. Il titolo Life and live dice molto sul contenuto del manufatto: musica ad altezza d’uomo, musica che cammina e si muove tra rumori di strade e palchi sperduti e borbottii di altre vite, vita che vive nel medesimo istante in cui sboccia la musica di Jamie, musica suonata che racconta – che è – vita di un artista tra i più compromessi col proprio stesso gesto espressivo, tanto da sembrarvi del tutto identificato. Su quei palchi del nordamerica verso la fine del 2003, il ragazzo tirava a spolpare le ombre e gli scheletri, le fobie e i tormenti. La chitarra, un harmonium, la voce, solo un pizzico di elettronica. Quanto occorre per rendere diafana l’irrequietezza, scorrere sul rumore di fondo come una goccia di condensa sul vetro.

Quasi del tutto scomparsi quindi i deliri tribal/industriali – con l’unica eccezione di una breve, lancinante Jennifer Lopez – il programma dipana folk rappresi, nudi, frementi, costantemente in bilico tra dolore e trepidazione. É così per la prima delle due versioni di I broke up (quasi un Cat Stevens scarnificato), per la tenue misticanza di gelo e tepore di Helsabot (il microfono infilato nel cuore), per i fruscii di corde e d’anima dell’iniziale 20000 Deaths For Eidelyn Gonzales, 20000 Deaths For Jamie Peterson (quasi una sinopia soul) e per l’afflitta levità di Dr. Troll (un delirio sospeso che sarebbe piaciuto a Jeff Buckley e – forse – a Nick Drake). Una sorprendente implosione quindi, un rannicchiarsi al coperto, chiudere le imposte e mormorare le più atroci confessioni. Come se la delicatezza potesse redimerle. Come se la fragilità potesse affilarle. Come se dovessero penetrare ancora più in profondità, pietose e inesorabili. A guardar bene è ancora l’antica lezione di Mark Hollis, del quale puoi scorgere il profilo in Sad Redux-O-Grapher (che suona come un improbabile duetto con Jason Molina) e ancor più nel marmoreo tremolio à la Nico di King Earth, King Earth.

C’è spazio anche per i consueti squarci di nevrastenia, come in Sad Pony Guerilla Girl e nella seconda versione di I broke up, quella che – diafana e tesa come una glassa tossica – chiude la scaletta. Ma il sapore dominante è in definitiva il lato angelico di Jamie, un angelo malato che gratta la pancia al dolore, che agita irrequietezza sotto la superficie, che doma il segno e la frenesia al punto da sembrare un John Martyn o un Terry Callier buttati in un vicolo piscioso (Clover), per non tacere del viluppo di contrabbasso, viola e voce di Nieces Pieces, il cui fosco intruglio di classicità e decadenza, di languore e disincanto è l’autentico, sorprendente gioiello del programma.

Disco interlocutorio, se volete, ma solo se volete. In realtà non c’è un titolo evitabile, ad oggi, nella discografia del bislacco giovanotto statunitense.

1 Maggio 2005
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