A sinistra una foto promozionale del film "Una poltrona per due"; a destra una still di "Grease"
Temporali

“Una poltrona per due”, “Grease” e le altre manifestazioni del moralismo revisionista

Per fortuna (si fa per dire) che i tempi a volte cambiano in peggio, che ci sono fasi in cui il dibattito scade di livello al punto da favorire la riscoperta anche di film usciti molti anni fa, lustrandoli d’attualità. Pensavamo che il genio di John Landis, quell’irresistibile misto di ironia, irriverenza e vis anarchica, fosse stato sviscerato in ogni sua componente e che ormai fosse relegato lì, come un monumento alla memoria esposto alle cacate dei piccioni; e invece eccoci di nuovo qui a parlarne in termini di cronaca, perché l’eterno ritorno dell’uguale è regola aurea anche nel cinema, e se le circostanze lo richiedono – e oggi lo richiedono, altroché – la luce di un film, come di qualsiasi altra opera d’arte, può tornare a brillare più splendente che mai. Un discorso che può valere anche per Grease, la storica pellicola musicale del 1978 diretta da Randal Kleiser e con John Travolta e Olivia Newton-John, fatta oggetto proprio negli ultimi giorni di un’altra polemica revisionista a seguito della sua messa in onda sulla BBC, per cui – secondo i promotori dell’attacco – la stessa opera sarebbe sessista, omofoba e razzista.

Partiamo però da Landis. Diciamocelo: il rito del passaggio televisivo di Una poltrona per due in prima serata la vigilia di Natale rischiava di scivolare nella sfera della più trita e ritrita liturgia da festività (che poi per carità, a noi certe liturgie piacciono da morire). Bello sì, ogni 24 dicembre, sintonizzarsi alle 21:00 su Italia 1 ma ormai, dopo ventitré anni di occupazione del medesimo slot del palinsesto, questo film per molti era diventato una specie di cliché, un sottofondo al rumore delle ganasce dei commensali riuniti in casa a trangugiare il cenone o al fruscio della carta da regalo durante lo spacchettamento. Stavolta, però, ci si sono messi certi odierni moralisti a rendere più stuzzicante la faccenda e riaccendere la fiamma, in verità mai del tutto sopita, di un film che ha fatto epoca ma vale per tutte le epoche.

La storia la conosciamo, semplice ma dirompente nella sua elementarità. Le vite di due tizi, uno squattrinato mendicante (interpretato da Eddie Murphy) e un rampollo dell’alta borghesia finanziaria (Dan Aykroyd), vengono scambiate dai facoltosi zii, nonché datori di lavoro (interpretati dai compianti Ralph Bellamy e Don Ameche, quest’ultimo premio Oscar nel 1986 per Cocoon) del secondo, per una scommessa dall’importo simbolico di un dollaro. Obiettivo dell'”esperimento sociale”, dimostrare che chiunque, se messo nelle giuste condizioni, può ambire ad affermarsi e diventare ricco.

A una mente non particolarmente illuminata potrebbe sembrare un’apologia del capitalismo ma in verità è tutto l’opposto, e dimostra come il credo neoliberista e le tenaglie con cui si è radicato nella coscienza del mondo occidentale, su tutte l’ambizione, l’arrivismo e il carrierismo, ossia i dogmi dell’America targata 80s e quindi di tutto il mondo venuto dopo, si reggano su pilastri di cartapesta. Landis voleva dimostrare che quei pilastri potevano essere buttati giù con un dito, che gli equilibri erano tutt’altro che solidi, e lo fece da par suo, facendo ridere e mescolando cultura alta e bassa, con in più una spolverata (ma diciamo anche qualcosa in più di una spolverata) di economia finanziaria, grazie a quella scena finale della Borsa che solo un buon conoscitore di pratiche come aggiotaggio e insider trading poteva rendere in maniera così precisa, ancorché leggera.

Ora, può essere questo, appunto, un elogio del capitalismo? A nostro parere, no. E men che meno Landis intendeva fare tabula rasa dei principi padronali per sostituirli con una costruzione di tipo etico: Una poltrona per due non è un’operetta morale ma “solo” una bellissima e brillantissima commedia, e peraltro neanche la migliore tra quelle dirette dal cineasta di Chicago (che in questo caso non mise mano alla sceneggiatura, a differenza di altre occasioni). Sagace, caustica, pungente, geniale nella sua paradossalità, sì, ma probabilmente inferiore a Animal House, The Blues Brothers e Un lupo mannaro americano a Londra, tanto per dire.

Eppure qualcuno vi ha ravvisato i crismi di una malcelata approvazione del mantra capitalista, in linea con parecchio cinema insulso e sempliciotto degli anni Ottanta. Capito? Landis faceva propaganda reaganiana (!!). Questo almeno secondo i più estremisti, che hanno i tratti non tanto del panciuto borghesotto di mezza età che lancia strali dal salotto di casa, quanto perlopiù di 25-30enni appena usciti dall’università. Si è come rovesciato il mondo: a cogliere e apprezzare lo sberleffo, il sarcasmo e la metafora sono i quaranta/cinquantenni, mentre a stringere in pugno la mannaia censoria sono le nuove leve, le forze fresche, i cciofani che si formalizzano perfino di fronte alle mitiche tette in bella mostra di una fresca e rigogliosa Jamie Lee Curtis, presente anche lei nel cast nei panni della prostituta Ophelia.

