I cosiddetti contemporanei

Leonard Bernstein. Un uomo doppio

“Devo ammettere che è un problema essere insieme direttore e compositore; non sembra mai di avere abbastanza energia per entrambe le cose. […]E’ come essere due uomini diversi chiusi nello stesso corpo: un uomo è il direttore e l’altro il compositore. […]. E’ come essere un uomo doppio” (Leonard Bernstein)

Si definiva proprio così, un “uomo doppio”, Leonard Bernstein. Così come considerava Gustav Mahler, l’artista al quale si sentiva più empaticamente legato, proprio alla luce di questa doppia personalità. La personalità di chi crea ed interpreta, dirige ed esegue. Bernstein aveva molti motivi per specchiarsi in Mahler e (con un pizzico di presunzione, trattenuta dentro di sé) ritenersi un suo degno successore. Compositore, personaggio famoso, direttore di alcune tra le più celebri e stimate orchestre del mondo, tra le quali la New York Philarmonic Orchestra, la stessa che, mezzo secolo prima, aveva visto sul podio proprio Mahler. Ma ancor più che per la brillante carriera di direttore, che lo ha portato a lavorare con gente come Maria Callas, Glenn Gould e Josè Carreras, il nome di Leonard Bernstein è legato a Broadway e al musical, con un capitolo, quello di West Side Story che ha segnato per sempre l’immagine del compositore e dell’uomo.

Nato nel 1918 a Lawrence, nel Massachussets da una famiglia ebrea proveniente da Rovno, in Ucraina, a causa delle insistenze di una nonna molto tradizionalista, fu chiamato Louis, ma l’abitudine presto arrivò a sostituirsi all’ufficialità e il suo nome, all’età di 16 anni fu definitivamente cambiato in Leonard. Figlio di un uomo d’affari, reticente alla carriera musicale del figlio, “Lenny”, nonostante il poco entusiasmo dei genitori, si dimostrò uno studente modello. Cominciò a studiare pianoforte a dieci anni e, laureatosi ad Harvard con Walter Piston, si iscrisse successivamente al Curtis Institute of Music, dove riuscì a strappare il massimo dei voti al severo Fritz Rainer, col quale studiò direzione d’orchestra. Le sue particolari doti d’interprete, lo portarono presto ad avere incarichi di una certa responsabilità. Nel 1940 seguì Serge Koussevitzky al Tanglewood Music Center, patrocinato dalla Boston Symphony Orchestra, divenendone presto l’ assistente. Ma è nel 1943 che avviene il grande salto verso la celebrità. A soli venticinque anni, infatti, fu nominato direttore sostituto alla New York Philarmonic Orchestra, allora guidata dal grande Bruno Walter e, proprio un forfait del Maestro all’ultimo momento, lo portò per la prima volta sul podio dell’orchestra statunitense, inaugurando un sodalizio che segnerà in maniera indelebile la sua carriera. In programma, il Don Chisciotte di Strauss, che il giovane non aveva mai diretto. In questi casi, il famoso detto “o la va o la spacca” sembra il più appropriato per una situazione del genere. E lui “spaccò” nel vero senso della parola, guadagnandosi gli elogi di tutti, dagli orchestrali, al pubblico e la critica.

West Side Story, ovvero la celebrità

Quelli della seconda guerra mondiale sono anni cruciali anche per il Bernstein compositore. On The Town segna l’inizio della sua proficua attività sulle scene di Broadway, che culminerà, poco più di dieci anni dopo, nei capolavori Candide (1956), tagliente parodia del maccartismo e soprattutto West Side Story (1957), il suo musical più celebre in assoluto, creato in collaborazione con Jerome Robbins, Stephen Sondheim e Arthur Laurents. Un’opera che, dopo le 732 repliche a Broadway e una tournée fortunatissima, divenne popolare in tutto il mondo grazie alla sua versione cinematografica del 1961, che portava la firma di Jerome Robbins e Robert Wise. Mai film musicale aveva ottenuto prima tanti premi e riconoscimenti (sono ben dieci i Grammy Awards vinti). I motivi del successo di West Side Story, in un’epoca in cui il musical si era già imposto come genere codificato alla ricerca di nuovi linguaggi, è da attribuire ad un approccio molto particolare degli autori, a partire dalla scelta del soggetto, tratto da un classico della letteratura inglese, Romeo And Juliet di William Shakespeare. I toni drammatici, a volte tragici, della storia, in netto contrasto con i temi leggeri scelti per la maggior parte dei musical fino ad allora rappresentati; una musica sofisticata, raffinata, colta eppure “popular”, l’ambientazione legata a situazioni reali e molto scottanti (come l’immigrazione portoricana negli U.S.A. e la novità della guerra fra bande), conferirono nuova linfa e freschezza ad un genere che ancora oggi appare vivo e vegeto. Certo, l’ottima versione cinematografica ebbe un ruolo di primo piano nella diffusione mondiale della storia dell’amore di Maria e Tony, due giovani appartenenti a fazioni in lotta (proprio come Romeo e Giulietta), ma è soprattutto la musica ad aver tenuto viva la forza comunicativa di West Side Story. Canzoni come Maria e America, sono rimaste materia viva per decenni. Della seconda, in particolare, con il suo ritmo irregolare alla Stravinskij, ricordiamo le numerose cover da parte di certo rock orchestrale (che a Bernstein ha fatto spesso riferimento), tra cui ricordiamo quella di Keith Emerson con i suoi Nice, che ha trasformato il brano in una vera e propria suite.

