Il cinema ritrovato

Era il 2005 e i Belle and Sebastian si apprestavano a ri-suonare dal vivo e in its enterely il classico If You’re Feeling Sinister, all’epoca dei fatti evento inedito, raro, prezioso. Il tutto concepito, realizzato ed esportato assieme all’All Tomorrow Parties, promotore ideale e fondamentale di una nuova tendenza che di lì a breve avrebbe incendiato i festival di mezzo mondo. Sono seguite rimasterizzazioni necessarie, box set per feticisti, reunion dimenticabili, e tutto quello che di passatista potesse venirci in mente. Eccola l’ossessione dei nuovi trentenni: il riciclaggio musicale infinito, perché ci sarà sempre qualcosa da riciclare, pardon, da ricordare. Una certa stasi culturale che vive di un passato che vogliamo non finisca mai. Quel mondo riemerso che ora ci sta travolgendo e che rivive nella quasi infinita serialità delle “nuove” serie TV e nei sequel relativi (Arrested Development, The Killing, entrambe targate Netflix).

Una nuova tendenza “retromaniaca” capace negli anni di adattarsi a tutti i campi della cultura, e di cui il cinema è, oggi, l’ultima e la più illustre vittima. E via allora di prequel, midquel, sequel, addirittura l’astruso threequel, per non parlare dello stand-alone. E ancora reboot, spin-off, remake, e chissà cos’altro si inventeranno gli addetti ai lavori per definire ciò che tutti hanno intuito: la mancanza di idee. Ora, pensate ai più grandi successi anni Ottanta (quasi tutti targati Stati Uniti d’America, o se volete Reagan). Immaginateveli smantellati, ri-confenzionati resuscitati, e avrete chiaro il declino cinematografico del prossimo lustro, l’immobilità cui saremo costretti. Mai come nell’ultimo decennio – e chissà per quanto ancora – siamo stati bombardati da una sequela preoccupante di minestrine riscaldate in movimento, eppure l’industria non se ne cura, e rilancia con annunci su annunci. Le eccezioni positive, naturalmente, ci sono e le sottolineeremo; dopotutto, mai come in questo periodo storico-culturale la parola “adattamento” risulta appropriata per descrivere una nuova ricerca, una nuova formula, nuove strade per raccontarci, amalgamandosi con la realtà, flirtando con i nostri tempi fin troppo emancipati, semplicemente ri-diventando. Tutto ciò è nella natura del prodotto cinematografico, certo, ma a questo si sommano altre ragioni che poco hanno a che fare con la settima, decaduta arte.

Partiamo dal visionario Mad Max – Fury Road, già uscito ovunque, ma potremmo citare anche l’attesa spasmodica per i sequel di due grandi classici come Blade Runner e Star Wars – Il Risveglio della Forza (atteso per Natale 2015). E che dire dell’appena annunciato Point Break e del redivivo Twin Peaks, se ci spostiamo verso gli anni Novanta? Poi c’è l’affare Alien, più complicato da spiegare che da produrre, i reboot di alcuni film di cassetta, vedi Ritorno al Futuro e Ghostbuster (con cast tutto al femminile!), senza dimenticare Karate Kid, tutti in fase di preoccupante pre-produzione. Per chiudere con l’immancabile Rambo, e pure Terminator (con la variante Genisys) – e sicuramente ne dimentichiamo qualcuno.

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Progetti che si trascinano negli anni, che passano di mano in mano, che finiscono nel nulla. Critiche preventive dei puristi, ripensamenti e rinegoziazioni infinite, estenuanti. Marketing al quadrato, post-tutto. I vecchi mercati a produrre e i nuovi mercati a sancirne la sorte; l’inganno, il solito inganno, è lo stesso. La pellicola ritrovata? Meglio, riciclata. Riciclata? Certo. Basti pensare al found footage film, genere estremamente di nicchia che utilizza immagini preesistenti per dare loro un nuovo senso – qui addirittura si parla di un riutilizzo vero e proprio dei materiali preesistenti. E noi spettatori nel mezzo, già pronti a rimpiangere. Sguardi, mondi che non sono più nostri (e ci sarà un perché), ma che vogliono farci rivivere. Gli anni Ottanta sono tornati, più feroci e onnipresenti che mai. Sempre gli stessi, gli anni Ottanta. La spiegazione più logica e istintiva a tutto ciò è la mancanza di creatività, di storie forti, pure serializzabili perché no, capaci di catalizzare un pubblico diverso, irrimediabilmente, comprensibilmente cambiato nell’ultimo ventennio.

