Re-boot

#1 Demo punto e accapo

Qualcosa è cambiato. Durante la mutazione, abbiamo progressivamente perduto il senso e le coordinate, finché non abbiamo fatto fatica a comprendere le nostre stesse parole. Stiamo parlando di We Are Demo, la nostra oramai ex rubrica dei demo e delle autoproduzioni. Sembra passata un’era geologica da quando decidemmo di avviarla, da quando ci fu chiaro di non poterne fare a meno. In effetti, sono passati tre anni: un’eternità nell’era internet.

Era l’ottobre del 2006 quando ci sembrò evidente che una webzine come Sentireascoltare non poteva continuare ad esistere senza una rubrica dedicata al fenomeno dei demo. La cassetta della posta e la casella e-mail venivano costantemente raggiunte da proposte d’ascolto più o meno carbonare, velleitarie, benedette da lampi di selvatico genio e ingenuo entusiasmo. Una situazione affascinante. Ci dicemmo: non sarà un’idea originale, ma facciamolo. Trovammo un nome. Mettemmo assieme un team. La cosa si avviò con una inerzia scoppiettante. Inizialmente accettavamo solo formati “fisici”, niente download, un po’ per paura di virus e un po’ per non scordarci di quei files rannicchiati in una cartellina sfigata.

Il flusso di pacchetti giallognoli si fece costante. Dentro di essi si nascondevano packaging di ogni tipo: spartani, trafelati, sferzanti, accurati, creativi, shockanti, lussuriosi… La loro evidente artigianalità oppure l’evidente tentativo di dissimularla era un aspetto che toccava il cuore. Anche se talvolta superava in efficacia la funzionalità patinata delle produzioni “ufficiali”. Esattamente come accadeva per il contenuto di quei dischi: incisioni che pagavano pegno alla mancanza di autorevoli direttrici produttive, nella maggior parte dei casi, e graziaddio. E che pure regalavano intuizioni straordinarie, combinazioni formali avventate, insolite derive e audaci prese di posizione.

Settimana dopo settimana, mese dopo mese, le centinaia di dischi autoprodotti raccontavano un paese-calderone un po’ imbalsamato e un po’ temerario, conformista come uno studente alle prese col proprio acerbo fervore, oppure geniale come chi conosce il modo di gettare cuore, muscoli e cervello oltre i fin troppi ostacoli. Folk ed elettronica, psych e noise, punk-wave e art-prog, funk-jazz e dub, sembrava non esserci preclusione né particolare predilezione per alcun genere. La rubrica andava come un treno.

Senza conoscere particolari periodi di penuria: il materiale semmai avanzava, obbligandoci a tenere fuori molti titoli che avrebbero meritato almeno la menzione. Lavoro impegnativo, certo, ma anche parecchio divertente. E utile, in qualche modo, a stare sul polso di ciò che accade, o a darcene l’illusione. Bastevole comunque a vagliare ed ipotizzare movimenti, direzioni, scenari. Con tutta la inevitabile parzialità e virtualità del caso (le stesse che informerebbero qualsiasi indagine ad ogni livello).

In questi tre anni pieni di cose, che a ripensarci sembrano un formicolare sonico dalle mille e mille testoline imbizzarrite, è accaduta quella mutazione cui accennavamo. E’ stato come una tonalità divenuta via via dominante. Come un cambio di scena in dissolvenza. I demo, le autoproduzioni senza se e senza ma, hanno ceduto il passo a dischi “etichettati”, titoli ufficiali in tutto e per tutto. Di fatto, rimanevano frutto di compagini emergenti, calligrafie da mettere a punto attorno ad un quid in fase d’assestamento. Ma era sempre più difficile considerarli e affrontarli in questo senso. Il marchio di una qualsivoglia label, magari messa in piedi per l’occasione e destinata ad estinguersi entro un paio di stagioni, cambiava le carte in tavola. Non tanto perché la musica ne uscisse per chissà quale magia arricchita: il punto stava nella realtà che questa nuova situazione ci raccontava.

Era come se le nuove dinamiche promozionali introdotte dai social network (myspace in primis) avessero suggerito la possibilità di giocarsela alla pari, semplicemente perché tutti – grandi e piccoli – dovevano passare da lì, dovevano piegarsi verso tali piattaforme come in una coatta limbo dance, e che si affrettassero a mettere in piedi questo giochino ad altezza degli utenti. Ai quali dovevano fornire informazioni utili nonché un assaggio di musica, immagini e video. Eppoi, casomai, le comode coordinate d’acquisto.

