Il rubinetto degli Sparks gocciola ancora

In questo momento sto morendo di caldo a casa, a Roma, mentre cerco di scrivere quest’articolo. È una cosa abbastanza insopportabile e mi chiedo come facciano gli anziani a campare in questo forno: spero abbiano il condizionatore. Ma forse non gli serve, forse anzi sono talmente “hot” certi vecchietti che è il caldo stesso a soffrire e chiedere pietà: e se vogliamo avere conferma, basta ascoltare un disco, uscito da pochissimo, che risulta fresco e dissetante come fosse nato dalla penna di un giovanotto senza limiti e limiter. E invece gli autori sono due personaggi che all’anagrafe hanno scavallato il certificato di nascita: stiamo parlando degli Sparks.

A steady drip drip drip già dal nome è un manifesto d’intenzioni: nella copertina i nostri due eroi sono lambiti da liquidi colorati, probabilmente è gelato, non sembra vernice. Ma anche se lo fosse, è chiaro il perché: la loro musica è la famosa mano di vernice che dà al dinamico duo l’eternità dell’opera d’arte. Eternità che li contraddistingue fin dagli esordi di Halfnelson, passando per il grandioso capolavoro Kimono my house, la pietra miliare che ha fatto scapecchiare tutti, inventato il post punk, allucinato gli hard rockers, preso a sberle Zappa, ribaltato i ruoli delle rockstar (il grande Ron Mael, maggior compositore di tutto il repertorio che se ne sta fermo con la follia lucida dei suoi baffetti simil hitleriani e degli occhi spiritati, era praticamente il centro della scena mentre suo fratello e compare di merende Russel Mael si dimenava ambiguamente).

E anche i ruoli sessuali: nella copertina sono truccati da geishe, una pure gravida: anzi no, non sono loro, ma lo sembrano! Se poi guardiamo al loro catalogo, a parte il periodo moroderiano (nel senso che Moroder era fisso alla produzione) che a tutti gli effetti è un altro picco assoluto, con The number one song in heaven che ancora oggi quando la metti ti parte la pelle d’oca (e che…insomma cari amici Daft Punk andate a studiare), è tutto un acme. Anche nel seguente periodo ultrasintetico e nello scavallo dei Novanta possiamo dire che non hanno sbagliato un disco, diventando a tutti gli effetti i nonni dell’indie rock moderno. Cioè qualsiasi disco degli Sparks metti su diventi imbecille, felice come un bambino. A partire dalle copertine, una meglio dell’altra, una più allucinata dell’altra: e assolutamente senza compromessi.

La mia preferita, ad esempio, è quella di Propaganda, nella quale i due appaiono come sequestrati su uno yacht, ma anche la copertina grottesca di Pulling rabbits out of a hat in cui si raffigurano come ventriloquo e burattino non scherza. Personaggi che facevano dei video come All you ever think about is sex in cui Ron Mael si prende in faccia una serie di torte a raffica mentre suona il synth che manco una performance di Mc Carty. Personaggi che nonostante non siano in apparenza più hype, appena escono fuori dal laboratorio si ritrovano i Darkness che li omaggiano con la cover della celeberrima This town ain’t big enough for both of us, i Franz Ferdinand che soccombono alle loro idee geniali nonostante si mescolino insieme in un gruppo parallelo nel disco FFS, niente: riescono anche a rilanciare la carriera dei nipotini (vedi i Faith No More), porelli.

Non è solo esperienza e mestiere, è puro genio: gli Sparks sono gli Sparks, ed ecco perché anche oggi il loro nuovo lavoro raggiunge l’ottavo posto nelle classifiche UK e non solo, arriva in classifica in tutti i paesi che contano e si piazza in maniera tale da abbattere ogni gap generazionale. Già il disco precedente, Hippopotamus, ebbe un gran tiro, con la critica a sollazzarsi nella completa assenza di pudore del duo nel frullare opera, synth pop, europop, drum n bass, e art rock e soprattutto quell’autoironia che manca praticamente nell’87% degli act attuali. Se pensate che proprio un concerto degli Sparks in cui si celebrava l’anniversario di Kimono my house si sono riformati persino – a livello locale – i Decibel di Ruggeri, grandi fan a volte al limite del plagio, potete capire quanto siano importanti nel mondo, anche per le vecchie leve che magari si dicono “se lo fanno loro, perché non noi?”. Beh perché con tutto il rispetto solo gli Sparks possono uscirne di Cristo.

E solo gli Sparks riescono a stregare pubblico e critica, critica che da un po’ di tempo non fa altro che acclamarli universalmente, portando acqua chiaramente anche al bacino del consenso popolare (che non è scontato oggigiorno, anzi). Diciamo anche che A steady … è uno dei dischi con meno peli sulla lingua dei Nostri: testi senza autocensure, dritti alla bisogna, una tavolozza di suoni e di stili che si beffa di mappe e partiture. All that apre le danze con un pezzo che è un curioso insieme tra una canzone estiva del cazzo come tante stronzate latine che escono ora e Barrett, per poi spostarsi sull’art prog wave (riprendendosi anche certi scippi degli MGMT) ma sempre in chiave che vedi una serie di rapper con i cocktail in mano e chiappe all’aria, solo con la faccia degli Sparks stile Aphex con windowlicker, che poi copula con George Harrison. Ora come questo sia possibile lo sanno solo loro, ma con un testo del genere (enorme) è chiaro il perché:

