Il nostro DNA di Cerrone

Gentili lettori: da quando ci siamo lasciati l’ultima volta, è successo di tutto. La pandemia ha preso piede nel mondo creando un caso più unico che raro: gli anziani sono tornati grandi protagonisti. Non solo per la questione decessi, drammatica, ma anche perché a un certo punto si sono ripresi le città, fottendosene spesso delle norme sanitarie, fermandosi ai tavolini del bar dove prima giocavano a carte portandosi la grappa da casa, senza cedere un millimetro alle loro abitudini, in barba al sistema. In questo senso è il trionfo di un atteggiamento rock, un atteggiamento diciamo oltre la linea, di quel No Future che dovrebbe essere il trademark dei giovani ribelli, e invece ecco qui: i giovani a casa traumatizzati con gli ormoni a cannone a fare la vita degli anziani, i vecchietti arzilli a fare le code alla posta solo per prendere aria e tossire in collo al primo malcapitato under sessanta.

E, in effetti, spesso è proprio l’incoscienza del puro a produrre “vitalismo”, e quindi futuro. Ma molto più spesso, è la stupidità: e quest’oggi per la nostra rubrichetta geriatrica, parleremo appunto di un futuro prodotto da menti bacate. Un futuro che mai come ora profuma di limbo, di tempo cristallizzato: come una corda di funambolo ci si cammina sopra indecisi se andare avanti o indietro, mentre sotto non c’è la rete. Con le attuali premesse, affrontarlo di petto è una scommessa bella e buona: e in questo caso “il grande vecchio “ di oggi che l’ha accettata musicalmente ha un nome ben preciso, che con l’Italia c’entra alla grande.

dal videoclip ufficiale di “Supernature”

Stiamo parlando del re della disco, Cerrone. Il nome del musicista italo/francese non può essere sconosciuto a chi ama il ballo, le discoteche, il sudore e l’assembramento in pista: ha inventato un sound, è uno dei capoccia della disco mondiale, che ancora ispira più di un emulo in quello che è un perenne revival; dall’italo alla nu-disco, al glo-fi, a certe uscite vaporwave, fino alla dance più coatta, Cerrone è sempre stato un punto di riferimento. La sua hit del 1977 Supernature, riesce in un sol colpo a sintetizzare la ricerca elettronica con la disco music, infilandoci pruriti erotici, ma a differenza dell’altra premiata ditta di pionieri semi italian style di Giorgio Moroder/Donna Summer ha questa particolarità di gettare spunti “weird” che fanno la differenza. Basti pensare alla copertina di Supernature e al rispettivo video, cover da molti considerata come la peggiore di sempre: la verità è un’altra.

Cerrone è tipo il coniglio bianco di Alice: ti fa le copertine con donne nude, ma ci mette anche i mostri, usa una fotografia marcia, lo-fi, si fotografa in situazioni assurde, e quindi tutto è relativizzato dal fatto che il suo mondo è privo di contatto col reale. Lui stesso, personaggio basso di statura, pare quasi un folletto. Si pone come un “freak” che fa dei suoi limiti e dell’autoironia un tesoro inestimabile: è un figo perché lo è, punto. Ed è quello che è veramente stato, da essere re dei club mediterranèe negli esordi con i micidiali Kongas fino appunto alla hit di cui sopra, impreziosita dal testo della grande regina della wave schizzata Lene Lovich, all’epoca giovanissima e lanciata proprio da lui.

Cerrone si è vissuto tutti i migliori anni del sesso, della droga, del clubbing, bazzicando lo studio 54 con Andy Wharol e, cosa incredibile, si accorse che era diventato primo in classifica con Love in C minor, la prima grande hit del 1976, solo per caso. «Io non sapevo nulla, mi cercavano ovunque ma non riuscivano a trovarmi: avevo un nome italiano e l’etichetta era inglese: quando mi hanno detto quello che stava succedendo ero al Midem di Cannes a vendere i miei dischi. Sono andato allo stand di Billboard e ho chiesto di vedere le classifiche di quella settimana. Sono salito sul primo aereo per New York e mi sono presentato nell’ufficio della Atlantic Records dicendo: “Cerrone sono io”».