Un modello eminentemente commerciale, semplice ed evoluto, che si diffuse come una fulminea pandemia. In breve, tutti ne furono provvisti, adeguando di conseguenza la proposta, la cui struttura non proponeva sostanziali distinzioni tra grandi nomi ed esordienti assoluti: il Myspace dei Subsonica si presentò fin da subito come uno dei più ricchi, aggiornati e frequentati, ma dal punto di vista dell’offerta audio e video non riusciva a porre un significativo scarto tra sé e quello – poniamo – dei Phono Emergency Tool. Di contro, il debuttante non tardò a comprendere quanto tutto ciò contribuisse a ridurre il gap dai “professionisti”. Rispetto ai quali ormai rimanevano soltanto alcune differenze, diciamo così, formali: ad esempio, l’etichetta. Un problema risolvibile con poco sforzo e poca spesa. Bastava inventarsene una.

Di etichette ne nacquero così a decine, a centinaia. Indipendenti assolute, microscopiche, effimere, ma pur sempre etichette. Si trattava di una fase di transizione nella quale siamo ancora immersi con tutti e due i piedi: tutto sta cambiando, ma esistono dei vincoli burocratici e commerciali ineludibili, il cappello da mettere sopra i diritti di sfruttamento della creazione artistica. L’etichetta va quindi vista come una pantomima residua, retaggio di un passato che tarda fisiologicamente a sintonizzarsi col futuro. Altrove, forse con più lungimiranza, si ricorre alla formula del Creative Commons, immaginando un mondo nel quale i diritti d’autore ambiscano alla riproduzione illimitata a patto che ciò non comporti lucro di alcun genere.

L’effetto più evidente è che nel momento stesso in cui crollavano le vendite del cd, mettendo in discussione il concetto fisico e la modalità espressiva correlata al termine “album”, il panorama fonografico nazionale e internazionale veniva scosso da una duplice spinta, dall’alto e dal basso verso una piattaforma più estesa e – soprattutto – orizzontale. Mainstream e underground non si sono mai tanto assomigliati, inseguiti, imitati. Dal punto di vista del suono, la standardizzazione informatica delle tecniche d’incisione ha reso le produzioni “dilettantesche” sempre più economiche e sostanzialmente paragonabili a quelle realizzate in studi professionali con personale qualificato.

Detto questo, e ribadito che per i criteri che muovono questa webzine ciò che rende un suono interessante è l’intuizione artistica, è diventato sempre più difficile e imbarazzante distinguere tra una autoproduzione e un titolo “ufficiale”. Da qualche mese a questa parte sempre meno band ci proponevano “demo”, aumentando sempre di più gli EP d’esordio, veri e propri “debutti ufficiali”. La differenza la facevano, come già detto, una qualità d’incisione più che accettabile e la famigerata etichetta. Per il resto, erano i vecchi soliti demo solo più curati e “scafati”. D’altronde, cosa obiettargli? Difficile scorgere in questo fenomeno elementi negativi.

Successivamente – anzi in contemporanea – l’esplosione delle net-label ha finito col rendere più varia, ricca e finanche confusa l’offerta. La residua “lentezza” della catena distributiva fisica evaporava letteralmente col sistema del download, generalmente gratuiti con licenza creative commons. La portata del fenomeno, tuttora in fase di espansione e consolidamento, è tutta da analizzare. L’unica affermazione che ci sentiamo di fare è che non sembrano limitarsi a rappresentare una agile piattaforma promozionale per gruppi emergenti, ma veri e propri nuovi “contesti creativi” capaci di fornire veri e propri indirizzi estetici e poetici, sorta di accolite virtuali che in un certo senso aggiornano gli antichi concetti di “scena” o di “comune” traslandoli nella dimensione del web (vedi ad esempio il caso della ruspante Lepers Produtcion).

