L’ennesima disfatta del mercato discografico italiano – Aggiornamento di metà 2015

Il nostro articolo, pubblicato ad inizio anno e riguardante la – disastrosa – situazione del mercato discografico italiano, ha fatto parecchio discutere, a più riprese. Anche per questo motivo ci piacerebbe tornare sulla questione, un po’ per trattare quelle che sono le ultime (mirco)rivoluzioni, un po’ per fare il punto della situazione a metà di un 2015 che fino ad oggi è stato piuttosto movimentato rispetto al letale immobilismo a cui eravamo – purtroppo – abituati.

Partiamo dai dati macro: gli album che hanno venduto più di 100.000 copie, a metà 2015, sono stati ben sei – a metà 2014 nessun album aveva venduto più di quella cifra; gli album che hanno venduto più di 30.000 copie a metà 2015 sono stati 19, otto in più rispetto a quelli di metà 2014; gli album che hanno venduto più di 10.000 copie sono stati 59 contro i 37 dell’anno scorso. Per quanto riguarda l’età media degli artisti con album nella top 100 di metà anno, arginando la singolarità relativa a Pino Daniele (presente con dieci album), abbiamo un’età media di circa 41 anni, due anni in meno rispetto alla media del 2014.

Fino a qui, dai dati sembrerebbe configurarsi un quadro promettente. Prima di festeggiare è meglio però scendere nei dettagli: tra gli artisti italiani continua il dominio delle tre macrocategorie già evidenziate in passato: vecchi dinosauri, rapper italiani tv-friendly ed ex partecipanti ai talent show. Come nel 2014, anche in questa prima parte di 2015, se eliminiamo le ultime due categorie, abbiamo uno spaventoso aumento dell’età media (ancora attorno ai 50 anni). Ma senza scervellarci con le medie, basti pensare che degli 11 nomi italiani under-30 con almeno un disco nella top 100 di metà anno, otto sono ex-talent e due sono rapper. L’undicesima, Bianca Atzei, ha comunque un passato televisivo. Appena fuori dalla fascia under-30 abbiamo un’altra ex-talent: Emma Marrone.

L’altro dato apparentemente positivo è quello delle copie vendute, evidentemente in crescita. Vedere cinque album con più di 100.000 copie vendute fa certamente piacere, ma questi valori incoraggianti nascondono due fattori non da poco: 1) in questi primi sei mesi sono usciti album – come quello di Jovanotti – che avrebbero raggiunto cifre importanti anche in caso di mega flop mediatici; 2) si stanno sempre più diffondendo i cosiddetti firmacopie in-store.

Questi eventi in-store (chiaramente in grandi catene e simili) esistono da molti anni, ma negli ultimi mesi stanno assumendo una connotazione da tifoseria al limite dell’isterismo di massa, il che, ovviamente, si sposa benissimo con il target medio del cantante da talent show. Non sempre accade, ma di base il fan ha l’opportunità di incontrare il proprio beniamino di turno e di farsi firmare il CD, solitamente appena acquistato in loco. Grazie a questo escamotage (più diffuso qui in Italia che altrove) le vendite subiscono impennate clamorose, basti pensare che in queste giornate i negozi si riempiono anche di 2-3-4.000 persone. Alla lontana può essere visto come il merchandise venduto durante i concerti, con enormi differenze: le vendite durante i live non sono tracciate dai sistemi di rilevamento e quindi mediaticamente non sono sfruttabili; ai concerti, su 2.000 persone, con un po’ di fortuna si vendono 50 dischi.

L’impressione è che si stiano applicando delle toppe – piuttosto discutibili – cercando di mascherare la situazione fallimentare di un mercato che non può essere salvato con mezzi provvisori/specchietti per le allodole, ma che andrebbe rivoluzionato facendo tabula rasa, o quasi. Il vero problema, è che il panorama musicale “di massa” va di pari passo con un sistema culturale tout court compromesso da decenni di nulla cosmico: non si può crocifiggere il singolo individuo se Vasco Rossi fa ancora sold out negli stadi o se gli AC/DC fanno 100.000 presenze nel 2015 con biglietti a prezzi proibitivi.

Qualche timido segnale incoraggiante comunque c’è. Seppur principalmente televisivo, quello dei The KolorsOut rischia di diventare l’album più venduto del 2015 – è comunque un fenomeno da analizzare, una sorta di opportunità che con un po’ (tanto?) di ottimismo è forse meglio cogliere, piuttosto che scartare a priori. I motivi sono semplici: si sono fatti le ossa lontani dai riflettori (recensimmo il loro album I Want lo scorso anno, prima della partecipazione ad Amici di Maria de Filippi), non appartengono alla più becera canzone italiana come gran parte degli artisti da talent, hanno riferimenti internazionali e soprattutto scrivono canzoni in inglese ipoteticamente esportabili.

Con tutte le prelibatezze meno conosciute che escono dal Bel Paese, riporre le speranze su un gruppo come The Kolors (i più fortunati e abili, in mezzo a centinaia di progetti più interessanti) non è francamente contemplabile; ciò nonostante si è venuto a creare un precedente sotto alcuni aspetti utile, che potrebbe spronare lo stesso pubblico che fino a ieri batteva le mani, cantava, ballava e rideva (parafrasando La Macarena su Roma) sulle note della nuova Pausini di turno a (ri)scoprire certi suoni anni ’80 (Duran Duran) o ad avvicinarsi a band inglesi contemporanee (The 1975).

Parallelamente fa piacere notare che su Spotify il divario che riscontriamo a livello di vendite tra l’ennesimo disco del big di turno e le proposte made in Italy più valide (una fra tutte, DIE di Iosonouncane) è meno evidente, e siccome è ormai chiaro da tempo che il futuro sarà sempre più streaming-based, anche questo è un buon segno. Uscendo dal discorso discografico, anche i recenti pienoni – mai registrati in precedenza – in festival come il Beaches Brew o l’Handmade sono forse segnali che qualcosina si sta muovendo. Forse è volere per forza cercare il buono, ma sono piccoli miraggi che in un deserto possono tenere acceso un barlume di speranza.

15 Luglio 2015
15 Luglio 2015
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