Twin Peaks: The Return, commento ai primi due episodi

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Ci rivedremo tra 25 anni, diceva Laura Palmer all’agente Dale Cooper nella sala d’attesa della Loggia Nera: come dimenticarlo? Così si apre, a uso degli smemorati, il primo attesissimo episodio della terza attesissima serie. Un’apertura seguita a stretto giro dalla sigla iniziale, che mantiene l’immancabile tema musicale di Angelo Badalamenti ma aggiorna in maniera sobria le immagini vieppiù naturalistiche utilizzate all’epoca.

E così David Lynch è tornato a Twin Peaks. 25 anni dopo – 26 per la verità, se non contiamo Fuoco cammina con me. Per la prima volta in assoluto avremo una stagione del telefilm diretta interamente da lui. Quasi diciotto ore di visione, che segneranno probabilmente la fine dell’attività dietro la macchina da presa. Lynch ha sempre saputo che, destino permettendo, sarebbe tornato a Twin Peaks. Oggi, ne prendiamo atto con una certa violenza. Perché i rimandi alla sua filmografia sono schiaccianti, tanto che sorge il dubbio che nel dirigere i film dal 1990 in poi ne abbia tenuto conto, seppur inconsciamente, mantenendo la sua connessione mentale con l’immaginaria cittadina montana. Di sicuro, questo Twin Peaks sembra una celebrazione del suo universo, e così si spiegherebbe anche la scelta di coinvolgere ben 217 nomi nel gigantesco cast. Tutti riuniti per l’ultimo ballo.

Inutile, interrogarsi in questa sede sullo (anti)svolgimento della trama: a ciascuno la sua ricostruzione del puzzle, perché Lynch ama che i suoi spettatori pensino. Tornano personaggi storici, in primis la Donna Ceppo (alla memoria dell’attrice scomparsa Catherine Coulson è dedicato il primo episodio, così come a quella di Bob/Frank Silva il secondo), mentre ne compaiono di nuovi – le prime star a rivelarsi sono Ashley Judd e Jennifer Jason Leigh, apparentemente cattiva e zozza come ce l’aveva presentata anche Tarantino in The Hateful Eight – e a sorpresa si esce spesso dai boschi per spostarsi a New York e Las Vegas. Ma ci sono altri aspetti sui quali soffermarsi…

Il Gigante che, nella sequenza di nuova partenza in bianco e nero, intima a Cooper: Listen… to the sounds. “Ascolta… i suoni”, mentre un tempo a Twin Peaks si usava dire “There’s always music in the air”. È la prima frase pronunciata. E la cura degli effetti sonori, ce ne accorgiamo subito, è semplicemente PAZZESCA. Il sound design è dello stesso Lynch ovviamente, che sin dai primi cortometraggi degli anni 60 è sempre stato attentissimo all’argomento. Non dimentichiamo, d’altronde, che i primi tentativi alla regia furono innescati dall’esigenza di conferire movimento e suono ai suoi dipinti. Sono poi, appunto, i rimandi al passato, in questo volontario gioco tra passato stesso e futuro, a far compiere degli autentici balzi sulla sedia. La comparsa di Mr. C, il doppio cattivo di Cooper, con un look fra Trent Reznor anni 90 e Sailor Ripley di Cuore selvaggio, è da manuale del cinema e autocita prepotentemente i deragliamenti notturni di Strade perdute: la musica, dalla serrata ritmica industrial, è un remix terrorizzante di Lynch sul corpo della American Woman delle Muddy Magnolias.

Perché, vogliamo parlare di quanto è spaventoso lo spettro/essere mostruoso che dilania il giovane guardiano della misteriosa scatola di vetro ubicata a New York, Ben Rosenfield, e la sua amante Tracy? Sembra uscito direttamente dagli incubi di Eraserhead. La scatola di vetro cos’è? Parrebbe un portale interdimensionale.

La scoperta del cadavere della bibliotecaria Ruth Devenport è in tutto e per tutto un flashback a Mulholland Drive, quando scopriamo il cadavere della bionda Diane impersonata da Naomi Watts. Il cadavere di Ruth, anzi la testa di Ruth staccata dal corpo che corrisponde a un’altra persona da identificare, ci viene mostrato peraltro con scarso realismo: la sconvolgente immagine si staglia davanti agli occhi come se fosse un quadro dello stesso Lynch ispirato a Francis Bacon, uno dei suoi principali riferimenti pittorici – e per rendere l’idea di quanto nell’universo lynchiano tutto si rincorra senza soluzione di continuità, ricordiamo che una serie di tele firmate da Lynch, pervase oltretutto da foreste e fuochi, portava proprio il nome ricorrente di “Bob”, per quanto il diretto interessato abbia sempre smentito ogni associazione. E andando avanti, la messa a fuoco del presunto colpevole Bill Hastings e la sua incarcerazione sono déjà-vu di quelle del presunto uxoricida Fred nel già citato Strade perdute, interpretato – almeno inizialmente – da Bill Pullman. Come se non bastasse, quando le forze dell’ordine aprono il bagagliaio di Hastings e vi individuano un pezzo appartenente a Ruth – la lingua? – sembra di tornare alla scoperta dell’orecchio nel campo di Velluto blu.

È del resto il tema del doppelgänger a trainare Twin Peaks, speculare e ambivalente sin dalle vette montuose del suo titolo. I doppelgänger erano presenti anche in Strade perdute, Mulholland Drive e meno esplicitamente in INLAND EMPIRE. Nel secondo episodio della première persino il “braccio sinistro di Mike/The Man from Another Place”, l’evoluzione del Nano che appare come un albero ancora una volta in sintonia con i quadri multi-materiale di Lynch, ha il suo doppelgänger. Lo incontriamo sempre nella Loggia Nera, lì dove nel frattempo rivediamo Laura e Leland Palmer (o perlomeno quel che rimane di loro). Il Nano, tramite il volto e la voce dell’attore Michael J. Anderson, a suo tempo lo aveva preannunciato: “Quando mi rivedrai, non sarò io“.  Non sappiamo se tutto fosse programmato, oppure se la trasformazione sia stata attuata giocoforza a causa delle diatribe fra il medesimo Anderson e Lynch.

Il doppelgänger di Cooper intanto, nel “mondo reale”, ammazza gente e fa in tempo a telefonare all’agente Philip Jeffries, impersonato in Fuoco cammina con me da David Bowie. La sfida pare tutta da giocarsi proprio fra il Cooper buono e il Cooper cattivo. Il primo sipario cala sulle note synthdream pop di Shadow dei Chromatics, che con la bionda ed eterea figura di Ruth Radelet sostituiscono momentaneamente Julee Cruise al Roadhouse nelle aspettative spiazzate dello spettatore. “Try me”, dice la povera Tracey citata poco fa, prima di cadere vittima della paura ed essere uccisa. Noi questo nuovo Twin Peaks lo abbiamo provato, e com’era prevedibile, ci è piaciuto un casino.

24 maggio 2017
24 maggio 2017
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