Ma prima di addentrarci nei numerosi perché di questo fenomeno così diffuso e invasivo (per noi spettatori tutti, nel bene e nel male) c’è da fare una piccola distinzione fra sequel e reboot. Il sequel – o il prequel – rappresenta in sostanza un’opera che presenta personaggi o eventi cronologicamente anteriori o posteriori a quelli già visti nel precedente episodio. In sintesi, il sequel è nella natura intrinseca del prodotto cinematografico, anche se nell’ultimo trentennio c’è stato un sostanziale incremento di questo tipo di proposte. Tutta altra cosa è il reboot, che rappresenta invece un tentativo di rilancio di prodotti (e non usiamo a casaccio la parola…) cinematografici (s)caduti nel dimenticatoio. Ma perché le grandi case di produzione si affidano così ostinatamente a quest’ultima strategia produttiva? In primis, e come potrebbe essere altrimenti, per la mancanza di idee, soggetti, personaggi affidabili. Poi l’impossibilità, per ragioni economiche, di rischiare con nuovi autori o soggetti, preferendo affidarsi al mestierante di turno o in rampa di lancio da tempo (si pensi a JJ Abrahms per il nuovo Star Wars). Poi certo, ci sono ragioni più onorevoli dettate dal graduale e costante interesse da parte dei giovani a film diventati, nel tempo, di culto. Ma da dove nasce tutto questo riavvicinamento? E’ un interesse reale o è provocato?

Rispondiamo con un’altra domanda. Perchè titoli come Karate Kid, Ghostbusters o Ritorno al Futuro sono stati prescelti e onorati con un sequel o reboot che sia? Semplice, perchè in questi casi l’industria cinematografica la fa da padrone, in sostanza imponendo prodotti cinematografici non così importanti dal punto di vista culturale ma che hanno avuto, nel tempo, una forte presa emotiva nei confronti del pubblico. Il desiderio viene ri-creato. Si prenda ad esempio il reboot di Ghostbusters (già vittima, negli anni, di un paio di disarmanti sequel). Siamo già in fase di pre-produzione eppure gran parte del cast originale non ne vuole sapere – il rischio di scadere nel ridicolo era troppo per un Bill Murray già nell’olimpo indie, figurarsi per l’invisibile Dan Aykroyd, meglio rimanere all’oscuro [il 15 luglio 2015, in realtà, Dan Aykroyd conferma un cammeo all’interno della pellicola, ndSA]. Si gioca la carta di un cast tutto al femminile (con l’eccezione del prezzemolino Chris Hemsworth nel ruolo del segretario). Si gioca facile, e poi il rischio di fiasco è pari a zero. Nel frattempo la Disney, memore di un 2015 alquanto fallimentare (su tutti, il blockbuster Tomorrowland con George Clooney) cosa fa? Annuncia il ritorno di Ritorno al Futuro. L’esempio è proverbiale. Si fallisce su quasi tutti i fronti, e dunque – cito Bob Iger CEO Disney – «si adotta uno dei franchise più importanti di tutti i tempi». Adottare, franchise. Ecco il cinema ai giorni nostri.

