Ennio Morricone (EPA)
Geriatric power

Morricone Secreto

Carissimi lettori, nella nostra rubrica hanno già parlato di “grandi deceduti” che dopo la loro dipartita ci lasciano un loro testamento inoppugnabile (vedi Chuck Berry). Quindi non possiamo esimerci ora dal parlare di un “grande vecchio” la cui scomparsa ha in un certo senso squassato tutti gli addetti ai lavori e ovviamente anche il grande pubblico, poiché la sua personalità copriva un gradimento di popolo a 360 gradi.

Stiamo parlando di Ennio Morricone, che a luglio ha pensato bene di lasciare questo mondo ingrato. Sì, ingrato, perché di Morricone si è purtroppo sempre scritto e detto tanto senza mai umanizzare il soggetto ma anzi il più delle volte idealizzandolo. Io stesso ho scritto parecchi articoli su di lui (che oramai lo sapete conobbi di persona in tenera età, e me la rivendo ovviamente sempre) e ogni volta il mio tentativo è quello di salvarlo dalla critica musicale sui generis, ma forse proprio da qualsiasi critica musicale: tentativo chiaramente fallimentare perché solo tacendo e ascoltando le sue opere è possibile farlo. Quella critica che vuole ingabbiarlo nel ruolo di autore di colonne sonore generaliste della serie “che bella la melodia di quel film” anche se è anche composta “di mestiere”, e non con chissà quali moti d’ispirazione e di quella che gli vuole per forza affibbiare ruoli da compositore maledetto, ”psichedelico”, “alternativo” quando invece quello che interessava a lui era stare a casa in famiglia, svegliarsi presto la mattina, andare regolarmente di corpo e cose del genere.

Per non parlare di chi rileva la sua importanza come grande arrangiatore di canzoni pop e del fatto che fosse un professionista della serie fa “anche colonne sonore ‘normali’ perché è da lì che si vede il grande maestro”. Beh non è proprio così: Morricone era Morricone anche e soprattutto perché il suo continuo studiare brancolava nel buio, tanto da diventare molto spesso dilettantistico per paradosso, e li stava la sua grande forza, non il contrario. Non è che quando senti i suoi temi psichedelici vuol dire che Morricone ne capisca di psichedelia, anzi. Come già stradetto, era la sua personalissima idea di pischedelia per cui non può essere inserita in alcun filone se non quello che riguarda la sua immaginazione pura basata su degli studi che sono quasi quelli di Leonardo quando s’inventa i colori a uovo (spariti tosto da L’ultima cena). Quindi semmai lui va “oltre” per provare a fare il “contingente” (e, infatti, molte tendenze ha preceduto, tanto che a volte gli accollano anche cose che non si è mai propriamente inventato, come ad esempio il krautrock) E questo vale anche per la sua musica sperimentale: che troviamo in maniera diciamo “spalmata” con tutto il resto in questo disco postumo del maestro, appena usscito e chiamato in maniera misteriosa e oscura col titolo di Morricone segreto.

Beh in realtà questo disco di segreto ha davvero poco. Come direbbe il mio amico Gilpsych, “su trenta pezzi sette sono davvero segreti”. E trattasi dei brani nati per un film mai uscito Lui per lei di Claudio Rispoli, che sono inseriti e spinti come la chicca di questo disco: che però anche in questo caso sono stati già editi in cd, compilation e roba del genere (comprese le tracce da La smagliatura di Peter Fleischmann) quindi questa strombazzata “esclusività” è parecchio fuori luogo. Il resto dei brani viene da colonne sonore comunque già pubblicate, magari non tutte ristampate questo sì, ma che di base sono segrete solo per chi conosce esclusivamente il Morricone mainstream. Che ovviamente rappresenta il novanta per cento degli ascoltatori medi: che sia un’occasione per far riscoprire a costoro un lato del Maestro troppe volte messo in secondo piano è operazione lodevole, ma anche un po’ paracula per abbindolare chi è un collezionista / feticista / fissato con le zone più weird del nostro eroe. Insomma si lancia il verme attaccato all’amo aspettando che il cultore della domenica abbocchi all’hype. Un disco veramente oscuro lo sarebbe stato se avessimo avuto vere outtake o comunque brani scelti dalle colonne sonore – per esempio – di Elio Petri, quelle in cui Morricone diventa violentissimo, harsh, completamente incompromissorio e che vede metabolizzate in sé le esperienze elettronico / acustico / concrete del Gruppo d’Improvvisazione Nuova Consonanza.

