Gimme some inches

Gimme Some Inches #22

Si avvicina l’inverno e i colori, così come i toni, si fanno più intimi e malinconici. Nello stesso modo, sembrano incupirsi le atmosfere di alcuni 7” capitatici tra le mani. Quelle dello split tra vecchie e nuove conoscenze targate Boring Machines, Avant!, Brigadisco e millemila label ancora, ad esempio. Protagonisti i Father Murphy e How Much Wood Would A Woodchuck Chuck If A Woodchuck Could Chuck Wood, chilometrica nuova formazione torinese affine per sensibilità al più noto trio e in grado di declinare le proprie musiche verso lande apocalittiche. I Father con una velvetiana Jesus che nelle loro mani diventa una nenia adolescenziale pronta per il trapasso verso gli inferi, tutta percussività astratta e vociare posseduto. I tre dirimpettai invece rendono ancor più pagana e oscura l’atmosfera generale con Humpty Dumpty, un folk-noir all’esatta convergenza tra DIJ, Swans più esoterici e Current 93 più ossianici.

Cambiamo 7” ma non ci discostiamo molto. Lo split tra Rella The Woodcutter e My Dear Killer vede di nuovo il marchio Boring Machines così come ambientazioni che dire autunnali è poco. Sul lato A, My Dear Killer ritorna sul luogo del delitto con una elegiaca Glass Glow, melodia vocale arricchita da arpeggi evocativi e brusii di feedback in sottofondo per l’oltre-folk inglese che è il marchio di fabbrica del progetto di Stefano S. L’atmosfera si alleggerisce sul lato B, dove un altro uomo solo, Rella The Woodcutter, ci regala 2 tracce di blues ancestrale e acustico (The Beauty Of Changing), orgoglioso e fiero della propria weirdness (l’intro afro-psych-tribal di Jewelry Breast).

A muoversi sempre sulla linea del “solo” (ma non troppo) è Sergio Carlini, chitarrista dei Three Second Kiss. Jowjo è il nome col quale si propone con l’accompagnamento del padrone di casa Julien Fernandez (Passe Montagne e  Chevreuil) dietro le pelli e di Giovanni Fiderio (Tapso II) alle tastiere. Ancora Nessun Messaggero è un 7” single-sided che spiazza per i suoi rimandi al gruppo madre ma sviluppati con gusto elettro-acustico che diremmo di altri, e più astratti, progetti americani. Che è come dire corposo post-rock virato math, ma intriso di cervellotiche circonvoluzioni avant-. Il cervello è un muscolo? Parrebbe di sì.

One Man 100% Bluez, al secolo il romano Davide Lipari, va invece di solo sul serio e nel 7” per la rinomata Bloody Sound Fucktory rinvigorisce la tradizione delle one man band a colpi di chitarra bluesy e tamburello al piede sinistro a tenere il tempo. L’hobo nato a Roma ma col cuore al di là del Mississippi propone il suo blues elettrico e scarnificato in 4 tracce sofferte e deraglianti, spesso strumentali e irsute (le inedite Hey Ho e Outbound). Perché quando decide di passare al microfono la sua voce roca è degna di un bluesman bianco posseduto dall’anima maledetta di un nero (l’ottima Different End Boogie già sul disco di debutto Southern Jellyfish). Il remix downtempo oriented di Leone posto in chiusura sembra presagire a nuovi sviluppi. Staremo a vedere. Per ora, battiamo il piede al tempo del bluez.

Addentrandoci su terreni più di confine, citiamo lo split tra Theo Teardo e JG Thirlwell che inaugura l’attività della Specula Recs dell’artista italiano. Leggete altrove in maniera più estesa del lavoro commissionato per Santarcangelo, esempi di sound-art in loco ma sappiate che siamo su livelli molto alti. Menzione dovuta anche al ritorno di Patrizia Oliva che in Live At Fluc, Wien, cd 3” per l’ottima Dokuro, lascia per il momento in disparte Madame P e si concentra su ritualistiche stratificazioni elettronico-brutiste e semi-concrete che fanno il paio col solito, eccellente (multi)uso della voce – angelico, demoniaco, posseduto e astratto – con cui l’abbiamo apprezzata in molte sedi.

Ritorno in grandissima forma per il progetto solista di Alex Zhang Hungtai che dopo lo tsunami di Badlands e l’ottimo split 12” con Ela Orleans rilascia questo singolo per Suicide Squeeze. Il lato A è il terreno di caccia di Lone Runner, quattro minuti abbondanti per voci infestate e preghiere blues volte a scacciare i demoni, handclaps, corde pizzicate e tutto il corredo per cui amiamo l’apolide rockabilly di Dirty Beaches e per cui siamo sicuri che anche Jeffrey Lee Pierce avrebbe una parola (e un bicchiere) di encomio. Il lato B è Stye Eye, altrettanti minuti per un pezzo più tribale e sfuggente, psichedelico e rumoreggiante. Buona fortuna con la vostra ricerca perché il 7 pollici in questione è già bello che sold out.

Addentrandoci invece in quelle lande oscure (leggi: dark/goth) che sempre più spesso interessano queste righe, segnaliamo il nuovissimo singolo su 12” dei newyorchesi  White Ring. Già ospiti di queste pagine ai tempi (recenti ma già andati) del “boom” (le virgolette d’obbligo) della witch-house, i due pallidi necro-hipster non sembrano interessati ad un full-length, almeno per ora; tornano anzi con Hey Hey My My, la cover di Neil Young che prontamente sconvolgono con la loro mistura di bassi rigonfi e batterie elettroniche come fossero ancora i primi Novanta a Chicago (a casa Wax Trax!), e Felt U, brano già noto ma fino ad oggi unreleased che rimarca il concetto. Ora c’è da vedere cosa sapranno combinare o se svaniranno nelle nebbie da cui sono giunti. E sempre da una foschia decisamente densa arrivano i Røsenkøpf. Al debutto con l’autoprodotta tape Dispiritualized, il ragazzi in nero di Brooklyn mischiano in maniera intricata e incessante back metal e death rock, ma anche linee di basso wave-simil-dub che innestano su una batteria dalle meccaniche sonorità industrial/EBM, sulfuree chitarre shoegaze, riff quasi prog, cantato in screaming e chi più ne ha più ne metta. Quattro brani lunghi ed epici, per la maggior parte del tempo strumentali, statici ma per nulla minimali, anzi ricchi di spunti, influenze e voglia di sparigliare le carte. Di certo ne risentiremo parlare se i rumors che li danno in uscita per Wierd si riveleranno fondati.