• Ott
    01
    2013

Album

Fat Possum

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“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista” diceva qualcuno; pochi, però, hanno visto trasformare questo luogo comune in un’infausta realtà quanto gli Yuck. Solo due anni fa i londinesi guidati da Daniel Blumberg erano sulla bocca di tutti, merito di uno dei dischi di debutto più efficaci di quell’anno e di una manciata di veri e propri indie-anthem (Georgia, Get Away e Holing Out) divenuti con il tempo piccoli classici del genere. Quel gruppo profondamente influenzato dalla scena americana indie-alt fine anni Ottanta/inizio anni Novanta (dai Pavement ai Dinosaur Jr.) sembra essere oggi solo un lontano, quanto gradevole, ricordo.

Il leader Daniel Blumberg ha infatti deciso di abbandonare la causa per liberare la propria indole lazy-druggy nel suo nuovo progetto Hebronix, lasciando a Max Bloom il compito di sostituirlo dietro al microfono. Una seconda fase lanciata dal singolo Rebirth – un titolo che è tutto un programma – che si concretizza oggi con l’undici tracce Glow & Behold. Fortunatamente Max Bloom si ri-conferma nel ruolo di anima del gruppo (erano sue le felici intuizioni chitarristiche dell’esordio) prendendo le redini di un processo creativo che in parte ha smesso di guardare verso gli USA, prediligendo sonorità proprie della terra d’Albione. Un cambio di direzione che dal timbro vocale – piuttosto nasale – arriva fino ad una impronta stilistica completamente – o quasi – rimodellata. Dai Beatles rivisitati nel compromesso pop/rock mid ’90 (la titletrack e How Does It Feel), al classicismo – un po’ stucchevole – di Nothing New, supportato in più occasioni da un intensivo utilizzo di fiati dal retrogusto sixties (Lose My Breath).

Si intercettano influenze pop-gaze nell’ottima Rebirth, la quale centra il bersaglio grazie ad una serie di melodie armoniose, e in Out Of Time, costruita attorno ad un piacevole arpeggio che sfocia in una distorsione gazey nel chorus. Inoltre la malinconia, che nell’esordio assumeva connotazioni nostalgiche e vagamente slacker, qui dialoga maggiormente con l’onirico – i tre minuti strumentali di Twilight In Maple Shade (Chinese Cymbals) – e il romantico. Nasce così il sadness-dreampop di Somewhere, che culla e raggiunge l’apice a metà brano quando, giocando di sottrazione, si svuota del feedback di chitarra lasciando l’ascoltatore spaesato e affascinato. In questo senso Memorial Fields è sua sorella minore col suo mood fluttuante.

Bloom torna sui propri passi solo nell’overdrive del piglio college-rock di Middle Sea, un brano che poteva tranquillamente appartenere al debutto (se non fosse per gli onnipresenti fiati), ma è solo un diversivo all’interno di un’opera seconda che ha i tratti somatici di un’opera prima. Certo, i sentori di un progetto destinato a dissolversi ci sono tutti…

3 Ottobre 2013
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