La doppia personalità di Bernstein, accompagnerà la sua attività di musicista anche in questi anni. Al successo di West Side Story corrisponde, infatti, la fortunata collaborazione con le istituzioni israeliane e, in particolare, con l’orchestra di Tel Aviv, che sarebbe durata per tutta la vita. Nel dopoguerra, la sua carriera di direttore spicca il volo e delle collaborazioni prestigiose di questo periodo si perde il conto: nel 1951 sostituisce Koussevitsky (che due anni prima aveva diretto la sua 2nd Symphony); nel 1953 è il primo americano a dirigere alla Scala (Medea di Cherubini con protagonista la Callas); ma probabilmente, l’evento più importante che lega strettamente Bernstein alle sorti della storia della musica, come una sorta di “scopritore” (alla maniera di Mendelssohn con Bach) è stata la prima mondiale della Seconda Sinfonia di Charles Ives. Come Mendelssohn scoprì il genio artistico di Bach cento anni dopo la sua morte, mettendo in scena per la prima volta la Passione Secondo Matteo, così Bernstein, cinquant’anni dopo la sua stesura, faceva rivivere l’avanguardismo di Ives, assolutamente snobbato fino ad allora. E lo fece destando entusiasmo perfino nell’autore, ancora vivo. Del resto, Lenny rimase sempre molto sensibile alle nuove prospettive della musica contemporanea. Ne è testimonianza il legame artistico con il suo amico Aron Copland, del quale non smise mai di eseguire opere (dalle Piano Variations al catalogo orchestrale), ma anche la sua propensione a mettersi alla prova dirigendo musiche mai eseguite prima (come nel caso della mastodontica Turangalila Symphony di Messiaen).

Il progressista più amato d’America

Ma non furono questi i motivi principali del suo successo popolare, bensì i suoi Young People’s Concerts, una serie di 53 puntate televisive per la CBS dedicate all’educazione musicale dei giovani, ricche di approfondimenti ed esecuzioni, andate in onda tra il 1958 e il 1972 e che lo imposero come personaggio originalissimo, preparato, sensibile e fortemente comunicativo. Un personaggio che anche nella vita privata non mancava di creare interesse attorno ad un uomo fortemente, progressita, avanguardista e controverso. Risaputamente schierato a sinistra all’epoca del maccartismo (sovvenzionò anche il movimento estremista dei Black Panthers), appena gli fu possibile dichiarò apertamente la sua bisessualità e lasciò la moglie, l’attrice e musicista Felicia Montalegre, per vivere in libertà con il suo amante Tom Cothran. Nonostante ciò riuscì a vivere una vita tranquilla. Anzi, fu addirittura capace, nel periodo di massima avversione degli americani verso qualsiasi cosa fosse “rossa”, di organizzare un tour europeo con la NY Philarmonic toccando perfino l’Unione Sovietica, dove eseguì la Sinfonia n.5 di Shostakovic alla presenza del compositore.

Il suo modo di dirigere e di orchestrare, brillante, limpido, sostenuto, diventò un vero e proprio sigillo, che rese memorabili alcune sue esecuzioni. Significativo, da questo punto di vista il ciclo completo delle sinfonie di Mahler, che Bernstein registrò negli anni ’60. Nelle sue mani, le pagine del compositore tedesco, trovano nuova luce, vengono allo scoperto in una veste appariscente, quasi fiabesca in alcuni tratti. Il compositore colorato, appariscente, autore di musical, penetra nella fitta rete dell’intimismo mahleriano con spettacolare verve e lo trasforma dall’interno, aggiungendo senza sottrarre, risaltando senza nascondere. Non è un caso che le sue interpretazioni divennero presto dei punti fermi nelle esecuzioni della musica di Mahler per tutta la seconda metà del Novecento.

Un capitolo a parte meriterebbe il suo aspetto più nascosto e trascurato, che riguarda le composizioni strumentali e il catalogo operistico. La ragione di questa zona di penombra all’interno dell’opera del compositore di Lawrence è senz’altro da attribuire in larga parte al successo di alcuni dei suoi musical, che oscurò molti dei suoi lavori orchestrali. Dai balletti Fancy Fee (1944) e Facsimile (1946), alle opere sinfonico-corali (Kiddish – 1963; Chichester Psalms – 1965); dalle sinfonie alle opere in 1 atto, Trouble in Tahiti (1952) e A Quiet Place (1983), la produzione dello Bernstein compositore si riconosce per uno stile eclettico vicino al neoromanticismo e poco disponibile verso lo sperimentalismo post-weberniano e per una spiccata sensibilità verso il folklore americano.

Il 25 dicembre del 1989, dieci mesi prima di morire, nell’ambito delle manifestazioni per festeggiare la caduta del Muro di Berlino, Bernstein diresse la Nona Sinfonia di Beethoven. Per l’occasione, nel testo del famosissimo Inno Alla Gioia di Schiller, la parola “gioia” fu sostituita da “libertà” (Freiheit, in tedesco). E’ Beethoven ad accompagnarlo simbolicamente negli ultimi mesi della sua vita. La sua ultima volta sul podio, nell’agosto del 1990, alla guida della Boston Symphony Orchestra, chiude il cerchio della carriera di un grande americano, nel segno della tradizione. In programma la Settima Sinfonia di Beethoven, la cui esecuzione, per problemi di salute, fu interrotta anzitempo, come fosse una sorta di opera “incompiuta”. Al Maestro restavano due soli mesi di vita per combattere contro il suo enfisema polmonare. Morirà il 14 ottobre nella “sua” New York, città che lo ha adottato e della quale lui stesso è diventato uno dei simboli.