E anche in quel caso Morricone soffriva di non riuscire a essere “del tutto” sperimentale, lo testimonierebbero gli accesi scontri verbali in quanto a modus operandi con gente, ad esempio, come Mario Bertoncini che all’interno di Nuova Consonanza era suo collega. Eppure, questa “mancanza” era poi parte dell’originalità del Maestro che riusciva ad approcciarsi alla materia con la sensibilità di chi sa e vuole – in maniera conscia o meno – che anche le cose più estreme possano rimanere nelle orecchie e nella mente di tutti. E allora ascoltiamo questo disco senza tante sovrastrutture, levandoci di torno le aspettative, per capire un po’ dove vuole andare naturalmente a parare.

Si parte con Vie – Ni, tratto dalla colonna sonora di Quando l’ amore è sensualità, anno 1973, in cui si sentono aromi di sapore Cittadino al di sopra di ogni sospetto, con quelli che sembrano sintetizzatori a picco e inquietanti voci femminili a marcare il doppio senso del titolo (le stesse voci che invece creano negli arrangiamenti dei pezzi di Vianello, sempre opera del Maestro, quell’atmosfera spensierata). E poi mandolini disintegrati, suoni che sembrano presi da fresatrici, ritmi metronomici e dissonanze scordate, trombe che fungono da granulatori ante litteram, un approccio in cui tutto si spezza con l’unica sicurezza di un pianoforte ostinato uguale e contrario a se stesso col contorno di percussioni “esotiche “. Anche in Fantasmi grotteschi da Stark System del 1980 la modalità è la medesima, segno che Morricone lavorava anche basandosi su uno standard che poi cambiava alla bisogna, spremendo l’idea originaria dell’arrangiamento fino a esaurimento scorte.

Vita e malavita che segue, da Storia di vita e malavita del 1975, nel suo muoversi come una sequenza sintetizzata, rappresenta infatti uno sviluppo ulteriore del già sperimentato nei pezzi succitati, tutto pianoforti honky tonky e archi e orchestra che seguono ritmiche spezzate e quasi programmate anche qui tra consonanze e dissonanze, un brano massiccissimo e senza dubbio da ricordare. Tette e antenne da La smagliatura, oltre al suo titolo esplicito, è una specie di lounge deviata, a colpi di oboe e orchestre da mobiletto hi fi e cristalliera di amari, retrofuturista quanto basta per sentirsi in testa i caschi dei pronipoti su una città impregnata di design anni sessanta. Stessa cosa vale per Patrizia dal film Incontro del 1971, una specie di beat per scapoli che assorbe il malessere di una generazione in due minuti scarsi tra organo secco e atmosfere da aperitivi vitelloni corretti con polverine magiche.

Ennio Morricone (2017)

Non fa eccezione Dalia, da Il bandito dagli occhi azzurri del 1980, un simil jazzato alla Hancock che ti fa subito mettere mano allo Stock 84 per quanto suona datato in un modo tale da eternarlo. 18 pari identica cosa, tratto da Un uomo da rispettare del 1972, in cui ritmi brasiliani s’iniettano tra chitarra e organetto secco, con inserimento di flauto che fa molto pubblicità d’epoca: l’aspetto interessante qui sono le percussioni, che – maligne – cercano delle crepe nell’arrangiamento per venire alla superficie ed eroderlo. E arriviamo al film Lui per lei anno 1972, Psychedelic mood ha di psichedelico forse solo la chitarra elettrica trattata in maniera assolutamente straniante, quasi shoegaze, certo la base di chitarra acustica e batteria ha echi barrettani ma anche molto della parrocchietta dietro casa e stupisce proprio per questo mash up apparentemente impossibile. Fuggire lontano da L’automobile, del 1971, è ancora una volta un beat. Parte da una sequenza di clavicembalo e batteria sulla quale si dipana un organo che va per i cazzi suoi, poi messo alle strette da due chitarre acide col wah wah e leva: e poi arrivano gli staccati per archi tipici del Morricone drammatico, tra Quattro mosche di velluto grigio e La cosa. Jukebox psycheldelique da Peur sur la ville minos, del 1975, in realtà non è psichedelico ma simil indiano, con un piffero atonale che suona eccessivo come Robert Smith su Wailing wall dei Cure, quindi se vogliamo già in area post punk senza saperlo.