Quello che appare ormai chiaro è che ci stiamo avviando verso un’epoca di dilettantismo diffuso e perciò “istituzionalizzato”, ciò che vale per la musica come per la letteratura (dai blog ai libri fai-da-te) e la videoarte. E che non sembra affatto male. Ovvero, se l’eccesso d’offerta viene da molti visto come un male – per la conseguente inevitabile svalutazione del valore medio della proposta, per la ribalta invasa da orde di mediocri – d’altronde si nota una gradevole mancanza di riguardo nei confronti dei format e delle macro-tendenze imposti dal sistema major.

Un pullulare democratico di fronte al quale il “lavoro” del giornalista musicale – anch’esso sempre più dilettante, come questa webzine insegna – deve concentrare i principali sforzi sul setaccio, sul vaglio, sulla ricerca della pagliuzza d’oro nella rena. Consapevoli che in tempi di magra va benissimo anche l’argento e persino il rame.

Alla fine di tutto questo ragionamento, la scelta di non occuparci più di demo in quanto tali non significa quindi ignorarne il fenomeno bensì di riqualificarlo, osservarlo da un altro punto di vista. Promuoverlo in effetti al livello di generica “emergenza”, abbattendo l’ormai oziosa distinzione operata dall’etichettatura. In ragione di ciò, facciamo punto e accapo. Re-boot. Catalogata l’esperienza come positiva e nutritiva, accantoniamo il lavoro svolto fin’ora e ripartiamo azzardando un diverso campo d’azione. Tenteremo cioè di tastare il polso del rock italiano che incalza ai margini, consapevoli della vastità e profondità e complessità di tali margini.

Consapevoli di quanto sia e sarà impossibile coprire tutto il panorama stilistico e geografico. Consapevoli che sarà dura ed eccitante. Ci proveremo, insomma. Tanto per iniziare, scandagliando la situazione. Abbiamo intervistato tre band, tre realtà diverse e a loro modo emblematiche. Abbiamo chiesto loro di raccontarci quel che succede. Ad altezza d’uomo. Ci è sembrato un buon punto da cui ripartire.

Prima di iniziare, una piccola presentazione delle band:

Iosonouncane (nell’intervista abbreviato ISUC)

Cercare nella spazzatura frattaglie sonore e annusarle, rimasticarle. Un cane che digerisce ciò che ha trovato in un bordo strada accanto a un centro commerciale della solita terribile provincia italiana. Jacopo Incani, da Bologna, ovvero Iosonouncane, cerca un nuovo senso alla parola cantautore ripassando Rino Gaetano con un Tom Waits che ha trascorso troppo tempo davanti alla nintendo e immergendo Gaber in un magma di elettronica da cameretta col sottofondo di Barbara D’Urso di là in cucina: «lo psicologo le vallette il meteorologo il giornalista i calciatori il consigliere comunale ballano tutti cantano tutti si passano il microfono da mano in mano e poi il trenino, oh il trenino».

The Calorifer is very hot (nell’intervista abbreviati CIVH)

Nazareno Realdini, Samuele Palazzi e Nicola Donà, ovvero The Calorifer Is Very Hot. Esemplari rappresentanti di un indie di quartiere, familiare, che vive di ritmi sdruciti ma terribilmente vitali. Un guazzabuglio di stili per estasiati fancazzisti ad opera di emigranti del melodico nella terra dei “sottomarini gialli”. Musica che non è solo materiale per nerds all’ultimo stadio. Piuttosto una scrittura geniale, nascosta dietro a schegge elettro di scuola Labrador, chitarre acustiche scordate, voci ubriache, pianole e refrains post-adolescenziali. Con un Marzipan In Zurich del 2007 che li spedisce a rinfrancare i loosers di tutta Europa e un Evolution On Stand-By dell’anno scorso che abbandona, in parte, le involute (e volute) pacchianerie synth del passato. A bussare alla porta c’è un pop con la P maiuscola: surreale, stralunato, perso in chincaglierie di ogni genere ma dalla ricchezza tonale del tutto inedita.

Intercity (nell’intervista abbreviati IC)

Un terzetto da Brescia edificato su una via parallela agli Edwood e sui di loro residui vapori shoegaze, virati però verso una forma emo-indie in italiano. Idioma su cui lavorano premendo tasti stralunati, onirici, angosciosi, pulsanti. Che la musica innerva di apprensione e impeto che sa infilarsi nelle sabbie mobili del melodico con grave leggerezza, che sa raccontare un presente in bilico tra autobahn virtuali e snodi metropolitani. Come un rapido mitteleuropeo in viaggio tra Notwist e Perturbazione via Marlene Kuntz, capace altresì di sognare (di sognarsi) Grandaddy. Dentro un moderno incubo pop. Il loro album di debutto Grand Piano è scaricabile gratuitamente dal myspace, perché tanto i cd non se li compra più nessuno, “neanche a due euro“.