Per Grease, un caso montato da tabloid e poi ripreso dai media italiani che ha riacceso il dibattito social, vale lo stesso discorso fatto per Via col vento e per tutti i casi passati e futuri di questo tipo. Chi è cresciuto con il film e l’ha amato fin dalla sua uscita nelle sale o comunque dai primi, successivi passaggi in TV, l’ha difeso a spada tratta; molti di coloro che invece lo guardano oggi per la prima volta ne escono perplessi, turbati, finanche offesi. Che significa questo? Significa che forse c’è da fare un discorso più ampio e che mettere in atto un conflitto generazionale, andare allo scontro frontale, rischia di diventare l’ennesimo, stucchevole saggio di (non) pensiero binario, da replicanti, che anima questi tempi fin troppo polarizzati.

La società è cambiata, e con essa la sensibilità, l’estetica e naturalmente il lessico. Dobbiamo accettarlo, e certo un film uscito decenni fa non può non cozzare, per determinati aspetti, con il comune sentire di oggi, sarebbe da ciechi non riconoscerlo. Quello che però è sbagliato è la censura. Va detto, va insegnato, va prescritto di non ricorrervi mai. E purtroppo oggi censurare, rimuovere, epurare sembra la scorciatoia più battuta da coloro che non sono stati abituati a pensare, o perlomeno a considerarlo una priorità; coloro ai quali, probabilmente, certi valori liberali e democratici, in primis la cultura del dibattito, della critica, della voce contro, non sono stati trasmessi con la giusta convinzione. Perché quando la critica è solo di facciata finisce per essere sterile e il contatto con tutto ciò che è diverso, fosse anche una cultura o un modo di pensare del passato, finisce per spaventare e suggerire di rintanarsi nella propria alcova.

Per quale motivo, infatti, solo oggi si propone di ritirare dalla programmazione certi film? Trenta o quarant’anni fa sarebbe mai venuto in mente a qualcuno di vietare una commedia di Billy Wilder perché magari si poteva pensare che veicolasse l’immagine della donna oca? Chiudere gli occhi e girare la testa, vietare, purgare, condannare, cancellare, nascondere sotto il tappeto – ripetiamo – è sbagliatissimo. È l’atteggiamento di chi abbatte le statue – e, beninteso, quella a Bristol aveva senso tirarla giù -, quando invece il passato, sia nel bene che nel male, dovrebbe essere tenuto a mente anche come monito per non ripetere gli stessi errori, senza impaurirci. E soprattutto va sempre contestualizzato. Ad esempio, la polemicuccia da quattro soldi sulla pastasciutta coloniale ha poco senso se diventa l’ennesima occasione di uno scontro tra fazioni. Così come una zuffa tra ultrà è diventata la docu-serie SanPa: luci e tenebre di San Patrignano: anche lì ci si è finiti per schierare senza guardare alla complessità di una vicenda che avrebbe meritato una discussione di ben altro livello, in primis sul contesto sociale, politico e culturale che fece da sfondo alla nascita e alla crescita della comunità, e poi – perché no – anche sul dramma dell’eroina.

Senza parlare poi delle stucchevoli esagerazioni lessicali a cui si assiste ormai giornalmente. Se è senz’altro giusto bandire dall’uso corrente alcuni vocaboli dall’accezione ormai universalmente ritenuta offensiva, e se è comprensibile che anche altre parole, magari meno oltraggiose ma che comunque racchiudono e sintetizzano un determinato universo, siano viste con diffidenza poiché simboliche di un mondo arcaico, patriarcale, ingiusto, diventa quasi comico il dover assistere con sempre più parossistica regolarità al profluvio di asterischi – finora presenti perlopiù nelle comunicazioni informali (post sui social, messaggistica, email, ecc.), ma chissà che la cosa non finisca per prendere piede ufficialmente anche nell’editoria, a coprire le differenze e sfumature di gender che – beninteso – rispettiamo. Com’è sacrosanto che una persona possa chiedere al mondo di farsi chiamare con il pronome personale che desidera. Evitiamo però certo pilatesco cerchiobottismo nell’arricchire artatamente il vocabolario di controparti femminili per ogni aggettivo e sostantivo. Addirittura per quanto attiene alle parole ebraiche, visto che le cronache delle ultime ore ci hanno regalato l’ulteriore “perla” di un deputato del Congresso degli Stati Uniti che invece di concludere la preghiera in aula con il tradizionale amen, siccome – ha pensato – bisogna rispettare la parità di genere, ha voluto aggiungere and awoman. Stiamo o non stiamo scivolando nel ridicolo?

Articolo aggiornato l’ 11/01/2021 alle 12:30