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Dopo il giallo ottimista di Good Will Come to You (2017) e il blu notte contemplativo di The Same But By Different Means (2019), il terzo album del cantautore indie pop canadese Jean-Sébastien Audet (in arte Yves Jarvis) si colora in copertina di verde, a evocare bucolici e selvaggi scenari collinari in linea con le arie campestri e fiabesche di queste 10 nuove tracce i cui pigmenti si sciolgono in un mix ipnotico e sospeso che trae ispirazione dalle fonti più disparate.

E sì che la libertà del caso pare solo anelata, in quanto il personaggio ritratto sulla cover (che poi, se non ci sbagliamo, ha le fattezze dello stesso autore del disco), il mondo là fuori può vederlo solo “a scacchi”. E allora il ventiquattrenne di Montreal glielo canta con piglio quanto più lenitivo facendo appello a un immaginario incantato, esotico, sognante, sussurrato, come farebbe un angelo consolatore delle anime dei detenuti. Ma si rivolge anche a noi, perché in fondo siamo tutti un po’ prigionieri delle gabbie che ci siamo costruiti. E allora tanto vale evadere, fin dove si può, anche solo con l’immaginazione.

Eccoci quindi partire dalle acquitrinose sponde di uno stagno (Epitome) da cui fuoriescono graziose ranocchiette che invadono i prati circostanti spargendo, al posto di urticanti gracidii, il fatato verbo prog (che si fa carne anche in Notch In Your Belt) di Yes e Genesis condito con le arie ambient del Brian Eno rurale della seconda metà di Before And After Science. Oppure, eccoci respirare la salubre aria d’altura con In Every Mountain, che s’inerpica su un dolcissimo arpeggio di chitarra contrappuntato da un cantato etereo e da un ritmo uptempo sostenuto da delicate percussioni e intramezzato da varie pause, come a riprendere fiato di tanto in tanto durante la scalata. For Props, uno dei due singoli di lancio insieme a Victim, è invece puro pop d’antan rigato di venature folk e soul percorse da reminiscenze che rimandano addirittura ai R.E.M. rugiadosi di Murmur.

Il quadro d’insieme ha contorni sfumati, dilatati, benché luminosi. Il cantato spesso è quasi sussurrato fino a trasformarsi, a tratti, in soffice spoken word. Un ascolto “da compagnia” che però quando vuole sa imporsi come unico protagonista degradando il resto a sterile brusio. Perché di bello ha questo, Yves Jarvis: la personalità, oltre alla capacità – come detto – di saper trattare i colori. Pertanto non deve stupire se riesce a non combinare papocchi intingendo il pennello anche nel secchio di un Bon Iver schiarito da tonalità soft di effetto Bee Gees (la succitata Victim); oppure se la sua palette comprende anche gradazioni etno/tribali a mo’ di versione pastorale degli Animal Collective (Semula); o ancora, se si permette di giocare coi suoni creando collage appena meno “fotografici” (Ambrosia, Emerald); e infine, se in chiusura di lavoro si lascia aperto un pertugio (Fact Almighty) per esplorare territori R&B. Magari sarà questa, la sua prossima fuga.

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