Intervista a Iosonouncane, The calorifer is very hot e Intercity

Toglieteci il lavoro e descrivete in dieci righe chi siete, da dove venite, dove andate.

ISUC: Mi chiamo Jacopo, ho quasi 27 anni, sono sardo, vivo a Bologna da otto anni. Non so dove vado, so un po’ meglio da dove vengo.

CIVH: Togliervi il lavoro? cioè prendiamo un altro Non lavoro da aggiungere al nostro Non Lavoro per avere due Non Lavori?!? Da dove venite? Veniamo da una due giorni di furgone-on the road-viva il norcino dell’autogrill-e l’aranciata amara. La terza era?? Ah… Dove andate? Eddove andiamo?? Boh… Mi ha chiesto la stessa cosa un ragazzo sabato sera mentre scaricavo le chitarre dal furgone (“Ma dove vuoi andare????”)

IC: Siamo tre ragazzotti che vivono tra il lago di Garda e Milano: Anna, Fabio, Michele. Ci siamo conosciuti suonando e frequentando gli stessi locali e abbiamo deciso di collaborare. Da qui è nato Intercity. Dopo innumerevoli scambi di mail e mp3, ci siamo trovati in studio a più riprese e ne è nato Grand Piano. Dove andiamo? Verso un secondo disco, verso il 2010 e verso l’età pensionabile.

Oltre a suonare cosa fate? Avete un lavoro? Studiate? Nel caso, come riuscite a stare dentro entrambe le cose? Avete mai pensate di mollare tutto e provarci solo con la musica?

ISUC: Lavoro in un call center. E diciamola meglio: oltre a lavorare in un call center suono. Ci si riesce cercando di ottimizzare i ritagli di tempo e programmando intelligentemente la sveglia. Mollare tutto e provarci solo con la musica è una scelta. Una scelta che per ora non mi posso permettere.

CIVH: Io (Nic) faccio il Barrista (con due erre), Nani e’ in aspettativa ehm… all’università ed è piu’ bravo di me a fare il Barrista, Samuele Bara ai concorsi per diventare Uno del pubblico di qualche programma televisivo. Mengacci non ne può più!

IC: Lavoriamo tutti. Qualcuno ha un lavoro che gli permette di dedicarsi con costanza alla musica, qualcun altro meno. Se abbiamo mai pensato di mollare tutto e provarci con la musica? Da lucidi credo di no, piedi per terra.

Come svolgete le prove? Avete un locale a disposizione? Quali spese dovete affrontare? (quantificate pure, se volete. Fate i numeri) Siete soddisfatti della situazione, in termini logistici e artistici?

ISUC: Provo a casa con le cuffie al mattino, prima di andare a lavoro (diciamo tra le 8 e le 10) e quando non son troppo fritto dopo il lavoro (diciamo tra le 19 e le 21). Non sono per nulla soddisfatto. Ma credo che comprare delle cuffie decenti mi darà delle soddisfazioni.

CIVH: Facciamo lunghissime sessioni di prove a casa di Samu in via persicello a Campse’nt in aperta campagna. Le spese che dobbiamo affrontare io e Nani sono spese vere, vive & vegete perché Samu non ha mai niente in frigo e se non vogliamo morire di fame e sete quando facciamo le provee dobbiamo provvedere alla spesa… I numeri non li faccio, ci mettiamo a posto col fatto che poi lui cucina da Dio. (cosi rispondo anche alla domanda sula religione..)

IC: Non proviamo tantissimo, cerchiamo di preparare il più possible a casa e ci troviamo ogni tanto. Abbiamo una sala prove gentilmente offerta e ben attrezzata, quindi direi che siamo fortunati.

Per i concerti vi affidate ad un promoter? Organizzate dei veri e propri tour o procedete per date quando si presenta l’opportunità? Ci sono problemi di incompatibilità tra la vita “reale” (lavoro, famiglia, affetti in genere…)? Avete un circuito di locali collaudati? Come trovate in generale e in particolare il livello delle strutture e dei tecnici in Italia? Nel caso, avete riscontrato differenze con la situazione sperimentata all’estero?