Tornando a La smagliatura, Fondati timori crea quel sostrato horror che ritroviamo anche ne L’uccello dalle piume di cristallo, fatto di cluster al piano, batterie quasi free, archi a frequenze spacca orecchie che sembrano mosconi su un cadavere, e tutta una serie di effettazzi concreti che si spengono in neanche due minuti. Edda bocca chiusa da Lui per lei è un geniale loop di voce a bocca serrata che dura solo tredici secondi e potrebbe durare in eterno se ci fosse un locked groove. Non può essere vero da Mio caro assassino del 1972 contiene accordi di pianoforte a casaccio, xilofono che suona selvaggiamente random, e una sezione ritmica che se ne va quasi stile Tortoise su un sottofondo di suoni disturbati e magma di violini bistrattati ma rigorosi nella loro progressione. Da Eat it del 1969 abbiamo una paranoia hard beat anche qui quasi dark wave, con tanto di voci maniacali, trombe che riecheggiano l’ esperimento the feed-back de Il gruppo, ovvero lo stesso Morricone e i suoi accoliti del Gruppo D’Improvvisazione che cercano di inseguire la musica dei giovani ovviamente superandola (uscirà però solo un anno dopo).

Comunque sia la situazione beat continua, Nascosta nell’ombra da Quando l’amore è sensualità. Sembra un pezzo noise rock ante litteram, tutto wah a cannone, distorsioni urlanti e progressioni arcigne, un minuto e nove secondi che sembrano proiettati nel 1990. Dramma su di noi da Spogliati protesta uccidi del 1974 è l’ennesima versione di beat malato fatto di pianoforti che sciorinano accordi cromatici, batterie da fattoni e assoli fuzzati senza ritegno, anche qui un minuto e trentacinque buoni per farci un loop eterno. Lui per lei è un brano recuperato dalla famosa colonna sonora mai uscita e riciclato fuori nella colonna sonora del film Senza sapere niente di lei, una ballata tanto romantica quanto poco rassicurante in cui spicca una chitarra elettrica trattata come una tromba, ovverosia l’opposto di come usava fare Miles Davis, e poi si passa al sognante Morricone quasi “classico” nelle atmosfere. Beat per quattro ruote da L’automobile sembra Morricone che inventa il big beat, chiaramente inseguendo un’idea di beat che non è mai esistita (e infatti il brano dura solo cinquanta secondi netti). Stark system dall’omonimo film del 1980 cerca di spostare l’ennesima idea di beat in territorio disco dance tutto levare organi e bassi “piramidali”.

Abbiamo poi un’alternate version dal film Il Clan dei siciliani, Tema n* 5 in cui la lezione di Petrassi è filtrata da… indovinate? Dal beat ancora una volta. Pezzo che si snoda sul terreno degli I Ching stile “Ordine pubblico degli Starfuckers (avvezzi agli stessi sistemi di composizione) e che mantiene una tensione quasi rocckeggiante/ no wave. Rene’ la canne del 1977 (dal film titolato in Italia come Tre simpatiche carogne) vede un synth finalmente in prima linea, con una serie di vocalizzi che lo rendono quasi la risposta di Morricone a Wendy Carlos e i suoi esperimenti ai limiti con la classica. A volte ricordando anche certe cose di Blue Marvin e di tutti quei dischi in cui il Moog faceva un po’ le cover di qualsiasi cosa: poi il botta e risposta tra voci e tastiere orchestra, tipici del Maestro. Ore 22 da San Babila un delitto inutile del 1976 arriviamo alla zona più vicina ai deliri delle colonne sonore di Petri, tra fischietti, batterie metronomiche, fiati squadrati e vuoti pneumatici da assalto sonico emotivo, anche qui sfruttando i cromatismi a manetta forse “perculando” Nino Rota. Sinfonia di una città, tratto da Copkiller ovvero il cult film del 1983 che vede John Lydon e Harvey Keithel recitare assieme, è un po’ la versione PIL di Morricone (la band in effetti all’ inizio avrebbe dovuto firmare lo score).

