The Residents, copertina del singolo “Bury My Bone”
Geriatric power

Metal Meat & Bone, le ossa dei Residents

Torna a furor di popolo la rubrica Geriatric Power (a proposito, visto che me lo chiedono, il “power” non indica il potere nel senso comune del termine, ma al contrario è il tasto di accensione dell’amplificatore o di qualsiasi macchina musicale) che come sapete seziona la zona dei vecchiardi che non ne vogliono sapere di andare in pensione ma continuano a portare avanti testardamente la loro ricerca, la loro missione.

Ed è proprio perché oramai non hanno nulla da dimostrare che – appunto – lo dimostrano alla grande. In questa puntata però parliamo di un disco che in qualche modo scavalla tutto e dalla vecchiaia passa direttamente alla morte e addirittura al suo superamento. È la morte che comunica con i vivi, è un passaggio di testimone che in qualche modo sembra evocare quello stato in cui l’anima si stacca dal corpo dopo il decesso e per un bel po’ continua a vagare nella realtà prima di passare allo stadio superiore che molti chiamano paradiso. Il disco il questione si chiama Meat Metal & Bone e sigla il ritorno dei mitici Residents: un ritorno che ha spaccato leggermente i fan e reso la critica, se non tiepida, piuttosto affabile nei confronti della band perché, in effetti, non è che puoi sfanculare Dio facilmente, soprattutto se come abbiamo detto non ha nulla da dimostrare ma proprio in virtù di ciò lo dimostra a stecca. Abbiamo quindi da una parte recensioni mai negative, ma nelle quali vediamo che ci si frena parecchio nei giudizi, e dall’altra gente comune che sbraita chiedendo la loro pelle. Poi ci sono i fan duri e puri che si comprerebbero anche le loro mutande i quali, invece, gridano al capolavoro. La questione forse è molto diversa, nel senso che questo disco dovrebbe avere dei metri di giudizio specifici, per cui non si tratta di un prodotto discografico e basta, ma di qualcosa che riguarda un bisogno primario di espellere la “merda”, di esorcizzare un “cazzo per il culo” esistenziale. Di conseguenza vediamo di cosa tratta e quali sono i retroscena e gli antefatti.

Innanzitutto si parte appunto da un evento infausto, ovvero la morte del guru spirituale dei Residents, la forza creatrice primaria, ovvero Hardy Fox, Stroncato da un cancro due anni fa, ci lascia un ultimo disco con la sua band chiamato Intruders, che per il sottoscritto rappresenta un vero picco della band, completamente calato nella contemporaneità senza cedere di un millimetro all’abrasività del gruppo dalle ex teste a bulbo oculare. Nessuno credo, o almeno io assolutamente no, pensava che i Residents si sarebbero ancora fatti vivi sulle scene nonostante una 40ina di dischi alle spalle e una carriera per cui, se non hanno detto tutto, poco ci manca: e invece rieccoli qui. Con al posto dei bulbi oculari succitati, oramai mandati in pensione da tempo e solo saltuariamente recuperati, delle maschere di cani rabbiosi e un concept interessantissimo: ovvero la scoperta di alcune demo del misconosciuto bluesman Alvin Snow detto Dyin Dog tramite il loro collaboratore Roland Sheehan. Demo che colpiranno moltissimo i nostri eroi, portando a registrare delle loro personali versioni e a scrivere nuovi brani ispirandosi alle stesse canzoni di Dyin Dog.