ISUC: La Trovarobato mi cura il booking. Le date sono per ora spaiate, non inserite all’interno d’un “piano d’azione”. Anche perché ho fatto il mio primo concerto alla fine di gennaio 2009, non ho un disco ufficiale. Direi che per ora è già tanto. La qualità dell’amplificazione e dell’acustica è solitamente scadente. Ma ci si adatta e ci si deve adattare come si adatta chi tiene in piedi un locale andando costantemente in perdita.

CIVH: Di solito programmiamo dei tour, ma se qualcuno ci invita a suonare ad una Festa (il termine Festa ha mille sfumature per noi), anche se “fuori tour” non ci facciamo molti problemi… La discriminante in questo caso è la vodka. Chi indovina la marca giusta… Evidentemente non siamo bravissimi a pianificare i tour (viste le varie Slovenia-Taranto-Ferrara in due giorni, oppure le 17ore della Stoccolma-Bruxelles) e quindi da settembre Grinding Halt cura la programmazione dei nostri concerti. Crediamo molto nel gemellaggio tra realta’ fatte di persone diverse, che parlano lingue diverse (ne siamo l’esempio: un veneto, un ferrarese, un modenese eheheh), che si sbattono per organizzare concerti concentrandosi nel creare un’atmosfera calda, bella, di gusto, senza pensare Solo al numero dei paganti. E’ uno dei motivi per cui adoriamo gestire i rapporti in prima persona ed in questo contesto/scenario rientrano anche una grossa parte dei nostri affetti più cari.

IC: Tasto dolente. Sappiamo tutti che è una vera scommessa riuscire a mettere insieme 3 date in un mese. Alcuni locali ci chiamano, su altri cerchiamo di insistere. Non abbiamo un booking, e questo sicuramente non aiuta. Per ora problemi di incompatibilità lavorativa direi che non ce ne sono, spero ce ne siano in futuro! Non abbiamo mai sperimentato situazioni estere, però [come dico qualche domanda più giù ( lo ammetto, non sono andata in ordine cronologico)] credo che a livello tecnico e strettamente fonico, tra noi e altri paesi ci sia un abisso qualitativo.

Vi è mai capitato di pensare “no, qui non ci suono”? Nel caso, com’è andata poi?

ISUC: Non mi è mai capitato. Suono ovunque e a qualunque condizione.

CIVH: Assolutamente no e chi ci conosce lo sa che non siamo mai stati carabinieri. Al massimo solo una volta abbiamo pensato (in coro) “No, Qui non ci dormo!“. La serata e’ finita con tutti e 3 collassati/addormentati sotto la pioggia…

IC: Molte volte. Ci siamo divertiti un sacco, poi.

Avete contatti con artisti stranieri? In cosa (nella pratica) l’approccio alla musica di un’artista italiano indipendente si caratterizza come differente rispetto alle realtà estere di cui avete fatto esperienza (se c’è una differenza)?

ISUC: Non ho contatti con artisti stranieri. Potrei dare il mio parere di ascoltatore ma rischierei di andare fuori tema.

CIVH: L’approccio inteso come ispirazione, istinto, creatività, attitudine, genio ha mutevoli/innumerevoli conformazioni ma non credo abbia una bandiera. Per il resto le differenze tra le varie realtà sono figlie e sorelle di culture e storie diverse. In Italia un musicista e’ uno che suona in una cover band o suona la chitarra per… Oppure semplicemente uno che mette sui i cd in una discoteca. All’estero il musicista è anche uno che suona per strada e quando nasce la musica gliela offrono come un’opportunita’…

IC: No, non abbiamo contatti. Nell’approccio alla musica le differenze possono esserci anche tra italiani, quindi non saprei. Quello che invece noto tantissimo, è la scelta dei suoni sia live sia su disco. Recentemente mi è capitato di vedere gli Efterklang alla Casa139. La cosa che più mi ha colpito, a parte il gruppo che è strepitoso, è stata la maestria nel mixare i suoni. Volumi bassi, voci non sparate rispetto al resto e tutto suonava alla perfezione. In Italia su questo siamo molto molto carenti.