A parte questo, è un brano di alta atmosfera, forse tra i primi esempi di uno stile morriconiano che si evolve appieno verso gli anni ottanta. L’incarico, da Un uomo da rispettare, è una vampata ambient krauta che poi si dimena in un blues jazzato fumoso e sospettoso. L’ immoralità dall’ omonimo film del 1978, è invece un brano arioso destrutturato da un basso nervoso e quasi pronk che si mette a sfidare una sezioni di archi soave e di stampo rock sinfonico che sfocia nell’ ambient. Inseguimento mortale da La tarantola dal ventre nero del 1971, rimane nel solco del Morricone horror, fatto di dissonanze strumenti scordati, tasselli metronomici, ansie dodecafoniche e atonali, nulla di particolarmente originale ma sempre efficace alla bisogna della pellicola. Conclude Macchie solari dall’ omonimo film del 1975, che è un tema pop su una progressione di piano quasi technopop (non a caso lo vedremmo bene coverizzato dai Depeche Mode), con un flauto che fa le veci di un cantante e tanto di botta e risposta con l’orchestra quasi mozartiano.

Finisce il disco e insomma ci si rende conto che, a parte la discutibile rarità di questi brani, molti sono schegge di pochi minuti se non di secondi, e che si batte il chiodo principalmente sull’ aspetto “beat psichedelico”e “bachelor pad” e un po’ di meno sul resto. Il che fa del disco comunque un’ottima raccolta di brani “malati” del nostro Ennio, ma si poteva comunque fare di più. Ad esempio, levare di mezzo proprio il discorso filmico e mettere insieme le sue opere sperimentali a parte, roba come Tre scioperi, per intenderci: il che avrebbe aperto al pubblico generalista un lato di Morricone che era quello della sperimentazione a tutto tondo e della musica contemporanea. Voci di corridoio dicono che Ennio si facesse pagare profumatamente per eseguire le musiche per film e che invece mettesse in scena le sue opere sperimentali anche gratis. Non siamo certi di questo, ma non ci sembra tanto lontano dalla verità: se bisogna dare le perle ai porci, a ben vedere, meglio non darle proprio.

Se ascoltiamo il disco senza pensare ai registi (che infatti, volutamente, non ho citato) e decontestualizzando tutto, i brani di Morricone stanno in piedi da soli, vivono di vita propria, si muovono su una linea narrativa che non ha né un prima né un poi: il Maestro è fieramente senza tempo perché anche quando insegue l’attualità fortunatamente la sfiora e basta. La questione, ad ogni modo, è che trovare oggigiorno qualcosa di Morricone che non sia già stato disseppellito è praticamente impossibile, salvo che non ci siano già dei piani per tirare fuori qualcosa a tempo debito, come scavare nella sua tomba e tirarne fuori le ossa. Occasione mancata o meno, quello che è importante non è tanto questo dilemma, quanto considerare ogni uscita del Maestro come un’occasione per approfondire una personalità sfaccettata e inquieta, che in un certo senso rappresenta in sé le tante collisioni della musica moderna, del nostro tempo, i cui generi e attitudini spesso si fondono come respingono.

La bellezza non è solo inventare non inventando nulla ma, soprattutto, l’imperfezione della perfezione, che ovviamente non esiste, e solo tensione. Tant’è che lo stesso Morricone ce lo rivela: «Purtroppo sono talmente scettico sulle congratulazioni che mi fanno che penso soltanto se ho fatto il mio dovere». E da quel punto di vista, il Maestro ci ha dato un grande, indimenticabile, esempio di umiltà. È probabile quindi (sempre quasi parafrasando l’Ennio nazionale) che se la razza umana si estinguesse e i marziani arrivassero sulla terra, sarebbe proprio ascoltando le colonne sonore di Morricone che capirebbero come eravamo.

grazie a Simone Pappalardo