Sono i Residents che, in effetti, non fanno propriamente un balzo avanti, ma tornano indietro, alle origini, al blues. Perché se è chiaro che prima col blues i nostri ci flirtavano soltanto, è altrettanto vero che non avevano mai realmente approfondito la materia. Il blues nella loro musica è però evidentissimo, è un po’ la muscolatura che fa camminare lo scheletro: basti pensare a “Blue Rosebuds”, che a tutti gli effetti è un blues ovviamente mangiato dal loro stile (e ricordiamo che Duck stab , il disco in cui è contenuto il brano, sta per essere riproposto dai Residents dal vivo insieme al disco nuovo…non certo una coincidenza). Così come le versioni cover di Elvis di The king and I, completamente virate in una zona “black” primigenia, facendo tornare il rock n roll bianco del nostro storico ciuffone ai diretti inventori neri. Circolavano peraltro voci di un disco blues dei Residents che era ancora chiuso da qualche parte, beh alla fine eccolo qui: perché in fondo questo Dyin Dog probabilmente non esiste. Non c’è traccia della sua opera nella storia del blues, e, in effetti, solo i Residents sono i divulgatori della musica di questo personaggio: che poi stranamente, secondo i comunicati ufficiali, era un nero albino che dopo una serie di 45 giri negli anni Settanta, alla notizia della morte del suo idolo Howlin Wolf fugge sconvolto perdendosi nel nulla della macchia e non tornando mai più all’orizzonte.

Ancora più probabile è che le demo fatte girare nell’edizione completa del disco non siano di Dyin Dog ma proprio dei Residents; e questo rende la storia una delle più grandi invenzioni residentsiane dai tempi di Eskimo. È una storia fatta crescere già nel 2017 quando circolò il box set su Alvin Snow, con relativo documentario, per preparare il terreno al disco, per farlo lievitare a puntino prima di tirarlo fuori dal forno. È una storia di fame, di disagio, di povertà: è la storia di un’America che affonda nel fango e che, improvvisamente, durante la pandemia prende un’altra piega. Probabilmente i nostri decidono proprio in pieno lockdown che è ora di far uscire il progetto, che sembra calzare a pennello col periodo storico. Si rafforza il concept: da che la copertina doveva raffigurare solo il volto di questo presunto Alvin Snow, mostra invece i nostri eroi con la maschera da cane nero (di Satana), verso un presente minaccioso che apre le porte appunto alla paura, alla povertà, alla morte.

Morte che in un certo senso è sublimata in quello che è un chiaro omaggio a Hardy, e anzi ne è probabilmente il testamento finale in quanto non è escluso – anzi ne sono quasi certo – che il nostro sia qui ancora al comando nelle registrazioni, capaci di andare oltre il tempo e lo spazio fisico: alla fine Dyin Dog è proprio lui. È anche una riflessione sull’anonimato, quello che da sempre i Residents hanno portato avanti facendone la loro forza, che poi è stato snaturato dai vari fenomeni da baraccone pop fino a renderne la portata inoffensiva. Ecco perché improvvisamente e paradossalmente l’anonimato ha un nome: quello di un bluesman sconosciuto ai più, come sconosciuti sono la maggior parte degli artisti che hanno qualcosa da dire, calpestati in un mare di prodotti digitali e di sedicenti producer con i booking al seguito pagati fior di dobloni.

È forse il momento di ritirare fuori una singola identità, ma inquieta, carbonara, di cui i Residents a questo punto rappresentano i fantasmi interiori, il rancore verso una società matrigna intrisa di cattiva coscienza. Fin qui il disco è chiaramente ad altissimi livelli, ma poi arriva la musica e si rimane spiazzati, non si sa bene che giudizio dare. Perché ad essere davvero convincenti, sono solo le demo, che tra l’altro pagano tributo a Capitan Beefheart (e il produttore di Meat Metal and Bone – stranamente- è proprio Eric Drew Feldman che di Beefheart era collaboratore). Codeste demo suonano troppo patinate perché siano davvero reduci dei settanta, tanto che nelle tastiere non è difficile ascoltare i suoni di una app moderna, ma in generale – nonostante il loro os/tentato classicismo – sono davvero “di cristo”.

