Twin Peaks: The Return, commento alla parte 7

I don’t understand this situation at all” ammetteva Cole in chiusura alla quarta parte: come abbiamo detto, quasi una mano tesa allo spettatore. L’inizio della parte 6 mette però subito le cose in chiaro; siamo ancora lì, come urla Jerry Horne, marcio e strafatto: “I don’t know where I am!”. La pazienza dei fan sembra destinata a venire frustrata ancora a lungo, e chi si ostina ad aspettarsi che un epifanico risveglio dell’agente Cooper sia dietro l’angolo probabilmente è fuori strada. Non che i potenziali espedienti manchino: il caffè, “agent”, i distintivi, la statua e le pistole, di nuovo il caffè, l’addestramento FBI che rispunta per atterrare “The Spike”. Ma non è ancora il momento giusto, e Lynch sembra voler continuare a ribadirlo ad ogni occasione mancata, frustrando le attese dello spettatore.

D’altronde l’unica scena fin qui veramente nostalgica è stata la commozione di Bobby davanti alla foto di Laura Palmer. Ma anche in quel caso più che di un furbo ammiccamento, si è trattato di un sincero look back. È evidente che Lynch stia facendo più o meno quello che gli pare, senza (apparentemente) troppo curarsi di logicità, consecutio temporum e linearità sia di fabula che di intreccio. Chiaro anche che da come e se riallaccerà i vari fili e chiuderà i tanti enigmi aperti dipenderà il definitivo plauso a questo revival. Certo è che lo spauracchio “paraculata” l’abbiamo evitato da subito e senza scivoloni. La sensazione più provata è anzi stata fin qui quella del non-riconoscimento, come nel breve ma intensissimo colloquio tra Laura Dern/Diane e il doppelganger malvagio di Cooper. “Who are you?” chiede lei, e noi con lei, sempre più simili a un altro Dougie Jones rimbambito e spaesato.

La parte sette è però fin qui la tranche più lineare ed organica, dove i ponti tra vecchie e nuova serie sembrano più solidi e comunicanti. Tanti sono i rimandi alla chiusura della seconda stagione – l’esplosione della banca, il destino di Audrey, il comportamento del Cooper malvagio subito prima della scomparsa, le premonizioni oniriche di Laura Palmer (anche in questo caso passato, presente e futuro tornano a sovrapporsi senza troppa soluzione di continuità), il rapporto tra Coop e Diane, ecc. – e una sensazione di vaga familiarità serpeggia più palpabile. Tornano luoghi (“tra la Sparkwood e la 21”) e visi (il dottor Hayward), situazioni e marciume: oltremodo simbolico l’interminabile piano sequenza della scopata – non fate i maliziosi – al Roadhouse, dove chiaramente il suggerimento è che possiamo anche continuare a ripulire un posto, ma lo schifo resta (in questo caso il giro di prostituzione minorile).

Lynch continua poi con il suo giochino metacinematografico, divertente sì – tipo quando fischietta i Rammstein con un fungo nucleare sullo sfondo – ma talvolta un pochino troppo didascalico: dopo lo svarione di Lucy con i cellulari, arriva ora la chiamata Skype; quanto ancora occorre calcare la mano sul times they are a changing e 25 anni fa non c’era tutto questo? L’ha fatto anche Enrico Papi nel suo aberrante ed avvilente monologo di apertura del revival (guarda un po’) di Sarabanda. Segnale, forse, che la cosa ormai è veramente trita ed evitabile.

Il feeling a visione terminata è comunque positivo: qualche cerchio chiuso (i tip ad Hawk della signora Ceppo), qualcun altro è ripreso per dare modo di aprirne altri – pensiamo alla chiave della stanza di Coop tornata a Ben Horne – e c’è anche qualche nuova new entry (una su tutte – e riuscitissima – la figura incappucciata all’obitorio). La strada è ancora lunga, ma se la pazienza rimane lì senza scappare (mica come Richard Horne quando stira i bambini), ci si continua a divertire.

22 giugno 2017
22 giugno 2017
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