Pensate ai concerti come ad un’opportunità promozionale, al compimento del vostro sogno r’n’r’ o alla possibilità di raggranellare qualche soldo (se ne rimangono)?

ISUC: Durante i concerti mi diverto, mi incazzo, mi auto esorcizzo. Poi sono fondamentali per farsi conoscere e procurare altri concerti. Non ho sogni r’n’r. Se avanzano dei soldi dal cachet ben venga. Anche perché nei call center si è notoriamente in mutande.

IC: Pensiamo ai concerti come un’eventualità estremamente divertente, un momento promozionale e un modo per mettere via quei due soldi che uniti a tanti due soldi ci permetteranno di fare il prossimo disco.

Come giudicate l’ambiente, ovvero che opinione avete delle regole scritte e non scritte, delle persone che tirano le fila delle attività live in Italia? Politicamente avete avuto pressioni o preclusioni, visto che parecchie situazioni sono comunque legate a movimenti politici (feste di partito e sindacali, circoli arci…)?

ISUC: Si incontrano persone splendide. Ma se dovessi fare uno zoom out dire che è un reciproco pisciarsi addosso e farsi gli schizzetti come al mare. Ridendone, ovviamente. Ho “subìto” una contestazione parecchio grottesca a Bologna. Probabilmente non vale la pena di parlarne se non in questi termini.

Quanto manifestazioni “totalizzanti” come Il Meeting delle Etichette Indipendenti – solo per citare una delle più articolate – aiutano una giovane proposta ad emergere? E i concorsi musicali?

ISUC: Il MEI aiuta parecchio a quanto pare. I concorsi sono da evitare, per principio e pragmatismo.

CIVH: Secondo me queste cose servivano di più quando internet non era alla portata di tutti, quando per farti conoscere (ma anche solo ed esclusivamente per suonare) si prendevano al volo tutte le occasioni. C’erano anche molti meno posti (e molti meno gruppi…). Non capisco chi continua imperterrito ad accanirsi con alcune manifestazioni, meeting, concorsi che, vuoi perche’ i tempi sono cambiati, vuoi perché hanno fatto naturalmente il loro corso, sono ormai defunte da anni. Nell’usare il termine accanirsi non mi riferisco solo a chi programma queste cose, molto spesso sono i musicisti i primi feticisti del “Premio in palio.”

IC: Il MEI poteva forse essere un buon evento anni fa. Ora la sensazione è che sia diventato un festival estremamente autoreferenziale dove ci si premia a vicenda. Crediamo molto poco nei concorsi: mai o quasi mai prevedono un premio serio e utile, e non fanno effettivamente crescere il gruppo di mezzo passo.

Poi viene il tempo del raccolto. Lo studio di registrazione. Gli arrangiamenti. I take. Il missaggio. Innanzitutto, ha ancora senso per voi l’idea di “album”?

ISUC: No. Ma è ancora necessario. Il senso delle cose è patrimonio di pochi. Sempre ed anche in questo caso.

CIVH: Hai detto bene: e’ proprio nel periodo del “Raccolto” che ci chiudiamo in studio… Fosse per me ci vivrei in uno studio (e per fortuna ogni tanto capita). Per questo motivo ho cominciato a registrare in casa, l’ambiente è fondamentale per comporre e registrare. Gli album per me hanno senso. Non e’ fondamentale invece la durata dell’album. Ci sono album stupendi rovinati dalla troppa generosità di chi li fa o più semplicemente, dall’esaurimento delle idee. Ci sono ep di 4 pezzi che per me sono piu’ importanti di interi dischi.

IC: Certo che ha senso. Non ha più molto senso stamparlo e distribuirlo forse, ma l’album in sè, registrato al meglio possibile, è un passaggio obbligato.

Quanta distanza c’è tra la musica che avevate ipotizzato e quella che è effettivamente venuta fuori?

ISUC: Credo poca. Ma per arrivarci son passato per passaggi parecchio lontani.

CIVH: Se per musica ipotizzata intendi l’idea iniziale che c’e’ alla base di una canzone spesso c’e’ una distanza siderale. A volte ci capita di chiamare i pezzi senza titolo con il nome di un gruppo che ci rimanda a quella canzone e sistematicamente il pezzo ricorda tutti tranne il gruppo citato…

IC: Pochissima, quasi nulla.

