Paul McCartney (Foto a uso stampa di Mary McCartney)
Geriatric power

La terza vita di Paul McCartney

Siamo giunti alla fine di quest’anno (diciamolo) di cacca per diversi e ovvi motivi, ma a mancare è sicuramente stata la materia prima, soprattutto grigia: perché è oramai un mondo in cui la visualizzazione è tutto e la sete di musica è niente. Del resto l’osanna generale a favore dei “grandi vecchi” come Springsteen e Dylan (che abbiamo già analizzato su queste pagine) ci indica che se davvero siamo a un giro di boa, sono loro i veri testimoni del cambiamento. Giacché non solo hanno accumulato un’esperienza impressionante utile a capire i vari corsi e ricorsi, ma soprattutto non cercano facili consensi, non seguono le mode e non recuperano un suono (loro stessi ne hanno inventato uno e svariati), semmai seguono il loro percorso di vita che è molto più importante e fa arte a sé. Che poi siano costretti a cedere i diritti delle loro canzoni alle major, questa è un’altra storia: la storia che – appunto – la musica non ti assicura mai un vitalizio, se è una scelta coerente e sudata. E’ il blues, d’altronde, che non dà tregua ai fuoriclasse, mentre le mezze calzette lo dribblano per l’illusione di un giorno di gloria e danaro senza prevedere poi una serie di Natali senza tacchino sulla tavola.

Ecco, a proposito di Natale, il vero trionfatore dell’ultimo dell’anno è stato un “vegliardo” che la musica l’ha sempre plasmata a sua immagine e somiglianza e che nel Natale ha sempre sguazzato (ricordate Wonderful Christmas Time e Once Upon A Long Ago?): trattasi di sir Paul McCartney, che ci ha regalato sotto l’albero questa sua terza gemma “a solo” che nessuno si aspettava. E neanche lui si aspettava tanto riscontro: McCartney III è infatti schizzato in vetta alle classifiche britanniche, stabilendo un record che il Nostro Macca non vedeva dai tempi di Flowers in the Dirt, quindi ben 31 anni fa. Vero e autentico Geriatric Power quindi, ma come è possibile tutto questo? Beh, è possibile perché adesso i tempi sono maturi per dire che i veri dischi di McCartney sono stati tre e solo tre: rispondono appunto al nome di McCartney IIIIII. I Beatles e i Wings? Quasi degli “incidenti di percorso”, di lusso ma sempre incidenti.

È curioso infatti come Paul fosse tanto cacacazzi nei Fab Four rompendo le palle a Ringo e Harrison e pretendendo di insegnargli come suonare i loro strumenti, quanto assolutamente auto-indulgente nei dischi solisti di cui sopra, essendo le sue pretese cadute dall’alto di un suo polistrumentismo autodidatta che non possiamo certo definire “tecnico”. E che dire dei Wings, dove tutto sommato (con lo stesso piglio rompicoglioni nei confronti degli strumentisti) Paul era abbottonatissimo nonostante fosse apparentemente un gruppo fantoccio in cui – con buona pace dell’ottimo Danny Laine – forse l’unico elemento con un peso specifico era la moglie Linda alle tastiere, per ovvi motivi: anche lì la vera anima di Macca era assente, come se si guardasse di fuori in terza persona, come se fosse “il pubblico” e non più “l’artista” a decidere cosa funzionasse e cosa no nella sua musica.

Ecco, quando Paul invece fa tutto da solo fa capoccetta la follia di un Van Gogh che si specchia nelle sue tele, McCartney ci lancia il suo orecchio mozzato ma sempre con il buonumore (amaro certo, ma sempre ottimista) che lo ha caratterizzato sempre, già dagli esordi. McCartney III, nello specifico, viene registrato per caso in una situazione – quella del lockdown – che certamente ha messo tutti i musicisti del mondo con le spalle al muro. Macca non è certo l’unico ad essersi chiuso nel suo studio casalingo con in mente questa frase “che faccio adesso? Ah sì, magari rivedo dei pezzi che non sono mai riuscito a finire…” e mentre lavora a quegli abbozzi gli vengono altre idee, registra altro materiale, insomma il motore parte e non si arresta più se non a fine emergenza. Il che ci illumina sul fatto oramai assodato che anche gli altri due McCartney fossero parto di un momento difficile, cioè la separazione dai Beatles prima e dai Wings dopo. E non è difficile pensarlo: l’attitudine di quei due dischi è essenzialmente un rifiuto per le formule precedenti, la voglia di prendere prepotentemente nuove strade, con il rodere di culo di chi è stato fin troppo tempo imbrigliato in una routine. Ovviamente routine autoimposta, forse per quella sicurezza che l’idea di band ti dà, nella quale comunque le tue idee circolano attraverso gli altri, anche se ne sei indiscusso leader.