«Il grande Ahmet Ertegun mi ha fatto firmare un contratto il giorno stesso», rivela candidamente a Rolling Stone. Ma certamente non si è mai cullato sugli allori: nato con le bacchette in mano, è stato uno dei primi a missare la batteria davanti al resto degli strumenti, dandogli caratteristica di “voce” più che di semplice accompagnamento ritmico. La sua ricerca percussiva e “sequenziatrice” lo ha poi portato a contaminare sempre più la disco con l’elettronica, con i suoni latini, con la new wave (ricordiamo il suo lungimirante “Panic”, irresistibile bomba su qualsiasi pista), con i campionamenti estremi e Hi-NRG come nell’LP Where are you now? rendendo sempre più essenziale e diretto il suo linguaggio. Linguaggio che è incredibilmente melodico, armonico, ma nelle cadenze è come se la batteria fosse un pianoforte: e in un certo senso lo è, in quanto l’indipendenza delle mani è caratteristica di entrambi gli strumenti che, in fondo, sono tutti e due percussivi.

Inarrestabile, il Nostro va per i settant’anni e improvvisamente gli viene voglia di fare un disco nuovo: il suo nome è deciso ed evocativo: DNA. Esce poco prima della pandemia, diventando probabilmente una delle colonne sonore del periodo che stiamo vivendo, in quanto profetico di questo collasso generale. Il concept alla base di DNA è che noi siamo legati al mondo per ragioni di genesi, siamo legati alla natura, a tutto ciò che ci circonda, e questo slegarsi dalle nostre radici sta spappolando tutto: in sé un concept apparentemente ingenuo, almeno prima che il disastro palese ci dicesse il contrario. Sembra quindi proprio un viaggio musicale nelle radici non solo del cosmo, ma proprio della musica di Cerrone e della dance in generale.

In questo lavoro Cerrone cesella ogni angolo dell’album come una storia della disco che si muove in una realtà parallela, in una sorta di ritorno al futuro. In laboratorio è come se individuasse il vaccino contro la morte del genere: in meno di cinquanta minuti fa un bignami di quello che è la musica da ballo attuale, controllando le cartelle cliniche di ciascun micro genere: disco space, disco rock, latin disco, elettro disco, cosmic disco, nu disco. Trovate tutto in quest’analisi del sangue a cielo aperto, fatta per rafforzare ancora una volta di più lo stile: che in effetti, è duro a morire. Ma c’è dell’altro: Cerrone scrive questo disco proprio in un momento particolare della sua vita. Quando si scopre DJ. Ecco, altra caratteristica di queste vecchie glorie (tra i quali ricordiamo l’amico “rivale” Giorgio Moroder, già citato sopra) è quella di sperimentare con la possibilità del missaggio, incitati addirittura da quelli che sono in pratica i loro allievi come ad esempio, in questo caso, David Guetta.

L’umiltà è una delle caratteristiche di Cerrone, che parte per gioco dietro la consolle seguendo i consigli degli amici e poi si ritrova a suonare dischi per 20.000 persone, ritornando un po’ come ai prodromi della sua lucente carriera. Sulle ali di questo nuovo stimolo, decide di mettere nero su bianco quello che secondo lui è il suono del 2020: ed è senza dubbio un suono che rimane in un limbo quasi confortevole, familiare, certo. Ma nello stesso tempo suona stuzzicante, eccitante, rivitalizzato. Insomma è come se la disco avesse preso massicce dosi di afrodisiaci naturali: non tiriamo in ballo il Viagra perché la virilità nel senso comune del termine in questo disco non ha spazio.

Anzi, c’è proprio solo “Lo spazio”, l’immaginazione di un erotismo che è nel cosmo, non qui e ora, e fa a meno di generi sessuali più o meno facili da tirare in ballo. Tirare in ballo dicevamo, non “tirare nel ballo”: perché è proprio con “l’inquinamento” fisico, psicologico, e naturale che l’uomo sta calpestando la sua storia senza rispetto, ci dice il maestro. È come se la musica di Cerrone fosse la madre terra: anziana quanto volete ma senza di lei non si va da nessuna parte. Lei riesce a resettarsi, l’uomo no: collassa, non sa più dove andare, diventa meno organizzato di un branco di formiche. In questo la scintillante e lussureggiante disco elettronica di Cerrone rappresenta l’eternità, la certezza di una solida base, quella del pianeta Terra che chiaramente vive nell’universo e senza il suo cordone ombelicale può solo implodere.

