Melancholia, foto per la stampa (2020)
Temporali

Melancholia: c’è di peggio (ma anche di meglio)

Sempre spinoso, scrivere di dischi così. Certo, poi è curioso andare a spiluccare perle tra gli innumerevoli commenti che si accatastano sotto i relativi post condivisi via social media, con relativo e inevitabile scannatoio, come puntualmente capita per pubblicazioni à la Sfera Ebbasta. Tutti grandi intenditori di musica quando c’è da disprezzare la webzine venduta di turno, ma ne siamo ben consapevoli: i lettori di questo articolo non sono gli stessi che hanno precedentemente letto i pezzi che abbiamo scritto su queste pagine su gente come Dargen D’Amico, William Basinski, Aesop Rock, Roggy Luciano, e questo giusto per citare una manciata più o meno casuale tra quella che il sottoscritto ha trattato nell’ultimo mese. La premessa si rende necessaria partendo dall’assunto che quando si tratta di gruppi passati tra le maglie dei talent, mettere le mani avanti è quasi un obbligo. E allora mettiamole.

I Melancholia sono i salvatori del rock in Italia? Ovviamente no. Sono pattume etichettato X-Factor da cestinare immediatamente? Non necessariamente. Sono piuttosto – e soprattutto – un intricato gioco di contraddizioni. Ad esempio, sono uno dei nomi più amati dal pubblico, e sono stati eliminati dal pubblico. Inoltre sono musicalmente molto più credibili di tanti altri presunti gruppi di area rock licenziati dal carrozzone in oggetto, tipo i Måneskin, sicuramente il parallelo più intuitivo e immediato, con la differenza che questi ultimi puzzano di plastica da parecchio più lontano. Poi c’è da dire che il livello di quest’anno di X-Factor non è stato né più alto né più basso, ma un poco diverso da quello a cui eravamo abituati quello sì. Trovare da quelle parti uno come N.A.I.P., che nella migliore delle ipotesi è sveglio davvero e nella peggiore è solo un altro Elio, non è scontato.

Ma prendete anche i chiacchieratissimi Little Pieces of Marmalade, che suonano più freschi di moltissime altre cose altrettanto chitarrose passate dallo show musicale di origine britannica. Loro nel best-case-scenario sono i nuovi Bud Spencer Blues Explosion, nel worst sono un’entusiastica cover band dei Rage Against the Machine con solo trent’anni di ritardo. Detto ciò non vogliamo affermare che il buon Manuel Agnelli, genio del male dell’Italia indie (che fu), sia riuscito nel suo machiavellico intento di “corrodere il sistema dall’interno” portando la musica vera sul palco di Sky. Sostenere questo sarebbe piuttosto ingenuo. Anche perché metà dei concorrenti in gara sono papabililissimi per il libro paga dal giro Machete, e uno dei capocchia di quella label siede al tavolo dei giudici. Metti che i duetti con gli ospiti comprendono Izi, Alberto Ferrari, Lazza e Madame, e ottieni il fatto che manco per sbaglio la musica è salva e abbiamo vinto la guerra, ma, d’altro canto, è innegabile che il gusto del pubblico generalista stia – pian piano – cambiando.

Tornando alla proposta dei Melancholia, questa prende un po’ dal trip hop anni ’90, dai Cure (non so, a me le schitarrate di Leon fanno venire in mente loro) e metti da una Annie Lennox sfondata di ansiolitici. Tutto legittimo ci mancherebbe, ma se – come si legge in giro – questo intingolo dovrebbe rappresentare una delle cose più fresche che passano in radio, forse il livello del talent in questione resta bassino. La band non è roba super ma nemmeno un bluff, sa un po’ di stantio ma non è neanche lontanamente la cosa più malvagia che ci possa capitare di ascoltare. Dire che era meglio il film è troppo facile, e non fa nemmeno più ridere. D’altro canto spetta anche a loro venir incontro alle nostre pur minime esigenze: andare a Propaganda Live con Sweet Dreams non è stata una mossa azzeccata: Benedetta è perennemente in sovra-interpretazione (proprio come Billie Eilish ha infaustamente insegnato ad una nuova generazione di wannabe attorno al mondo), e Filippo e Fabio paiono due cartonati sullo sfondo.

Nell’EP d’esordio questi difetti si smussano un po’: pur suonando come un bel minestrone, i suoi 33 minuti sono confezionati sufficientemente bene per accontentare chiunque si avventuri nell’ascolto. Non un marchio di Caino se le coordinate restano, comunque, riconoscibili. Del resto, questa caratteristica li ha accompagnati lungo l’intero percorso alla corte di Cattelan, sin dalla scelta delle cover che hanno spaziato da XXXTentacion a Björk (quest’ultima – lo ricordiamo – non affatto splendida). Venendo ai brani, Leon è un bel singolo, derivativo quanto si vuole ma resta in testa, è arrangiato bene, la botta te la dà un crescendo che è tanto semplice quanto efficace – due accordi a oltranza e via – e in questo caso vedere lei dal vivo che si distrugge ci sta. Venom, possibile terzo singolo, è una Shakira vagamente orientaleggiante sostenuta da una valida linea di basso corredata da contagiose chitarrine funky. Anche qui, due accordi e pochi fronzoli. Non è Robert Wyatt e non vuole esserlo, deve andare in radio e si veste per farlo. 

Ma se questi sono i pro, i contro sono molti di più. Presentarsi con dei riempitivi alla prima prova sulla media distanza è pesante (CELLAR DOOR e BLACK HOLE hanno delle melodie veramente scialbe), così come è criticabile l’avventurarsi in territori non ancora padroneggiati a sufficienza, vedi i’m giving up e il suo inutile reggae o l’improbabile parentesi à la RATM di RANT con un rap cantato in inglese maccheronico infilato a forza in un pezzo di morbidezze house-funk. E sempre di rap sfocato e funk slavato parliamo nel caso di Mr. Murphy, una rapsodia di cliché che per lo meno vanta un ritornello azzeccato. Il secondo singolo Alone, smarmellato istericamente in faccia ai giudici cattivoni dopo l’eliminazione, è una ninna nanna caruccia ma che potrebbe risultare emotivamente devastante solo a chi non abbia mai ascoltato in vita un pezzo dei Radiohead.

Certo che da X Factor è uscito ben peggio, cionondimeno What Are You Afraid Of è un dischetto senza pretese, che annacqua alcuni buoni pezzi pop in una scaletta complessivamente anonima. Con questo altalenare di risultati ad esser presto spiegato – ma non giustificato – dalla fretta di pubblicare qualcosa che cavalcasse la memoria ancora viva dei telespettatori.

Non c’è bisogno di crocifiggere nessuno, e margine per fare meglio ce n’è eccome. Noialtri nel frattempo possiamo sculettare festosi quando Venom passerà in radio oppure, se questo articolo vi ha fatto incazzare più del disco in questione, possiamo andare a leggerci (giusto per citarne una) la recensione freschissima di The Cycle, il nuovo disco del collettivo Mourning [A] BLKstar. Che qui si parla anche di musica seria eh, ad aver voglia di leggere.