Paul McCartney, foto di Mary McCarteny (2020)

C’è chi obietterà che i dischi solisti di McCartney sono stati molti di più, ma la questione è che in quei solchi vi lavoravano indefessi session men al fianco del Nostro. Nei tre volumi della McCartney trilogy, invece, l’unico a suonare tutto, a prodursi, a registrare è Paul e solo Paul: e lo si nota subito da quello che sono i contenuti. Roba completamente senza senso, fuori dal mondo, che segue dei binari assolutamente originali al limite del tracollo nella zona d’ombra dell’improbabile. Tre capitoli diversissimi che hanno l’unico comune denominatore della libertà assoluta d’azione, che è poi l’ingrediente segreto che rende tutto così allucinato. In McCartney I, per esempio, s’inventa il lo-fi prima del tempo, e se ci sono dei dubbi vengono subito fugati dal fatto che sicuramente è lui ad imporlo alle masse in un periodo in cui se registravi a casa, la cosa era detta con spregio fare un “demo”. Cosa andata avanti fino a che internet non ha reso tutti i CD masterizzati “dischi” a tutti gli effetti, con grande sollievo di tutti i musicisti con idee ma senza una lira. Lui no, già all’epoca se ne fotte, con un approccio DIY che sa di rivolta nei confronti dei metodi produttivi dei Beatles e nei confronti del music biz stesso.

Isolazionismo armato di strumenti che suonano quello che hanno in testa, che siano una improvvisazione senza senso o il songwriting incredibile di Maybe i’m amazed, seguendo un flusso che va per i fatti suoi forse anche grazie a generose boccate di ganja, la droga preferita dal Nostro. In questo è innovativo, come anche innovativo è l’approccio usato in McCartney II, dove getta alle ortiche il pop patinato dei Wings per entrare negli anni ottanta futuristi e ipertecnologici, smanettando con gli arpeggiatori, armeggiando con batterie elettroniche e diavolerie sintetiche, filtrando la new wave del periodo attraverso l’occhio assurdo del “tricheco Paul”. Il risultato è quello di un superamento a sinistra dei Residents, dei Devo, degli Human League in una zona completamente strapazzata, intuendo il sorgere di una corrente come la vapor e l’hypnagogic che arriverà solo decenni più tardi, con il suo immaginario eighties fatto di synth pop “magnato”, fatto di multitraccia a cassette smagnetizzati, e via discorrendo.

Temporary secretary è senza dubbio la hit di tutti i weirdos elettronici degli anni 2000, soprattutto nel noise (ricordiamo anche omaggi di casa nostra come Mr Marks and the Secretaries, progetto solista di Valerio Mattioli prima di incappare negli Heroin in Tahiti e ispirato appunto al disco succitato), per il suo approccio naïf e completamente brutale a suo modo, esule da certi intellettualismi che da sempre infestano il campo in esame. Ovviamente all’epoca dell’uscita (il 1980) McCartney II fu accolto da sonore pernacchie dai critici, mentre il pubblico lo premierà con il primo numero uno in classifica dai tempi di Venus and Mars dei Wings: destino simile al nuovo capitolo di oggi, con la differenza che adesso la critica sembra unanime nel lodarlo. Ce ne è voluta prima di togliere le fette di pancetta dagli occhi degli scribacchini, ma le cose sono in realtà più complesse.

Dal punto di vista prettamente musicale McCartney III, infatti, sembra più un sequel di McCartney I: maggior importanza alle influenze blues, un occhio di bue sulle jam dentro alle quali fanno capolino i synth e le drum machine, certo, ma in maniera non invasiva come succedeva invece in McCartney II. I sequel di quell’album, infatti, sono già usciti a nome Fireman, quella creatura condivisa con l’ex Killing Joke, Youth, tanto geniale quanto sottovalutata, nella quale confluisce il lato sperimentale di McCartney in un misto di industrial, neopsichedelia, ambient e chi più ne ha più ne metta: ricordiamo tra l’altro che proprio Chris Carter dei Throbbing Gristle era un grande fan di McCartney II e che lo stesso Macca, tra tutti i Beatles, era quello più infognato negli esperimenti di Stockhausen e company (tanto che ancora siamo curiosi di ascoltare Carnival of light, la sua suite sperimentale per i Beatles che è nei cassetti e che rimane uno dei misteri gaudiosi dell’intera storia del rock). Per cui questo nuovo capitolo vede un McCartney semplicemente infilato in un solipsismo da fine del mondo e contemporaneamente teso all’inizio di una nuova era: dal suo bunker delinea forse quelle che sono le nuove tendenze della musica del futuro? Può essere: un misto di recupero delle radici (il blues di Leadbelly ad esempio) e di utilizzo di tecnologia “per tutti” che a questo punto, per la velocità di appropriazione, renderebbe moderna qualsiasi cosa, anche un valzerino di una balera. Un po’ è il rimettere insieme i cocci dei vasi che la pandemia ha rotto: vasi sanguigni, vasi comunicanti per la vita delle persone nel mondo improvvisamente spezzati, con la conseguenza di una grande confusione “sopra e sotto il cielo” per citare il citazionista Lindo Ferretti. È questo forse il punto forte di McCartney III: quello di non ripetersi nonostante sia chiaro un rimando alle passate prove da “one man band” di Macca, guardando avanti come un ragazzino di soli 78 anni suonati.