E non c’è da fare tanti giri espliciti di parole, bisogna solo sentire: un sentire non solo con le orecchie, ma nel senso del feeling. È infatti il primo disco in assoluto di Cerrone totalmente strumentale, il che potrebbe far pensare ai grandi classici del kraut, o a Vangelis, o a Jean Michel Jarre, o ad una soundtrack di un film di fantascienza distopica. Resolution in particolare, è una traccia che strizza l’occhio al classicone Supernature, ma solo in maniera evocativa al tema ecologico, come per dire: “si parte da qui e qui si ritorna”. Di Resolution esiste un video, che in sé dice tutto sul concept: ne parla il regista Etienne Perrone ed è molto chiaro : «il video di Resolution fa eco in qualche modo a The Impact, poiché solleva una domanda sul mondo di oggi. Mentre The impact evoca i problemi ambientali e il conseguente risultato catastrofico, The Resolution si assume i pericoli di una vita virtuale, vuota e non sociale, a volte generata dai social network e dai nostri stili di vita individualisti. I paesaggi deserti e gli ambienti opposti, sovrappopolati e saturi che il personaggio attraversa durante la sua poesia epica virtuale non sembrano riempire la sua profonda solitudine. Questa tristezza e questo disordine creano una sorta di malinconia sociale, rappresentata da una donna che si trasforma in cerchi danzanti per trasmettere l’oscurità contagiosa e distruttiva. “La risoluzione” (spesso usata per determinare la qualità di un’immagine, un video o una foto su Instagram, Facebook o qualsiasi realtà virtuale, che significa anche una scelta per cambiare un comportamento) evoca con poesia i pericoli di una società egocentrica e narcisistica, affogata dalla falsità e dall’ inganno».

Il contagio da parte dell’oscurità, dunque, è ivi previsto: considerando il momento storico drammatico che stiamo vivendo, sembra che Cerrone abbia sintetizzato in un concept un processo di sgretolamento che era sicuramente nell’aria, come profezia auto avverante, ma come ogni artista ne ha previsto le conseguenze prima degli altri, traducendole in suoni ben precisi. Analizziamo ad esempio la succitata The impact, l’altro singolo del disco: gocce di pioggia sintetiche si abbattono su un terreno oramai ridotto a moquette, e l’atmosfera sembra di cellophane. Ma non è una situazione sterile come sembra: è invece la natura che si risveglia dalle sue stesse macerie facendo leva proprio sulle mutazioni create dall’essere umano, spingendo con il battito della cassa/cuore in una zona finalmente liberata dall’uomo. Cosa ben descritta dallo spoken femminile che narra la catastrofe della separazione che viviamo, tra noi e noi, e tra noi e l’ambiente naturale, mentre la generale assenza di vocals indica proprio che l’uomo è caduto vittima di se stesso.

Infatti non ha più aria, rimane tappato nei suoi tuguri vittima di una superbia che lo intrappola nello stesso mondo artificiale che ha costruito per difendersi: Air dreaming sembra un’epica cavalcata new age che però si tinge di space disco e subito, a forza di sintetizzatori che arpeggiano in dinamica sinergia, la terra diventa una disco ball piena di tasselli di nuovo luminosi, come un chiudere gli occhi ed evadere finalmente in ampi spazi ventosi e sterminati. DNA, la title track, inizia appunto con un minaccioso incedere carpenteriano: a sottolineare che non si scappa da quello che si è. Se per l’ uomo l’aria è diventata irrespirabile, per la natura non cambia nulla. Si adatta, si piega ma non si spezza: è una riflessione sulla piccolezza dell’uomo e sul fatto che veniamo dalle già ascoltate gocce d’acqua, evocate anche stavolta dal synth, di cui siamo composti per il novanta per cento. Dopo questo incedere drammatico, c’è l’apertura consapevole di fare parte di una sequenza più ampia, di cui noi siamo solo le note. Non a caso Cerrone sviluppa questo brano proprio come una riflessione sullo stesso concetto di musica elettronica: che a un certo punto rappresenta il cosmo intero in terra, e la sua catena – come quella del DNA – non è spezzabile facilmente, sia che venga dai pionieri anni sessanta sia dai talenti del Tremila.

