• ott
    01
    2012

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Di Mark Zonda abbiamo già detto parecchie cose, soprattutto riguardo a come il suo progetto Tiny Tide abbia saputo gettare raffiche di cuore oltre gli ostacoli, facendo della necessità lo-fi una virtù, anzi una vera e propria mission poetica. Le sue canzoni sembrano schermaglie consumate sul filo teso tra ossessione e struggimento, tra devozione e desiderio, con nel mirino il pop-rock buono per l'incanto e lo stordimento. Te lo rotrovi tra le orecchie melodioso e malsano come da catalogo Sarah, discendente per difetto dalle nuances popadeliche anni Sessanta, con una neanche troppo vaga inclinazione per l'autoralità (di)storta Stephin Merritt, tanto per citare un tipetto amatissimo dal cesenate.

Il fatto che Mark all'anagrafe risulti Zondini diventa un particolare di tutto rilievo dal momento che è anche la ragione sociale di questo esordio in italiano, a significare – forse – il temporaneo abbandono della maschera, uno scarto improvviso in direzione verità. Dieci tracce che pescano dalla copiosa produzione degli ultimi anni (soprattutto del 2011) applicandovi appunto il testo in italiano, col risultato di renderle un po' più vulnerabili, quasi frastornate, vuoi per il deficit di musicalità "rockista" del nostro idioma vuoi per la sua sostanziale estraneità a quell'immaginario (musicale ed oltre) che in qualche modo la lingua inglese si porta fin dentro al DNA.

Forse è proprio questa la sfida che Zonda/Zondini ha voluto lanciare e raccogliere: dimostrare la credibilità di un pop-rock in italiano ad un tempo brusco ed evocativo, accomodante e disturbato. Pur sempre scomodando influenze sfrigolanti Brian Eno (Tua madre non lo deve sapere), euforie agrodolci XTC (Jack Jack Jack), apparizioni omeopatiche Beach Boys (Nouvelle California) eccetera. Il risultato è un carosello di limiti e miti, di desiderio che diventa contesto e velleità che sublimano in espressione. Cui il bravo Mark ci ha da un pezzo abituati.

9 ottobre 2012
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