Vero è che McCartney non è mai rimasto a guardare, anzi: anche nelle recenti prove (per inciso New e il sorprendente Egypt Station) giocava con la musica di oggi senza temere di essere tagliato fuori in quanto “boomer”, vincendo la sfida grazie al suo essere sempre “in eccesso”. Forse grazie al fatto che la storia di “Faul McCartney” (cioè la leggenda che il vero macca sia stato sostituito da un sosia in seguito a decesso per incidente stradale) in parte è vera: dentro Paul ci sono due anime ben distinte che si prendono la scena a turno senza preavviso, da bravo Gemelli. Se ascoltate la sua voce in questo disco sembra irriconoscibile, sembra davvero una voce alla John Lee Hoker, vissuta e impregnata di sigarette ed alcool, la voce appunto di un “qualcun’ altro” che è nella storia di tutti noi, quando si cresce e si cambia prospettiva pur non cambiando mai – in fondo – perché chi nasce rotondo non muore quadrato. In questo caso per Paul la sfera è sostituita dal cubo della copertina del disco (che è interpretabile anche con il dado del caso che ci tiene in scacco), con i tre knobs che danno il titolo all’album, curiosamente non settati tutti allo stesso modo ma con il selettore degli alti leggermente più “high” appunto. Il che implica una leggera metafora della situazione mondiale, dove l’appiattimento regna a causa della pandemia, la paura schiaccia, ma si può essere su di morale comunque, anche se di poco. E il modo migliore per aiutare e aiutarsi è fare musica, non dischi, attenzione: come tutti i prodotti non pensati a tavolino, McCartney III ci ricorda quali sono i veri obiettivi della vita, che hanno a che vedere più con l’anima che con il portafogli.

E allora pronti alla carrellata di pezzi in gioco: il primo brano, Long tailed winter bird, è una impro di dodici corde basata su un riff pensoso, con grattugiate punk alla chitarra elettrica e una voce effettata che ripete solo «do you feel me / do you miss me / do you touch me» e poi entrano batteria, lo storico basso Hofner che la fa da padrone, e l’orchestra midi vola su un suono di tastiere che ricorda le spifferate dello score di Magical Mistery Tour. Già qua uno direbbe “ma che cazzo sta a fa’ Paul”? È chiaramente in piena para da separazione pandemica. Find My Way è il classico esempio del maestro che si riprende gli scippi, ricordando a tutti gli effetti un brano dei MGMT (Your life is a lie, che ovviamente da Paul ha preso assai), il singolo pilota che invita a non chiudersi nelle paure e negli egoismi della situazione perché l’essere umano è libero in qualsiasi circostanza ( la frase «i’m open day and night» è stupenda nella sua semplicità). Da sottolineare il recupero del Mellotron originale, coerente con le recenti riedizioni fisiche e via software, che in questo caso evoca un’“età dell’oro” a cui ci si riallaccia per sperare nel futuro. Pretty boys arriva a denunciare il vuoto della società dell’apparenza, in cui i giovani si mettono in posa davanti alla macchina fotografica (e al cellulare) diventando oggetti del desiderio come biciclette, ma fuori dalla virtualità della lente non sono in grado di relazionarsi alla vita («you can look / but you’d better not touch»), se non per quella mondana che non lascia nulla se non meri rapporti strumentali («a row of cottages to rent / for your main event»). Tutto è retto da un arpeggio di chitarra in un giro ipnotico che ricorda a volte i gloriosi anni novanta indie, ovviamente rivisti e spogliati di tutte le loro velleità, ma a volte riecheggia le stesse beffarde frecciatine dei PIL di The Suite. Con Woman and Wives Macca diventa quasi Amy Winehouse, con questo piano tipicamente compresso come tradizione delle recentissime uscite R&B: con un inedito Paul al contrabbasso, è un monito a non lasciarsi andare alla disperazione del contingente ma a pensare all’umanità come qualcosa di collettivo per cui ogni scelta potrebbe essere a favore di una generazione successiva: è necessario dunque essere pronti a correre senza frignare.