«Summers are what I recall
The sun gave credence to it all
We’d waste a lot of time, this, that postponed
Someday we’d do useful things
We’d rise above, be kings and queens
But new cheap chairs will always be our thrones»

Beh il trono del punk insomma, trono che campeggia in I’m toast, una canzone su un amore rinnegato che fa del classico un punto di forza, soprattutto per i cori sbilenchi quanto perfettamente calibrati nelle armonie; le quali ritornano nel colpo di genio Lawnmover, un ode al tagliaerbe ma soprattutto un analisi ironica dei comportamenti ossessivo-compulsivi dell’uomo medio, che probabilmente all’erba preferirebbe tritarci esseri umani (ovviamente non si fanno mancare anche doppi sensi sessuali …). È una perfetta canzone pop dell’era digitale, che nonostante sia giustamente fredda come la morte è così piena di feeling che trascende il sound che la genera.

Sainthood is not in your future, per esempio, nella sua compostezza pop unisce elettronica stile berlinese a chitarre acustiche sferraglianti e archi krauti, per una aspra critica al bigottismo conservatore, con una linea melodica che gira praticamente su una nota sola, e ciononostante è un brano con ascese e cadute, con profondi effetti di riverbero e saltelli di controcanto che rendono il tutto scoppiettante: All interactions is now suspended, e così sia, profetizzando uno stato mentale oggi palese. Pacific standard time è infatti una megalitica ballata che aspira al regno dei cieli, tra synth pop intricato e pop di altissima classifica, che con loro, da cagata probabile diventa credibilissimo e irresistibile. Come è irresistibile Stravinsy ‘s only hit, un momento di opera buffa sintetica e suddivisa in mille pezzi, in cui beffardamente si mettono alla berlina determinate pratiche e luoghi comuni della musica classica, della musica commerciale che schiaccia la creatività e soprattutto alle pratiche di scippo di essa:

«Stravinsky’s only smash
He didn’t need the cash
Gave it all away, he was selfless
NAACP, many charities
Royalties to help all the homeless»

Chiaramente è anche un omaggio al maestro, ma soprattutto a loro stessi come ispiratori di una miriade di imitatori che magari fanno i soldi alle loro spalle. Ma non c’è problema, con Left out in the cold mettono i puntini sulle “i” anche rispetto ai nuovi “disco icon”, con una sorta di “disco acustica” che riesce nello stesso tempo a essere Seventies come una creatura di laboratorio aliena. Aliena come i giovani d’oggi, timidi in maniera allucinata, di cui i nostri eroi dipanano un ritratto pop rock adolescenzialmente arty tutto Instagram e personalità contraffatte che può essere sintetizzato dagli immortali versi:

«Thank you, but I had help to prepare
Thank you, but I was told what to wear
Thank you, but Autotune has been used
Used and perhaps a trifle abused
And I’m self-effacing, and I’m self-effacing»

One for the ages, col suo video animato incredibile, gli arpeggi di synth incrociati e suadenti, il dramma di un lavoratore in ufficio che sogna di diventare un grande autore con tutte le sue frustrazioni, è un delicato quadretto che ricorda i migliori Jeans Team “de na vorta”, dal perfetto equilibrio tra messaggio e comunicazione. E quando è il momento di Onomato Pia, come se gli Abba incontrassero un avanspettacolo sintetico, capiamo subito qual’è il succo di questa comunicazione, cioè il non verbale: vedere citata una ragazza di Roma che non parla una parola di inglese e comunica a gesti in maniera perfetta tanto che quando torna in patria continua a farlo ignorando la lingua madre, non ha prezzo (forse cita una cantante lirica?).

Ed è probabilmente da questo brano che il disco svela i succhi del concept: appunto, la comunicazione e soprattutto la sua assenza. Iphone, nella soavità elettronico pianistica, evoca il dramma dei tempi moderni: “metti giù quel cazzo di Iphone e ascoltami”. Brano duro, teso, ironico ma nello stesso tempo apocalittico, è probabilmente uno degli highlight del disco. Che cresce di ascolto in ascolto, a giudicare dalla incastrata e paranoica marcetta wave Existenzial threat, che sembra ancora una volta prevedere la situazione psicologica da Covid-19, l’isolamento, la sensazione di pericolo “danger near , danger far”. Così come il pericoloso quanto ridicolo scetticismo contro la scienza e il sapere diffuso nell’ironica Nothing travels fast than the speed of light, che profuma di Devo ringiovaniti da pozioni digitali e il finale lirico di Please don’t fuck up my world, che più esplicito di così si muore.

Concluso l’ascolto del disco si resta stupiti dal fatto che ‘sti “vecchiacci” riescano a interpretare il presente con una forza e un carattere lontani dagli autocompiacimenti, ancora in grado di fare ricerca da soli, con un’ autarchia mostruosamente efficiente. E a questo proposito c’è da dire che sono tra i migliori produttori in circolazione, altro che i soliti nomi blasonati: di questi ultimi gli Sparks non hanno bisogno per rifarsi il trucco, e vestono i propri brani con suoni cristallini che probabilmente faranno scuola, lontani dalle mode e quindi automaticamente pionieristici nell’anticiparle. Sì è vero, ho parlato di presente perché alla fine il futuro lo modelliamo nell’oggi: e questa è musica post Covid-19. Anzi, è pre-Sparks: perché senza dubbio il mondo, a breve, sarà loro.

2 Luglio 2020
2 Luglio 2020
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