Club to Club: poca luce, troppo buio

È piuttosto difficile stabilire cosa renda realmente grandioso un festival musicale: secondo la collettività, è unanime il paradigma per cui gran line up = grande festival; secondo la mia esperienza, ci sono realtà che vanno oltre questo dogma apparentemente inconfutabile, poiché oltre a disporre di mezzi tecnici ed economici che si confanno a eventi di prima fascia, hanno nel tempo raccolto i frutti di una relazione stretta tra la tangibilità della loro proposta e il riscontro del pubblico, cosa che contribuisce a definire il ruolo del suddetto evento in una vasta mappatura di situazioni coeve, ma soprattutto a costruire un’identità.

Vorrei poter parlare di Club to Club in questi termini, sebbene sia ancora presto per poterlo fare: il festival torinese è ancora a metà del guado, idealmente, e le prossime due edizioni potrebbero essere rivelatorie circa il vero status di C2C nel panorama europeo e internazionale. Sottolineo europeo, perché ormai è evidente, il festival gioca un altro campionato rispetto agli altri eventi dello stivale, e i numeri record di quest’ultima edizione ne sono la controprova. I numeri, i consensi, Aphex Twin che a detta di alcuni suoi stretti collaboratori mette su forse lo show «più importante e intenso della sua carriera». Nella settimana appena trascorsa mi è capitato di leggere alcune considerazioni a riguardo, sia sul versante (pseudo) giornalistico sia su quello dei social, e mi è parso di capire che non sempre le cose sono come appaiono dalle storie di Instagram: chi di voi si fosse fatto abbindolare dalle strabilianti riprese del set di Jamie xx o dai numerosi reportage del pantagruelico impianto visual del buon Richard D. James, non possiede forse i mezzi critici ed esperienziali per comprendere cosa sia realmente accaduto, e nemmeno il sottoscritto ve lo spiegherà per filo e per segno. Per quello ci sono i diari-reportage. Ciò che appunto mi preme sottolineare in questa sede è la discrepanza tra quello che la “realtà” virtuale lascia trapelare e la cronaca di un’esperienza vissuta con cognizione di causa.

Ad esempio, perché a detta di gente che dovrebbe possedere un certo grado di credibilità, Aphex Twin (ci risiamo) ha fatto un grande show come mai prima (neanche al Field Day dell’anno scorso), mentre alcuni se ne escono con elucubrazioni del genere, e nelle stories di molte persone ci sono lamentele sul fatto che il nuovo main stage suonava uno schifo peggio della Fiera di Bologna, con la stampa generalista in brodo di giuggiole e il turista dell’elettronica che non si è comunque annoiato? È una domanda che trova una risposta molto semplice: Club to Club sta cambiando pelle, ma noi (generico) con loro, no. L’esperienza personale racconta, a una settimana abbondante di distanza, di una situazione tutto sommato godibile e incrementata dal punto di vista dei visual e del sound design, mentre alcuni addetti ai lavori hanno sbraitato contro il sistema per conto di riviste ultra-milionarie, e si sono fatti tutti i simposi, i talk e i panel del caso; in fondo però, quello che premeva non era tanto l’esperienza, quanto le stories su Instagram e la capacità di volume di un impianto di gran lunga migliorato rispetto alle scorse edizioni. Il buon Sardo, per conto di Noisey, ha provato invece ad approfondire un aspetto prettamente culturale, srotolando un ragionamento che avrebbe avuto senso se fosse stato partorito nel 1989, in nuce allo scontro ideologico e cameratista tra due metallari in un bar di Civita Castellana, su quale fosse il migliore tra Master of Puppets e … And Justice for All. Ora, scherzi a parte, non mi sembra d’uopo spaccare il capello in quattro per una questione così capziosa: il gioco varrebbe la candela se vi fosse in atto uno svilimento totale di tutto l’impianto ideologico su cui gran parte dell’elettronica ha poggiato il proprio sederone negli ultimi trent’anni almeno, ma in ogni caso, cui prodest? Se l’uomo della strada vuole farsi il viaggio psichedelico con Riccardone, e facciamoglielo fare, anche se non ha minimamente idea di chi sia M.E.S.H. e crede che footwork sia una categoria di PornHub. Lasciamoli divertire, insomma.

Il suo articolo però mi ha dato il la per sviluppare una serie di ragionamenti circa la storia dell’identità e altri concetti. Dall’edizione 2015 alla “succursale” di Istanbul sono per forza di cose cambiate le carte in tavola, ma era fin troppo utopistico pensare che anche il pubblico cambiasse e si evolvesse di conseguenza. Questa è stata per fortuna un’edizione con un bacino d’utenza molto vasto, con pure qualche over 40 che prima faticavi a trovare (perlomeno al Lingotto), ma soprattutto un sacco di stranieri: ricordo con piacere di una coppia di newyorkesi che si era fatta ore di volo non tanto con il pretesto della vacanza romantica, ma proprio per vedere Aphex Twin, e soprattutto per l’idea, a detta loro assolutamente affascinante, che nello stesso bill il nome del suddetto campeggiasse accanto a quello di Blood Orange, per dire, o dei Beach House. Eppure pensate a quanta roba del genere possono trovare nel loro paesone, anche cose concettualmente e “visivamente” non troppo distanti da Club to Club, ma in scala decisamente maggiore (penso allo splendido Day for Night di Houston, di cui Aphex Twin era headliner giusto un paio di edizioni fa). Se avviene questo, significa che qualche giusto ragionamento è stato fatto, ma evidentemente non basta. Altre polemiche arrivano sul versante organizzativo, ca va sans dire: gli alcolici “bloccati” dopo le tre del mattino, le perquisizioni a rastrello per rimuovere tutto quello che avesse almeno due gradi di separazione da un fottuto accendino, i cani della Finanza e altre situazioni di cui, cari amici strilloni, il festival stesso non è imputabile, in quanto direttive dall’alto – se per ogni edizione sei riuscito ad ingraziarti la Giunta comunale e hai ricevuto praticamente tanti fondi quanti ne hai spesi per tirare su una lineup di livello, beh qualche compromesso dovrai pur accettarlo – e, per correttezza, dovremmo parlare proprio di leggi scritte, non di compromessi o contentini. Punto e a capo.