Ma allarghiamo per un attimo il discorso. Diamo delle coordinate extra-cinematografiche, la chiave è tutta lì, dopotutto il cinema, oltre a reinventare il mondo, ne subisce gli umori. Difatti il motivo principale di questa ondata revival-adolescenziale è legata in buona parte alla condizione economica-sociale di questi primi anni del nuovo millennio. Crisi del lavoro, pessimismo e brusco ritorno alla realtà dopo i fattacci dell’11 settembre 2001, il tutto amplificato dall’avvento dell’era 2.0, hanno inconsciamente acuito il bisogno di sicurezza da parte dell’audience. Di che tipo di pubblico parliamo? Della generazione nata fra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, le più predisposte a consumare il prodotto-film. Le major hanno puntato sull’effetto nostalgia, scommettendo su ciò che avrebbe potuto risvegliare inconsciamente ricordi e atmosfere legate in qualche modo alla giovinezza (non quella sorrentiniana, sia mai). Gli anni Ottanta erano il futuro, il postmoderno qui e ora. Ricordi positivi, desideri antichi. Eccolo il desiderio ri-creato di cui sopra. E il prodotto si adatta, riciclandosi, arrivando ad una fetta di pubblico sempre più ampia. E noi diventiamo il prodotto: eravamo e, ancor oggi, siamo quel momento, quel prodotto. L’attimo zero capace di generare un mondo di cui non sappiamo fare a meno. La nostra non è semplice nostalgia, naturalmente amplificata dall’avvento dell’era 2.0: dietro c’è tutto, c’è un decennio che ha rivoluzionato il mondo, che ha creato il prodotto d’intrattenimento massificato. Ed è per questa ragione che i sequel dei giorni nostri hanno una genesi completamente diversa da quelli che furoreggiavano negli anni Settanta e Ottanta, quest’ultimi figli di un furore narrativo, autorale, ma mai prettamente commerciale.

Ci sono casi più complicati che nulla hanno a che vedere con il ruolo che lo spettatore ha avuto nel corso dei decenni. Prendiamo il nuovo progetto riguardante Alien. A sentire Neil Blomkamp (District 9, Elysium), c’è la possibilità di ridare nuova linfa al personaggio interpretato da Sigourney Weaver, che naturalmente si è detta entusiasta del progetto (l’ennesimo rilancio di una carriera appannata?). Blomkamp vuole in sostanza ridefinire un nuovo destino per Ellen Ripley (ce ne era realmente bisogno?), il tutto ripartendo da Aliens – Scontro Finale (in sostanza ignorando completamente le vicende di Alien 3 e Alien – La Clonazione). Una nuova variante, dunque, nel mondo dei sequel: un midquel che in realtà è il reboot di un sequel. Di etico è rimasto ben poco. Si stravolge una storia già scritta, conclusa. Come se David Lagercrantz, incaricato di proseguire la saga di Millenium, stravolgesse il finale della trilogia di Stieg Larsson. Stessa sorte per il nuovo Terminator Genisys, primo capitolo di una nuova trilogia i cui eventi si intrecciano con i primi capitoli della saga. E se nel trailer la deliziosa Emilia Clarke urla «everything changes», in realtà nulla cambia, al massimo si ricicla. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.

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Il magnifico polpettone di Mad Max – Fury Road rappresenta una deliziosa eccezione. Difatti, dell’originale Mad Max, in Fury Road c’è ben poco, se non una certa attitudine (assieme allo stesso regista, il buon George Miller, elemento di continuità fondamentale). E in questo caso, oltre al successo assicurato, c’è il consenso unanime della critica tutta (vedi pure la prestigiosa presentazione all’ultimo Festival di Cannes). Un prodotto di qualità, capace di avere senso nell’attuale panorama cinematografico perché figlio di quell’attitudine eighties capace di unificare urgenza e innovazione in fase di sceneggiatura, un budget molto low cost ai tempi e un immaginario inedito e alquanto visionario, il tutto ben inserito in un certo tipo di cinema di genere capace di rassicurare il tipico spettatore anni Ottanta, curioso, certo, ma ancora acerbo. In questa categoria possono essere inseriti i vari Terminator, Alien e pure il primo Rambo, i cui seguiti sembrano avere ben altro spessore (in peggio) rispetto al film di Miller. Torniamo per un attimo al successo – per nulla scontato – di Mad Max – Fury Road, che pare differente, anche come concezione, ad esempio dal sequel di Blade Runner, per cui tra i nomi coinvolti si ciancia del lanciatissimo Denis Villeneuve (vedi Prisoners e l’ultimo Sicario presentato a Cannes) a dirigere Harrison Ford (e come poteva mancare) e Ryan Gosling. E Ridley Scott? Si occuperà della produzione, visto che sarà impegnato a dirigere Prometheus 2 (altro sequel di cui forse non si sentiva la mancanza). Di Star Wars – Il Risveglio della Forza si sa già tutto. Inevitabile, attesissimo. Un nuovo capitolo che avrà nella continuità con la cosiddetta trilogia originale il suo punto di forza, sia narrativamente parlando, sia dal punto di vista produttivo (è sempre la LucasFilm, nel frattempo assorbita dalla Disney, ad aver seguito la produzione). Si gioca facile, si vince sempre.

