LigaBruno SNC

Quando il contenitore non altera il contenuto, non vedo proprio il male dove risieda“, sostiene Dario Brunori. Al netto di velleità analitiche McLuhan – quello che “il medium è il messaggio” – potremmo senz’altro dargli ragione. Ma i fan, coloro che lo sostengono dai tempi di Vol.1, fanno fatica a digerire il “tradimento”, a concepire che l’autore di Guardia ’82 e Il giovane Mario possa aprire i mega show di Ligabue negli stadi di Roma e Milano. Però accadrà, ormai è ufficiale: il buon Lucianone nazionale ha voluto proprio la compagine del barbuto Dario come opening band. E allora apriti cielo, piovi polemica.

Domanda cruciale: la musica indie è artisticamente legittimata ad utilizzare i canali mainstream per emergere? O casomai dovrebbe perseguire una diffusione ristretta (o se preferite elitaria, dipende dal punto di vista) così da preservare la propria genuinità? E’ una diatriba che ristagna da anni senza trovare l’energia di risolversi. Ne abbiamo abbondantemente dibattuto – ad esempio in occasione dei Sanremo benedetti dalle presenze aliene (?) di Afterhours, Marlene Kuntz, Marta sui Tubi e Perturbazione – ficcando il dito nella piaga con generoso spargimento di meningi, perculandoci cordialmente l’un l’altro a mezzo social. Ragni cavati dal buco? Zero.

Prosegue Brunori: “(…) così il lamento quotidiano sulla condizione della musica italica diventa solo uno sterile autocompiacimento del nostro ego, in un’ottica elitaria e di nicchia che non m’interessa“. Comprensibile. Lineare. Se scegli di diffondere la tua musica per mestiere, è legittimo che tu voglia raggiungere una platea più vasta possibile. Il fan che ti accusa di tradire in realtà deplora il fanciullino indie che gli cova in petto, la favoletta idealizzata di te che nei cinque anni di carriera gli hai cantato quelle storie che voleva sentirsi raccontare, con modi adeguati e in contesti opportuni. Da un pulpito di sfigata purezza, diciamo. Ricollocandosi quindi su un livello che ama definirsi “alternativo”.

Se ci caliamo nei panni del fan, capiamo i motivi per cui si rammarica fino all’incazzatura, giacché è proprio grazie a questo meccanismo, se vuoi romantico e al limite puerile, che Brunori Dario si è consolidato come Brunori SAS, barba e tutto, fino al punto che persino dalle parti del Bar Mario (che immagino oggi un pizzico più patinato d’un tempo, meno briscole e più “apericene”) non hanno potuto fare a meno di notarlo. Proprio così: tra le ragioni del successo di Brunori c’è anche il trampolino della “dimensione indie”. Ma questo significa forse che ha tradito la causa? Mi sembra semmai il contrario.

Forse è arrivato il momento di vedere l’indie per quello che probabilmente è sempre stato, ovvero un crogiolo sia pure fertile di entità rampanti, perlopiù vogliose di emergere, penalizzate da un habitat sprovvisto di grandi mezzi che spinge perciò (e graziaddio) ad adottare codici espressivi peculiari, in taluni casi persino aggressivi. Il fine però resta quello: approdare al successo come compimento di un valido processo espressivo. Piaccia o non piaccia – e davvero fatico a capire i motivi per cui possa dispiacere – l’indie è (anche) il laboratorio del mainstream di domani. Un passaggio rapido – a volo d’uccello come si suol dire – sul mezzo secolo abbondante di rock ci racconta esattamente questo.

La convinzione strisciante che tende a sovrapporre indie rock e rock “di qualità” nasconde una trappola: se l’indie nasce già in un’ottica di “qualità per pochi” si condanna ad un tafazzismo mediatico non richiesto e che difatti non ha riscontri nel mondo anglosassone. L’indie non deve essere una vocazione ma una condizione (possibilmente) transitoria. La parabola dei Brunori SAS non è atipica, anzi incarna l’obiettivo di tutti (tolti i duri e puri che bontà loro non mancano mai) almeno finché la musica sarà considerata un mestiere, un modo di raggranellare reddito (col gradito corollario di popolarità). Non dovremmo incazzarci se una rock star tanto celebre quanto spompa sceglie uno dei nomi più noti dell’indie italico come apripista.

Il problema reale (come il Paese che cantavano gli Afterhours) mi sembra semmai l’esiguità degli spazi lasciati disponibili dallo showbiz musicale, monopolizzato dai soliti pochi nomi (tra cui Liga) e dalla pandemia di mediocrità talent. In questa forbice strettissima per il crogiolo indie non restano neanche le briciole. Radio e televisioni anziché allargare il ventaglio della proposta e tentare d’innescare un circolo virtuoso nuova offerta/nuova domanda, si appiattiscono sul ritorno di audience sicuro. La rete è un mezzo sì fantastico ma economicamente ancora futuribile. Il risultato è che la generazione dei nati negli anni Zero sostanzialmente non sa che esistono entità musicali chiamate Le Luci Della Centrale Elettrica, I Cani, Lo stato sociale o Brunori SAS.

Usciti dalla fanciullezza, i ragazzini si buttano sullo spaghetti hip-hop farlocco dei Fedez e dei Moreno (chiedete ad un negoziante qualsiasi) come se fosse l’unico codice per decifrare il loro quotidiano. Insomma: li stiamo perdendo. E non li recupereremo più. Di colpo diverranno adulti e si faranno bastare Radio Deejay. Intanto l’indie si sbatte nelle sue cantine, nel suo giro di club, si affaggia sui palchi dei festival. Suona bene, ingegnoso e cazzuto come non mai. Ma la gente là fuori ascolta altro. Soprattutto, paga per altro. In questo quadro, il Brunori che sale sul palco di San Siro o dello stadio Olimpico a fare il Brunori SAS – queste le sue parole: “andrò su quel palco a cantare e suonare i miei pezzi esattamente come ho sempre fatto da cinque anni in qua, praticamente ovunque, dai circoli Arci, ai live club, fino alle piazze di paese” – mi sembra cosa buona e giusta. Mi sembra una breccia.

Ben venga la premiata LigaBruno SNC.

3 Giugno 2014
3 Giugno 2014
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