Sul discorso dell’identità è un po’ come giocare a mosca cieca, si va a tentoni e si prova a vedere cosa accade: l’impegno c’è sempre stato, nessun dubbio a riguardo, quindi sarà vero anche in questo frangente che è un problema prettamente di pubblico? Rievoco il caso storico degli Swans nel 2016 – sbadigli, fischi, gente visibilmente scocciata. Quest’anno c’erano gli Iceage (non meno ostici), e la gente volava. Non capisco se è un problema di pubblico (della serie: se il pubblico degli Swans era lo stesso che, per dire, l’anno dopo era lì per Liberato, allora si spiega tutto) o se è proprio un problema degli organizzatori che non riescono a capire cosa il pubblico realmente richieda. Sono più propenso ad abbracciare la prima lettura, anche perché se optassimo per la seconda, il problema sarebbe eradicato, e qui mi riallaccio alla questione sull’identità. Prendete l’esempio noto del Primavera: credo che quei ragazzacci di Barcellona abbiano tentato di prevedere quanto e come un certo bacino d’utenza (che forse almeno fino alla dipartita di ATP era lo zoccolo duro) si sarebbe incazzato come bestie leggendo Lorde e una sfilza di trapper iberici al posto dei soliti My Bloody Valentine, Vampire Weekend e Nine Inch Nails del caso – cosa che effettivamente è accaduta, ma whatev? L’ultima edizione è stata comunque una bomba, anche lì record di presenze, e la sensazione generale che da oggi in poi si respiri un’aria fresca, di slancio verso la contemporaneità.

Questo è quel processo di ricerca di cui scrivevo nell’editoriale pre-festival, è quello che effettivamente sta accadendo al Club to Club con la storia dell’avant-pop e di altre situazioni contingenti, e significa esattamente trovare una propria identità, anche a costo di far storcere un bel po’ di nasi. O forse disperderla? Della prima ragione sociale del festival non è rimasto nulla, di fatto, se non il nome (prima dovevi fisicamente spostarti di locale in locale, adesso tutto il grosso è più o meno circoscritto al perimetro del Lingotto e di un altro paio di venue – di valore assoluto, comunque), e non è forse un caso che l’uomo-copertina di questa edizione sia stato uno che per trent’anni e rotti non ha fatto altro che farsi altro da sé, nascondendosi dietro al proprio volto trasmutato, usando spesso e volentieri l’autoironia e un understatement molto brit come volano per raggiungere una fauna di ascoltatori assai eterogenea, per quanto ai tempi Scaruffi volle demonizzarlo poiché reo di trasformare le sue velleità compositive di stampo classico in mera musica da discoteca. Lui ha sempre risposto con scherzi ad arte e pungenti provocazioni, con un’attitudine smart che, appunto, abbraccia una serie di utenze differenti –  vidi il suo logo stampato per la prima volta sulla t-shirt nera di un tipo a un concerto dei Radiohead, e la primissima immagine che mi viene in mente quando si parla di lui è il dissacrante e grottesco fotomontaggio sulla cover di Windowlicker. 

Nella recente intervista per Crack Magazine, in realtà si lascia trapelare un’immagine di Richard D. James piuttosto distante dal mito chimerico senza volto e assolutamente auto-referenziale che la narrazione attorno al personaggio ha contribuito a solidificare, nonostante gli atti di forza e l’impegno profusi da preziosi collaboratori e marketer del proprio staff, da Chris Cunningham al più recente Weirdcore (anch’egli noto per la sua tendenza a mistificare la propria identità), che era con lui sul palco del Lingotto e ha preso possesso dei social di Club to Club postando i fotomontaggi di note personalità nostrane. Mossa intelligente e simbolica, tanto quanto il suo logo proiettato sulla Mole Antonelliana, controprova del fatto che la scelta dell’headliner non è stata poi fatta così a casaccio. Insomma, troppo semplice pensare: chiamo Aphex Twin e vinco a mani basse, esaurisco tutte le prevendite e strappo un sacco di biglietti in cassa. Credo fortemente che i ragazzi di C2C si siano resi conto che Aphex Twin era la scelta giusta poiché perfettamente spendibile in questo momento storico, concettualmente e narrativamente, oltre che artisticamente: le sfaccettature di cui sopra sono semplicemente la resa digitale del processo che sta portando Club to Club alla propria forma (in)compiuta, alla dissoluzione totale nell’abbracciare e unire di conseguenza ecosistemi differenti, e non necessariamente compatibili fra di loro. Se il pubblico capirà questa cosa, invece di reclamare gli Hawtin e i Villalobos del caso, allora sarà possibile pensare a un’evoluzione, a un reale progresso. Quindi forse è vero che il Club to Club c’è, che la sua maturità è appurata, che è pronto al decollo definitivo: non per noi, ma magari per un altro pubblico. Soprattutto, per se stesso.

14 novembre 2018
14 novembre 2018
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