• Set
    02
    2014

Album

Temporary Residence

Add to Flipboard Magazine.

Due anni dopo il buon album omonimo – più che un esordio, una sorta di second coming dopo l’eutanasia dei The Books – torna a farsi vivo Nick Zammuto assieme alla sua band (il fratello Mikey al basso, Sean Dixon alla batteria ed il polistrumentista Nick Oddy in sostituzione del dimissionario Gene Back). Di nuovo non c’è molto, ma quel poco è importante: ferma restando l’impronta del metodo, ovvero quel riarticolare moduli sonori predefiniti in combinazioni ingegneristiche, c’è una più marcata disposizione da band appunto, una voglia di manufatto che innerva le strutture ritmiche e si irradia nei riff, conferendo ai pezzi una vena di traslucida e umanissima frenesia.

Se l’impronta genetica della tradizione è meno palpabile rispetto a quanto non fosse nei The Books – qui però esplicitamente omaggiata nel rifacimento di Henry Lee, come uscirebbe da uno split tra Notwist e Boards Of Canada – d’altro canto c’è un più evidente senso della canzone, che in molti casi sembra persino ammiccare forme radiofoniche. Vedi l’atmosferica Good Graces col suo procedere felpato downtempo e l’elevazione luminosa Sufjan Stevens, il soul imbronciato con tastierine pastello e (pseudo) violini di Your Time, oppure gli incalzanti rigurgiti 80s di IO (riff segmentato e piglio da rock sintetico tipo il Glenn Frey di The Heat Is On, con l’Herbie Hancock futurista alle calcagna).

Resta pur sempre l’attitudine per gli esperimenti in vitro, incastri e sovrapposizioni che perseguono un’ebbrezza di nervi e sinapsi prima che ventrale: è il caso di Sinker, con le sincopi secche e la malinconia cerebrale in un crescendo d’irrequietezza elettrica, così come della compenetrazione tra solennità etnica Peter Gabriel, pennellate di chitarra Tortoise e riff cubista di synth in Great Equator, o ancora il David Sylvian angelicato in trame ritmiche cyberjazz di Stop Counting. Il buono, ancora una volta, sta nella sua natura di intrattenimento intelligente che non rinuncia al guizzo nervoso, alla simpatia quasi diabolica per l’inconsueto. Il brutto è una certa irriducibile freddezza di base come prezzo da pagare alla metabolizzazione del digitale in una prassi creativa che ha provato a reinventare l’analogico. Non certo un’impresa facile.

7 Ottobre 2014
Leggi tutto
Precedente
Ital – Endgame Ital – Endgame
Successivo
Iceage – Plowing Into The Field Of Love Iceage – Plowing Into The Field Of Love

Altre notizie suggerite