Quasi una preghiera ossessiva che si stempera nella successiva, profanissima Lavatory Lil, praticamente la Temporary secretary di oggi, nella quale viene dipinto un quadretto femminile di arrivista aspide (ma potrebbe essere riferito anche alle star della trap, quel Lil non mente…) con uno stile classico del genere “busker”, tutto riff di chitarra e sudore di ritmica a piede, che riporta alla mente anche i momenti più rock del McCartney solista di Oh woman , oh why?. Deep deep feeling è invece uno dei pezzi più moderni e sperimentali del lotto, tra gli archi del Mellotron, effetti, voci, schitarrate, pianoforti che cambiano improvvisamente rotta melodica diventando puramente black. Un mantra di otto minuti e passa di pura introspezione che sfiora la paranoia della succitata trap (alla XXX Tentacion per intenderci) della quale Paul diventa nuovo cantore («so intense the thrill of living / how does it feel?»), una canzone d’amore per la vita, dolore compreso: un momento altissimo del disco, senza dubbio. Slidin invece si butta sull’hard rock con un riff pesante fatto di chitarre quasi sintetizzate, effetti elettronici e un massiccio assetto power trio, un testo stuporoso che ha a che vedere con la claustrofobia ancora una volta indotta dalla situazione, tanto che Macca sente il suo corpo quasi bruciare nell’aria: anche qui si sente che il maestro si ispira a linee melodiche che vanno di moda nel pop mainstream “giovane”, che poi prende e massacra a suo piacimento.

Ma è ora di nuovi standards: The kiss of Venus è il momento romantico alla McCartney che mancava a riempire l’aria di ulteriore ispirazione, perché come le fa lui le ballate non le fa nessuno. Solo chitarra e voce e inserti di clavicembalo, ispirato dal pianeta Venere che ancora ringalluzzisce il Nostro, nonostante i suoi quasi ottant’anni, con la forte sensazione di un cambiamento che sta arrivando sulla Terra, tra il sensuale e il profetico. Seize the day è potente epica McCartneyiana, con stacchi decisi mezzi glam, ritornello apertissimo e intermezzo sviaggiante che sembra la versione in minore di Hello Goodbye, ancora una volta ottimista sul fatto di prendere quello che la vita ti dà senza pensare a troppe cazzate, con un piglio quasi alternative rock. Deep Down, con il suo bizzarro organo doppiato da un piano Rodhes e il suo andazzo soul che sembra quasi uno di quei pezzi da commercials che vanno all’infinito su YouTube, pura muzak per centri commerciali reteirata all’infinito: testo che addirittura parla di fare festa, cosa impensabile in tempi come questi, ma quando si va Deep down tocca andarci in maniera seria. E in maniera seria l’album si chiude, con una piccola reprise del brano d’apertura che poi lascia spazio a When Winter comes, stupendo quadretto invernale e campestre prodotto da George Martin nel ’92 in cui ancora una volta (seguendo il mito del baronetto) si narra di un amore invincibile, quello di due amanti che si rifugiano insieme al caldo nella loro casa di campagna, attendendo la fine dell’inverno che in questo caso non è solo reale ma – piuttosto – metaforica. È l’apoteosi delle canzoni di McCartney acustiche contenute nei dischi di Natale dei Beatles, cose improvvisate al momento ma incredibilmente efficaci, perché il nostro eroe anche con una semplice cartolina ti crea un mondo omerico e a prova di bomba per la sua disarmante semplicità, dove invece tutti intorno parlano di cash e mignotte che, onestamente, non hanno certo riparato nessuno dai giorni bui, anzi semmai ne hanno creati di nuovi.

A differenza di molti che hanno parlato di questo disco come un picco assoluto di Paul, io penso che non lo sia affatto: anzi, credo si tratti più che altro di un vero e proprio sfogo, un gesto quasi luddista dell’uomo di carne ed ossa e sentimento contro la “macchina uomo”, quello moderno raffreddato da una vita virtuale. Una specie di sbrattata nel bagno di un hotel di lusso, una specie di pizzicotto a chi stava dormendo beato, cocktail alla mano, giusto per disturbarlo e riportarlo coi piedi per terra, un coppino dato a istinto. Ma è proprio questo che rende McCartney III un gran disco, quasi commovente: e che potrebbe diventare un nuovo starter per il concetto stesso di “produzione” nel mondo, ora che ci sono più “producer” in carriera che musicisti pronti a fare anche figure di merda pur di portare avanti qualcosa di inedito in un mondo condannato al manierismo e al vecchio. Ché, attenzione, come insegna la nostra rubrica, è qualcosa di diverso dall’essere anziani e antichi: il nostro Macca è uno che probabilmente vive da millenni e se non “dorme dentro un sacco a pelo per non perdere i contatti con la Terra” (parafrasando il maestro Battiato) poco ci manca. Difficile sbagliare quando nasci imparato, ogni tiro di dado (o di cubo) è uno sbancare sul tappeto verde della musica: e siamo già pronti a un McCartney IV a spianarci la via, non vediamo l’ora.