I produttori: specie pregiata in via d’estinzione? Prestatori d’opera col tassametro al posto del cuore? Vie di mezzo?

CIVH: A me dispiace che si siano estinti gli impresari, con i loro biglietti da visita ed il loro fiuto per gli affari! Quelli erano veri e propri squali! Il nostro delfino e’ Alessandro Paderno (LMALL), produttore artistico con noi di Evolution On Stand-By ma anche del primo Marzipan In Zurich. Se legge questa intervista scoppiera’ a ridere (o a piangere) al “Prestatori d’opera col tassametro al posto del cuore” visto che ormai abbiamo anche il suo codice del bancomat! La cosa che di piu’ sorprende in studio e’ che Ale arriva sempre dove noi non arriviamo. Con lui l’atmosfera e’ sempre perfetta per creare e distruggere. Pur non suonando con noi, anche lui e’ un calorifero.

IC: Via di mezzo. Non abbiamo mai avuto produttori, ma qualcuno in gamba ce n’è!

Chi ha paura del peer to peer? Voi, per esempio?

ISUC: Io per niente. Anzi.

IC: Così paura che Grand Piano è uscito in free download su Myspace. E siamo contentissimi di tutto ciò che questo ha portato, finchè abbiamo potuto tenerlo in download gratutito.

Aiutateci a farci un’idea più precisa su che genere di guadagno garantisce (ancora) la vendita dei CD per gli artisti…

ISUC: Se ne avrò l’occasione, risponderò dopo l’estate.
IC: Guadagno? Il nostro disco, come ho appena detto, è uscito in free download. Siamo fermamente convinti che le entrate di un gruppo siano da misurare in altre cose – banalmente I concerti – e non nella vendita dei dischi.

Che importanza credete ricoprano (ancora) le etichette discografiche?

ISUC: Le etichette sono, come prima cosa, gruppi di persone che lavorano insieme ad un obiettivo comune. L’obiettivo ed il modo di raggiungerlo lo fanno le persone. E la loro capacità di esser tali davanti alle necessità economiche, culturali, organizzative, che necessariamente si presentano. Ecco. Sono importanti, sempre.

IC: Molto poca. Se si tratta di etichette disposte a investire molto, allora ne hanno ancora qualcuna. Se no è molto meglio autoprodursi e assicurarsi piuttosto il booking.

Arriva una major (o una sottospecie di) e vi propone di lasciare la vostra amata indipendente, con la quale avete rapporti fraterni e rispetto alla quale potete muovervi in assoluta libertà artisticamente parlando: cosa fate?

ISUC: Non ne ho idea.

CIVH: E’ tutto talmente surreale che non riesco neanche a risponderti con una battuta.

IC: Dipende da cosa offrono. Spesso le major sembrano offrire tanto sulla carta, che poi si traduce nel nulla assoluto. Prima di tutto vorremmo essere sicuri che vogliano investire veramente su di noi, e non utilizzare del budget avanzato dal 2009 giusto per spenderlo e farsi dare lo stesso budget l’anno dopo. Ed è una cosa che accade sistematicamente.
Se la proposta fosse seria, ci penseremmo. Il rapporto con una indipendente è qualitativamente migliore quasi sempre, ma se si tratta di muoverci davvero una major ha molto più potere d’investimento e molti più mezzi a disposizione. O almeno si spera.

Ok, avete in mano il vostro cd. E’ il momento di battere le radio, tampinare giornalisti e giornalistucoli, telefonare ai negozianti, insomma fare promozione. Più gratificante o frustrante? Raccontateci (raccontatevi) pure…

ISUC: Stancante. Sono pigro. Sapere che qualcuno, in parte, lo farà per me mi rilassa.

IC: No perchè? Dovendo scegliere, più gratificante che frustrante. Penso che l’ago si sposti in base alle prime reazioni sul disco. Per ora confermiamo, gratificante.

Radio, web radio, riviste, webzine, televisione: ce n’è per tutti i gusti o i gusti sono pochi e per pochi?

ISUC: “Sta nei gusti la vera sostanza ideologica“, diceva Gaber. Ed io sottoscrivo.

IC: Ce n’è per tutti. Poi per alcuni gusti basta poco o zero sforzo per sentire e leggere di questo o di quello, per altri diventa vera e propria ricerca tra mille webzine e qualche cartaceo.