Per dire, la versione di DIE! DIE! DIE! demo è esplosiva, quella dei Residents con Frank Black dei Pixies alla voce (e relativo video anti Trump fin troppo telefonato) è invece troppo carica di distorsioni, troppo enfaticamente legata a un discorso “industrialoide” vecchio stile che alla fine si esaurisce in una specie d’imitazione portata all’estremo di Tom Waits, quello di Bone Machine (e la presenza della parola Bone dovrebbe far riflettere…) ovviamente. Così come in altri episodi sembra di sentire un Nick Cave particolarmente ..sì, residentsiano. Come per esempio Hungry Hound: in cui addirittura sembra di sentire la voce di Kilye Minogue passata per un colabrodo della Ralph Records. Paradossalmente il tentativo di creare degli arrangiamenti diciamo moderni ed elettronici, fatti di trovate varie, post-produzioni ed editing (tipo Dogs dream, che sembra un pezzo pop da classifica imbastardito e punzecchiato come un palloncino) invece di rinfrescarle invecchia molto le canzoni, definendone i difetti come accade nei film in HD: canzoni che in se, nude e crude, sono invece notevoli e particolarmente devastanti.

A volte invece si hanno dei guizzi vincenti come Dead Weight, di cui si perdona il mood vocale prevedibile per un arrangiamento quasi “multidimensionale”. Quando invece i Residents fanno i Residents, con quelle voci squagliate e l’andazzo claudicante e acido come in I know, risultano troppo indulgenti verso formule da loro chiaramente utilizzate fino allo sfinimento. Ma la questione è appunto che vogliono esserlo apposta, indulgenti: altrimenti il giochetto delle demo di Dyin’ dog va a farsi fottere, perché è li che abbiamo il vero disco dei Residents. Incazzati, stufi, doloranti ma che non hanno nessuna voglia di arrendersi o che forse anche loro sono già spariti alla morte del loro idolo Fox e noi non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.

Dove Metal Meat and Bone è discontinuo e parecchio tendente al “lamento funebre” (e capiamo il perché, anche qui è volutamente e a questo punto giustamente caricata la cosa), The Residents present Alwin Snow aka Diyn’ Dog è compattissimo e furioso rivelando un aspetto crudo dei Residents che in effetti non avevano ancora tirato fuori in maniera così priva …sì, di maschere, comprese quelle contro il Covid. E sicuramente il suono generale è molto “metal”, come da titolo del disco, il che è sicuramente una bizzarria: come se un suono nero e uno bianco, i più estremi nell’essere stati storicizzati, si combattessero sul campo del male, e la loro unione generi proprio il sangue albino di Dyin Dog il cui perenne malessere permea l’opera tutta, simbolo di un’umanità che non trova pace neanche dopo morta, perché forse non si rassegna a morire e vaga chissà dove, nonostante sia in decomposizione.

«Essendo originari degli Stati del Sud – nello specifico della Louisiana – i Residents sono cresciuti immersi nel blues, per cui da sempre lo apprezzano. Per essere ancora più precisi, uno di loro ha anche visto Bo Diddley dal vivo quando frequentava l’ultimo anno delle superiori. È accaduto durante quella festa selvaggia di fine anno scolastico che in zona tutti chiamano German Dance: quell’evento fu la gloriosa conclusione del suo ultimo anno di studi e si tenne fra le 2 e le 6 del mattino, dopo il barbosissimo ballo ufficiale annuale. Il concerto di Bo Diddley gli cambiò la vita».

Questo rivela il portavoce della Criptyc Corporation, Homer Flynn, in un intervista a Rolling Stone: possiamo immaginare dunque chi sia costui , il folgorato da Diddley sulla via della “teoria dell’oscurità”: ovviamente è sempre Hardy Fox e quindi niente, dobbiamo semplicemente ascoltare Metal Meat and Bone per quello che è: un grandioso epitaffio alla memoria, e genufletterci quindi adoranti. Perché di sicuro i Residents non moriranno mai, ma la nostra capacità di commuoverci forse si.

dedicato a monsieur Ciro Fanelli