Re-boot #4

Rieccoci al nostro giro d’Italia in cerca di cose nuove, di ruspanti proposte dal basso, di ruggenti emergenti più o meno pronti per il grande salto. Eh, sì. Ci sono nuove proposte e nuove proposte. Alcune nascono già incamiciate da un background che regala loro buona produzione, etichetta scafata e sapiente promozione. E’ il caso dei Fonokit, ovvero la nuova avventura di Marco Ancona, già leader dei salentini Bludinvidia. Così questo Amore o Purgatorio (Fondazione Sonora, 6.8/10) viene sontuosamente lanciato come “la redenzione dell’indie italiano”. Questione di slogan pubblicitari, certo. Intanto però una bella tensione sostiene le 13 tracce, emotivamente sostenute e sufficientemente scorbutiche, diciamo una post-wave innestata da qualche parte tra Afterhours e Subsonica. Nessuna redenzione, ok, ma bella personalità.

Poi ci sono quelli che ancora cercano e soprattutto si cercano, come il toscano (di Prato) Un Incoerente Come Tanti. In questo Dettagli Marginali (autoprodotto, 6.9/10) il Nostro sembra una probabile via di mezzo tra Luca Carboni e Le Luci Della Centrale Elettrica, vale a dire testi disarmanti su melodie indolenzite, una certa furia tenuta al guinzaglio tipica di chi è abituato ad usare più l’abbraccio che il pugno. Rispetto al precedente Il pianobar ai giardinetti è netto il riflusso verso la forma canzone, italianamente intesa e dignitosamente realizzata, condita dal vizio della genuinità. Bene così. E che dire di quelli che ti prendono alla sprovvista? Gente tipo Le Visioni di Cody col loro cantautorato rock strisciante e mutevole. Trattasi di band tosco-romagnola giunta al secondo lavoro con Écrasez l’Infâme! (Collapse Records, 7.2/10), album – disponibile in free download – che in sostanza deve il proprio immaginario a quanto sperimentato nei concerti-performance dello spettacolo teatrale L’infame. Raramente capita di imbattersi in una marginalità tanto ricca e intensa: vedi dove può portare l’ennesima elucubrazione di tradizioni melodiche e perturbazioni post, devozioni CSI e fregole arty pescate tra sixties e new wave. Nuovo disco in preparazione. Stiamoci attenti. E proseguiamo.

L’immaginario di Zibba e gli Almalibre è grossomodo quello di Vinicio Capossela, tra bicchieri che brindano e bande di paese, storie di strada e musica d’autore. Con in più un’attenzione particolare per quelli che del Capossela pensiero sono – o potrebbero essere – i principali referenti: il Tom Waits funk-blues di Dauntaun, il Paolo Conte di Bon Voyage, l’Ivano Fossati di L’odore dei treni, il Finardi di Quattro notti. In parole povere, ciò che serve a Una cura per il freddo (Cramps, 6.7/10) per farsi considerare dai salotti buoni del Premio Tenco, con le cinture di sicurezza ben allacciate e una velocità di crociera costante. Discorso diverso per gli emiliani Phono Emergency Tool, che già ci avevano convinti ai tempi dell’omonimo esordio e che con Get Lost (autoprodotto, 7.3/10) rinnovano la fiducia accordata loro. A dirimere i punti interrogativi dei più scettici un’esplosione di chitarre Pavement (Get Lost), stramberie in stile Robyn Hitchcock/Beck (Strange) e una vena pop che cita gli XTC mirando nel contempo a una melodia obliqua dal gusto sopraffino. Stupisce non poco vedere un gruppo con queste potenzialità non rientrare ancora nel roster di qualche etichetta lungimirante. Restiamo in attesa, convinti di un imminente mea culpa.

Stesso discorso anche per i bolognesi What Contemporary Means, che invece qualche contatto con le scene che contano devono averlo, almeno a giudicare dai ringraziamenti a Paolo Torregiani e Alessandro Scagliarini dei My Awesome Mixtape che leggiamo tra i crediti del loro Deceive Ep (autoprodotto, 7.2/10). Sia come sia, il quintetto lavora di cesello tra post-rock, jazz, math, riuscendo a suonare raffinato ed energico al tempo stesso grazie a una buona varietà nelle geometrie e a un’indole pop che ricorda, tra i tanti, i Death Cab For Cutie. Cambiamo scenario: Paolo Iafelice in cabina di regia (Pacifico, De André) e un’attitudine alla mescolanza che coinvolge una fetta del pantheon cantautorale italiano dai settanta ad oggi: gli Etnia Supersantos di Arlecchino Cinema (Adesiva Discografica, 6.5/10) impastano con perizia strumentale jazz, rocksteady, reggae, folk, dondolamenti elettroacustici e tanto funky, che in Butta la chiave risulta addirittura più credibile della recenti sbandate silvestriane. Più personalità nella scrittura e questo combo diverrà un fiero difensore della canzone(tta) con coraggio zappiano, piglio ironico, freschezza ultrapop.

E pop, ma virate su coordinate sintetiche e wave, sono anche le cinque tracce de L’amore e La Filosofia ep (6.8/10) dei MasCara. Gli U2 di Achtung Babies in Andromeda, l’alterità vocale dei primi Diaframma in Fiore del male e una buona capacità nel disegnare traiettorie rotonde su liriche cantautorali fanno dei varesini una convincente filiazione di Garbo. Ottimi quando ne Il Gesto di Ettore rivalutano i Coldplay in saliscendi crepuscolari, da rivedere nei dosaggi acustici della title-track. Ma se di azzardi pop vogliamo trattare difficile non menzionare L’Emoterapia (Grezzissimo Productions, 7.0/10) di Trivo. Sotterraneamente diffuse da due anni a queste parte, le canzoni del cantautore foggiano sono ciò che farebbe Lynch se scrivesse musica: tastierame acidamente appiccicoso ed evocativo, rumorismi in settaggio casio, urlacci e malinconie alla Daniele Brusaschetto via Beck in Ho bisogno di qualcosa di cui non ho bisogno. Tanta follia verrà premiata ricalibrandone tutte le derive eccessivamente sfilacciate, ma qui c’è molto di buono.

Ci rimettiamo in ascolto. Alla prossima.

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