Entriamo nel dettaglio della cosa: la scelta della lingua non è solo la scelta della lingua. Significa selezionare un pubblico e un range espressivo. E’ una scelta poetica e strategica, giusto?

ISUC: Per me non è stata neanche una scelta.

CIVH: La scelta della lingua da utilizzare non è mai stata fatta. Sul primo demo c’e’ addirittura un pezzo in francese (Histoire d’un petit Loop). Il motivo per cui la maggior parte delle canzoni nascono in inglese e’ forse legato al fatto che il nostro background musicale è prevalentemente in lingua inglese e cosi il cerchio si chiude. Se scrivo io il testo spesso parto da un disegno scritto, butto via il disegno e il testo prende forma.

IC: Giusto. Scegliere l’italiano piuttosto che l’inglese è un misto di poetica e strategia, inutile negarlo. Poi a qualcuno viene più immediato scrivere in italiano, a qualcuno in inglese. Con Intercity abbiamo trovato subito un buon modo di esprimerci con l’italiano, ed è indiscutibile che in questo abbiamo intravisto anche la possibilità di rivolgerci a un pubblico che forse con Edwood restava inesplorato o poco coinvolto.

In particolare, chi sceglie l’inglese sceglie anche di aprirsi verso l’estero?

ISUC: Forse. Il rischio è quello di farsi ulteriormente aprire dall’estero.

CIVH: Nella maggior parte dei casi il suo vestito e’ inglese, anche se purtroppo faccio ancora moltissimi errori. Non escludiamo assolutamente il fatto di scrivere in italiano in futuro. Per il momento (e parlo per me) non mi sento all’altezza. Adoro giocare con le parole ed in inglese mi viene piu’ spontaneo.

IC: Questa è l’idea. Poi, bastasse solo l’inglese per aprirsi verso l’estero, avremmo grandissima parte delle band nostrane in giro per l’Europa.

Chi sceglie l’italiano accetta di limitarsi?

ISUC: Limitarsi? Limitarsi rispetto a cosa?

CIVH: Se vuoi che parliamo di limiti non sono mai stato bravo in matematica…

IC: No. Chi sceglie l’italiano, tra le mille ragioni, sceglie di scommettere sul proprio potenziale e consolidarlo in Italia. Che non è poca roba…

Fare pop, fare avanguardia, fare i borderline alternativi: è una scelta di campo o vi piacerebbe avere a che fare con un pubblico onnivoro, capace di ascoltarsi qualsiasi cosa?

ISUC: Se non provo costantemente a spostare più in là la soglia del mio gusto e del gusto di chi mi ascolta cosa ci sto a fare? il pubblico non è un monolite immobile. Per fortuna cambia. Se gli si rifila sempre la stessa pappa non cambierà mai.

CIVH: Borderline alternativo è un rafforzativo che suona più come un ossimoro! Mi vengono in mente quelli che aspettano la notte per entrare nei laboratori di esperimenti sugli animali e liberare le cavie, vestiti con gli eskimo e i guanti tagliati… Loro si che sono dei fighi! Per quanto riguarda i possibili fruitori non mi sembra che il calorifero suoni estremo noise digitale, fondamentalemente siamo super pop (e si sente,
no???). Non e’ un problema di onnivoro o vegano, quelli che dicono “mi piace la musica in generale, ascolto tutto” sono quelli che non selezionano e se a loro piace il nostro disco sono solo contento.

IC: Noi siamo per un pubblico trasversale, che ascolta qualsiasi cosa (buona e giusta).

Ma alla fine qual è il vostro progetto, o il sogno se preferite: vivere di musica? In tal caso, quanto accettereste di scendere a patti col mestiere?

ISUC: Certamente è quello. Vivere di musica. Si scende sempre a patti. Con la propria etichetta, col pubblico, con i propri gusti, col proprio istinto di emulazione, con la propria ragione.

CIVH: Il mio sogno da piccolo era quello di giocare nell’NBA, ci sto lavorando… Non smontarmi che sono ancora gggiovane e ci credo molto…

IC: Il piccolo sogno è continuare a fare dischi e poter suonare molto più di quanto succede ora. Dipende che significa scendere a patti. In linea di massima di tutto ciò che è legale e rispettoso nei confronti degli altri se ne può quantomeno discutere.