Appunto perché non si può scappare da sé stessi, si può però fuggire da quello che ti opprime: in questo caso un pianeta marcio, e un’ancora più marcia attitudine a viverlo, e con il groove ritmico che lo ha sempre caratterizzato Cerrone esclama «I ve got a rocket». Un razzo spaziale musicale per lanciarsi nell’ignoto, nel futuro, appunto: che non è, attenzione, totale innovazione ma semplicemente evoluzione step by step. I bambini, ad esempio, non nascono immediatamente mutati alle condizioni atmosferiche, ma lentamente riescono a sviluppare il modo per stare al mondo generazione dopo generazione, dato dopo dato: Cerrone musicalmente fa lo stesso, cesella un suono ma non lo spinge verso lande troppo astruse, non lo lancia verso burroni per farlo volare a forza, pena l’estinzione.

E infatti Let Me Feel di base dice questo: lasciami sognare, lasciami sentire. Non stressarmi col nuovo a tutti costi, con la tecnologia disumanizzante, con la schiavitù della produzione. Ascolta quest’electro disco morbida, come un’ecologia della mente, come un sedersi a riflettere e tornare sulle cose importanti, sui limiti che sono la nostra forza e che invece vogliamo sempre superare, fallendo miseramente. Synth avvolgenti che riecheggiano nebbie di terre incontaminate si dipanano nelle nostre orecchie, il contrappunto di grasse onde a dente di sega che sembrano canti di uccelli in volo le accompagna. Ecco, quello che traspare dall’architettura sonora di questo disco è che la natura è già diventata “futuribile”, è già “elettronica”. Non ce ne rendiamo conto, perché è come se fosse un globster, quindi con delle caratteristiche biologiche, e non solo meccanico/tecnologiche.

E sulle ali di una Tubular Bells del 2020, eccoci vicino al cielo: Close to the sky è un librarsi leggero verso le nuvole, come in un sogno vaporwave: un basso pulsante, uno schermo a cristalli liquidi che finalmente coincide perfettamente con l’elemento naturale. Dei fiati che ci introducono a un mondo diverso, pulito, in armonia con energia e sviluppo, si passa attraverso lo specchio della realtà. Cosa che si ottiene solo con l’esperienza: Experience inizia con mallet di gusto orientale e maree di sintetizzatori solcate da un flauto sintetico e la cassa dritta trademark: il pulsare della saggezza dove prima c’era solo la febbre materiale della soverchia, la perfezione della sfera celeste tramite modelli analogici quasi taoisti dove prima c’era solo calcolo freddo e spietato. Ma questo è il mondo possibile che Cerrone ci indica: da una parte c’è questa possibilità di redenzione, di uscire dalla merda, dall’altro invece un punto di non ritorno. E Prediction è, in maniera inquietante, il monito a stare molto attenti: è il pianeta intero che parla e ci mette di fronte al fatto compiuto che è ora di ridimensionarsi e di tornare a vagare come cellule celesti nella perfetta risonanza del cosmo, pena la catastrofe.

La cosa molto interessante è che la predizione di Cerrone colpirà nel segno: precisamente un mese dopo l’uscita del disco l’emergenza Covid sarà una realtà in tutto il mondo, paralizzando le attività umane. Come nella copertina del disco, Cerrone ha individuato la bilancia invisibile tenuta nelle mani delle dee del tempo e ce l’ha consegnata: il fatto che sia stato lui e non un musicista filo distopico della nuova era Hd che mette carne su carne al fuoco con concept su concept uno più complicato e catastrofista dell’altro, implica che a fare la differenza è proprio il capello bianco. Che lo porta ad esclamare, con disarmante semplicità: «Non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli. Se agiamo insieme possiamo iniziare a curare alcune delle ferite che noi stessi abbiamo creato». Un po’ come la disco music, che «grazie al cielo, torna sempre»: è il ciclo imbattibile della vita. Parola del dio Cerrone.

special thanks to Gilpsych

4 Maggio 2020
4 Maggio 2020
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