Cosa non vogliamo sapere su David Pajo

Ciò che è successo al musicista totale (Slint, Tortoise, e tantissimo altro) David Pajo negli ultimi quattro giorni è terribilmente contemporaneo; o meglio, lucidamente rappresentativo, nel bene (la vita, la quotidianità, le leggerezze) e nel male (per alcuni, le solitudini e la morte), del mondo (socializzante) con cui scegliamo di interagire.

David Pajo, oltre a essere vittima (o carnefice, non lo sappiamo) delle vicende umane che l’hanno travolto e che motivano, secondo lui, un gesto così sconsiderato come il suicidio, è rimasto – e questo è un fatto – incagliato nella rete dei social. Scegliendo di mettere in piazza il suo dramma, raccontandolo nei minimi dettagli, quasi morbosamente, Pajo annuncia la sua morte sottoforma di memoir clinico-sentimentale – attività alquanto edificante e liberatoria, una sorta di effetto placebo postumo, gli esempi si sprecano (si va dalla canzone sanremese di Alessandro Bono alla lettera a D. di Andrè Gorz, perlomeno recentemente); un racconto devastante, vivo nei contenuti, ma in qualche modo ancor più lancinante e rappresentativo nei modi, insomma, nelle modalità con cui tutto ciò (non) è avvenuto: l’annuncio della propria morte. E soprattutto come i social network scaglionino i vari passaggi di questa odissea tragica nella psiche di un uomo, come quest’uomo usi i social network per raccontare il suo declino umano, neppure artistico (sarebbe più comprensibile).

Tralasciando la lettera – perché, dovrebbe essere chiaro, non ci riguarda – lampante è la conclusione del post con cui Pajo annuncia il suo gesto, “please send love and compassion to my parents”, segue mail cui inviare il tutto, parole, condoglianze, fiori, carezze, tutto. Mandate tutto ciò a loro perché non sono, non posso e non voglio essere io il destinatario di tutto ciò. Tutti si attivano immediatamente per impedire il gesto definitivo che non lo consegnerà alla gloria (lo è già, Pajo, glorioso) ma lo renderà ai nostri occhi più vulnerabile e fragile di quello che è realmente – ecco ciò che fanno i social network che hanno rilanciato quelle parole tragiche, vere, comprensibili: amplificano, ridicolizzano, esaltano inutilmente; famiglia, amici, perfetti sconosciuti, si muovono, chiamate il 911, messaggi, forza, coraggio. Si riesce a scongiurare il peggio, non c’è bisogno di riempire la casella di posta di David Pajo, mail che non leggerà mai.

La conferma che si è salvato arriva da una foto postata sul profilo Instagram (rieccolo) del musicista statunitense. Un lieve sorriso riaffiora, si ha la sensazione che ci sia del pentimento. Ancora una volta tutto ciò viene raccontato in diretta, pure la rassicurazione sulle sue buone condizioni di salute. Nel frattempo il post sparisce dal blog, si legge, per motivi legali.

Come siamo arrivati a questo punto? C’è chi, rimarcando il consueto “per onor di cronaca”, rivendica chiarezza sulla questione traducendo lunghi passaggi del messaggio, e chi scatta sull’attenti scegliendo il silenzio sull’intera vicenda, nonostante tutto fosse on-line, disponibile, pronto allo sciacallaggio mediatico; in sostanza, era realmente dovere di cronaca raccontare la fine di quella storia? Qual è il confine fra buon giornalismo e morbosità? Possiamo scegliere di non pubblicare/raccontare ciò che è sotto gli occhi di tutti? Sono sotto gli occhi di tutti i vari “annuncia il suicidio su Facebook”, etc, ma cosa cercano realmente gli autori di quei post? Un riconoscimento sul piano artistico? Un riconoscimento umano, umanizzante? Non è sicuramente il caso di Pajo. Allora cos’altro? Il silenzio sulla vicenda sottoforma di comprensione, di condivisione – anche solo per un attimo – di quel dolore. Anche senza conoscerne le motivazioni.

Non è richiesto nessun altro nostro coinvolgimento, soprattutto perché il coinvolgimento di chi annuncia il suicidio su Facebook è già troppo da non comprendere tutto il resto, e il resto siamo noi. Sarebbe stato bello leggere, “non conosciamo le motivazioni del suo NON gesto”. Anzi, non vogliamo conoscerle.

18 Febbraio 2015
18 Febbraio 2015
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