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Ristampe rispettivamente dell’EP uscito il primo aprile ’85 e dell’LP uscito nell’agosto ’87 per Virgin a nome The Dukes of Stratosphear. E cioè gli XTC in trip da gas esilarante concentrati a parodiare-omaggiare-ricreare, in una parola, giocare con le loro radici Sixties: pop psichedelico, con la testa alle armonie vocali dei Beach Boys, al primissimo Bowie, a Byrds, Pink Floyd, Kinks, Pretty Things, ma soprattutto ai Beatles del Sgt. Pepper’s. Divertentissimo giocare ad orecchiare la citazione, il riferimento, la strizzatina d’occhio. Con il sorriso stampato in faccia, tanto ironico, quanto nostalgico.

Operazione piacevolissima, leggera nel senso migliore, deliziosa fin dal nome pomposissimo scelto per il gruppo (e ripescato dai primordi in cantina degli XTC), agli pseudonimi ancora più pomposi adottati dai musicisti (Dave Gregory su tutti, col bellissimo Lord Cornelius Plum), agli artwork, ai testi (ad un tempo ingenui e maliziosi). Operazione quindi anche studiatissima, si direbbe di filologia non pedante, di ricostruzione di un suono e di un immaginario, quello appunto soft-psych di fine anni Sessanta, tanto basilare per i nostri (e un po’ per tutti). Materiali frizzanti e speziati in perfetta continuità con la carriera XTC, come dimostra quella Big Day pensata per 25 O’Clock ma finita poi su Skylarking.

Tutti i pezzi hanno il loro perché, e alcuni sono gioielli assoluti. Ristampe con versioni demo, qualche inedito (pezzi registrati ma mai pubblicati), rarità (come la Open a Can già su una compilation del 2003) e un video ciascuna.

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