Re-boot #31

Nuova puntata di Re-boot, perché i dischi italiani in uscita sono troppi e lo spazio a disposizione per scriverne in maniera approfondita mai abbastanza. La nostra rubrichetta ci viene giusto in aiuto saggiando per voi in versione “collettiva” lavori recuperati dalla pila degli arrivi e su cui ci sarebbe dispiaciuto tacere, corredati da ascolti integrali e/o assaggi multimediali. In un numero in cui gongolano le chitarre, non mancano parentesi “smart” inaspettate, riferimenti filosofici e certe dilatazioni ambient-elettroniche tutte da scoprire.

Cominciamo con un basso post-punk corposo, certe analogie Replacements nelle gerarchie tra le parti in causa (voce, chitarra, pianoforte, basso, synth, batteria), un cantato di cui sarebbe fiero Michele Bitossi (Mezzala, Numero6) e un’indole pop nonostante l’elettricità diffusa: stiamo parlando degli Ella Goda, ovvero come trasformare Schopenhauer in motivetti leggeri solo in apparenza («nella testa gli aforismi e una laurea di filosofia») e a pronta presa. Si parla di chitarre che diventano nostalgiche foto ingiallite (La mia eredità), di indifferenza (Qualcosa di astratto), d’amore (Che cosa rischiamo), e lo si fa anche attraverso un britpop che entra a gamba tesa (Solo il silenzio). Tra qualche sporadica ingenuità, alte aspirazioni e una personalità quasi maggiorenne, resta qualcosa di inespresso in questo omonimo esordio, ma la musica è solida, onesta e credibile. Tanto basta per dargli una possibilità (streaming integrale nella pagina album dedicata) (6.8/10).

Gli Heidi For President sono quello che ci piace definire una band “smart”. Nel loro primo disco Nostrils hanno il buon gusto di non strafare, abbracciando invece un minimalismo negli arrangiamenti che esalta la grande cura alla base delle composizioni. L’esempio da seguire potrebbero essere sillogismi in forma di band come The XX o Alt-J, o funamboli del beat come Animal Collective, ma qui la questione rimane meravigliosamente irrisolta tra chitarre acustiche e un bella cadenza soul appena accennata nella pronuncia (Nasty Tasty Blow), cauti e svolazzanti crescendo post-rock (Dawn) e molto altro. La band pugliese coltiva una certa complessità nelle strutture e il gusto dell’imprevisto, e così sbocciano fiori come l’ottima Dreaming State Of Jackson o magari l’intima ed evocativa (con velleità orchestrali) title track. Davvero una gradita scoperta, da ascoltare integralmente nella pagina album dedicata. (7.1/10)

Pisa regala spesso soddisfazioni a chi frequenti certi ambienti in bilico tra cantautorato e rock. I concittadini più illustri rispondono al nome di Zen Circus, ma sono molte le band di spessore partorite negli ultimi anni dalla città toscana, non ultimi i Luoghi Comuni. Trio atipico doppia chitarra e batteria (con accenni di synth e poco altro), in Blu i Nostri si muovono agili e scafati tra Circo Zen, Pan del diavolo (Vinavil), rock-blues e una certa attitudine garage un po’ sloganistica ma ben affilata. In Tra noi due ci scappa pure un Jack White di sghimbescio e con un buon groove, i testi in italiano vanno dritto al punto senza perdersi in sofismi inutili e si coglie comunque la volontà di oltrepassare gli stilemi tipici del genere. Il timone è bello saldo, insomma, anche se ancora non è ben chiaro quale sia la destinazione finale del viaggio. (6.6/10)

Nel suo terzo disco Ferro e carbone, Tiziano Mazzoni mette insieme un cantautorato imbastardito da un rock-blues a bassa battuta in cui far convivere scorie notturne à la Cesare Basile (Il velo), certe morbidezze elettriche Dire Straits (Sciogli il cane), un Massimo Bubola springsteeniano e impegnato (Silvano Fedi) e in generale un classicismo di scuola americana in bilico tra chitarre elettriche, bassi rotondi, hammond, batteria. Tutto è molto lineare, senza grossi scossoni o aggiornamenti di rilievo, ma Mazzoni è evidentemente uno che sa trattare la materia con grande sicurezza. Manca forse un grammo di coraggio in più, ovvero quel particolare “sconveniente” che miri a destabilizzare chi questi suoni li ha masticati e rimasticati per anni. (6.5/10)

Marco Pandolfini e Giulio Goffredo Giorgetti sono i TIR, responsabili, in Clima, di un suono che i diretti interessati definiscono «paleo-antropotronico». Un neologismo efficace nel descrivere paesaggi ambient-elettronici dagli orizzonti espansi e frastagliati, in cui geografie e stili collidono con una dimensione spazio-temporale indefinita: Greg è un figlio dei Popol Vuh più minacciosi , Kobane trova il modo di lavorare tra fraseggi carpenteriani e strutture ritmiche tribali, Eternebra è un bordone di synth su cui si ammassano scarti industrial e profondità psichedeliche minacciose. Il resto del disco gioca con la fisicità del suono, e lo fa in maniera consapevole, seppur – ci pare – restando confinato in una fase in cui il metodo induttivo e la sperimentazione ricoprono ancora una grande importanza (6.7/10).

Chiudiamo con Ci hanno fregato tutto, nuovo album di Davide Sellari, in arte Olden. Il Sellari è semplicemente uno degli scrittori di canzoni più capaci che ci sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, come del resto aveva dimostrato anche il suo disco precedente Sono andato a letto presto. Per lui modulare rime e significati tutt’altro che banali nei testi sembra un’operazione naturale e di una semplicità disarmante: mai un’incertezza o un’ingenuità, nei nove brani di una tracklist in bilico tra orecchiabilità e intelligenti giochi di parole. Musicalmente ci si sposta su un versante meno cantautorale e più rock che sembra richiamare gli Stereophonics (e le chitarre elettriche) di dischi come Word Gets Around, ma anche un Battisti più funk ed easy (Gianni). Una scelta estetica che probabilmente non valorizza del tutto brani che forse avrebbero bisogno di qualche sfumatura produttiva in più, ma che è comunque un’apprezzabile proposta di indagine per una scrittura già fatta e finita, e che meriterebbe certamente più spazio e considerazione a discapito di altre primedonne da copertina meno meritevoli. (6.9/10)

1 luglio 2017
1 luglio 2017
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