• Ago
    20
    2013

Album

Sacred Bones

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La via per la celebrità passa anche attraverso momenti come questo Versions. In due parole, la cara Nika Roza Danilova a.k.a. Zola Jesus, ex nuova reginetta dark del sottobosco americano, a nemmeno venticinque anni sente l’urgente bisogno di ripulire ancor di più la propria immagine – e di conseguenza il proprio sound – da qualsiasi impurità che ne attesti la provenienza melmosa e lugubre.

In realtà, un paio di questi indizi rimangono: la label innanzitutto, quella Sacred Bones sempre più lanciata nell’esplorazione dell’underground più dark&wave oriented che si possa immaginare, ma incline a commistioni mainstream neanche troppo velate o scontate (vedi alla voce David Lynch o Jim Jarmusch); e poi il nome del prestigioso featuring di Versions. Quel JG Thirlwell agitatore della scena noise-industrial della prima ora con la sigla Foetus e celebrità rispettata ad ogni latitudine, come dimostrano le collaborazioni da Coil a Throbbing Gristle, passando per Nick Cave, Marc Almond, RHCP e NWW.

Complice fu, tanto per concludere il quadretto neo-radical-chic, una performance da tenersi al Guggenheim di NYC, in cui Zola Jesus invece di presentare il solito set elettronico chiese come sponda qualcuno in grado di rendere “classicamente”, per un quartetto d’archi, la sua musica già all’altezza di Conatus molto più piana e intelligibile che in passato. Quel qualcuno era Thirlwell, che riarrangiò per un quartetto alcune canzoni della Danilova (la performance è visibile nel dvd allegato all’edizione limitata dell’album, per i curiosi). Nulla di strano sotto il sole (nero), se non che archi e orchestrazioni, pur se dosate dalle sapienti mani di mr. Foetus, poco si confanno a tracce elaborate per essere ruvide e disturbanti o, come nel caso delle prove più recenti, già di per sé dotate di quel taglio cinematografico, visionario e (ehm) “classico”. Dopotutto, a ripercorrere la carriera, breve ma intensa, di Zola Jesus ci si rende conto che le asperità degli esordi, i traffici con l’oscurità di Aurora Borealis o Die Stasi, la liason nemmeno troppo dangereuse con LA Vampires del giro Not Not Fun, sono ormai un bel ricordo da quando il passaggio dal nero al bianco – vedi alla voce Conatus – si manifestò nella sua pienezza.

La Zola Jesus di oggi è ormai, e definitivamente, dopo questo lavoro, un fenomeno da (quasi) mainstream e come tale dovremmo guardarlo. Però a noi mancano quelle velleità sperimentali che ce l’avevano mostrata coraggiosa e sfrontata esordiente, e non basteranno atmosfere malinconiche rivestite da brumose accigliature dark&goth dall’orecchio sapiente di Foetus per farci contenti. Versions è un lavoro strutturalmente perfetto, sapientemente equilibrato e dalla bellezza cristallina; un lavoro rigoroso e algido come solo alcune orchestrazioni sanno essere. Però è qualcos’altro rispetto a ciò che, ostinatamente, continuiamo ad aspettarci da musiciste come la Danilova, specie se ci si sofferma sul ruolo che, giocoforza, la sua voce non proprio memorabile va ad assumere in un contesto del genere. In definitiva otto rivisitazioni (più della metà proprio dal disco precedente) e un inedito (Fall Back) di cui non si sentiva la necessità se non come lasciapassare per ciò che si diceva sopra.

30 Agosto 2013
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