Soprattutto per Blade Runner e Star Wars, ma pure in parte per Mad Max, l’ennesimo ritorno di sequel, prequel e quant’altro non è dovuto esclusivamente a un fatto economico (anche se la prospettiva economica incide eccome nelle scelte degli Studios), ma soprattutto allo status di classico postmoderno che queste saghe hanno raggiunto. Sono la nuova letteratura. Sono storie che si prestano a numerose riletture, a nuove efficaci rivisitazioni (il nuovo Mad Max ha ben poco dei tre predecessori, e qui il termine rivisitazione cade a pennello), perché i protagonisti continuano a vivere reincarnandosi di generazione in generazione e stimolando nello spettatore la creazione di un atteggiamento critico personale. Una visione romantica della questione che è alquanto complessa, diranno i detrattori, ma innegabile, visto il valore, il peso, la grandezza che le opere succitate hanno avuto nell’immaginario collettivo. Sono film senza tempo, onniscienti. I produttori cinematografici (i pochi visionari che rientrano in questa categoria) lo hanno capito da tempo. Gli spettatori in questo caso ringraziano, anche perché le alternative non ci sono. Dando un’occhiata al futuro prossimo del cinema mondiale, potranno mai Hunger Games, Pirati dei Caraibi, Fast and Furious, (prendendo ad esempio alcune nuove saghe cinematografiche che hanno sbancato al box office negli ultimi anni) essere oggetto di remake che tra vent’anni desidereremo così fortemente come desideriamo il nuovo Star Wars? Non è una prospettiva su cui ci sentiremmo di scommettere. Dunque, in alcuni casi è conveniente affidarsi all’usato sicuro, ai grandi classici. Perché è cultura a 360 gradi, e perché in un periodo come questo, sfiancato dalla crisi economica, l’importante è rimanere a galla. Affidiamoci all’eterna dualità fra bene e male, alla trasversalità di questi nuovi classici cinematografici capaci di soddisfare una larga fetta di pubblico, dal cinefilo esasperato al consumatore medio. E poi l’industria cinematografica ha saputo fin dall’inizio soddisfare l’ingordigia del consumatore tipo, ha saputo creare prima e soddisfare poi il bisogno insopprimibile di narrazione che è dentro ad ogni bambino, dentro ad ogni spettatore che verrà. Ci si affeziona ad un personaggio, ad un’idea. Non se ne può più fare a meno.

Certo, è difficile affezionarsi ad un prodotto come Il Grande Match, apoteosi in negativo e sintesi di tutto ciò. Stallone nei panni di Rocky, De Niro in quelli del Jack LaMotta di scorsesiana memoria, il tutto raffazzonato alla bell’e meglio in chiave comica-celebrativa e su una trama a dir poco esile. E se torna Rocky, torna pure Rambo (versione Last Blood), speriamo l’ultimo. La settima arte, alle volte, si autocelebra nel peggiore dei modi.

13 Luglio 2015
13 Luglio 2015
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