Webbizzazione unlimited

Avanti così. Ineluttabili verso il futuro. Che poi è tutto un ripensare il presente rimagliando il passato. Un vedere l’effetto che fa infiocchettato nella confezione scintillante delle strategie. Si susseguono notizie che non ammettono ritorno, casomai solo revival. A condurre le danze sono soprattutto le tre sorelle, Amazon-Google-Facebook, con Apple e Microsoft a recitare il ruolo del corollario hardware diversamente orientato. Negli ultimi giorni è toccato alla grande “A” di Seattle stupirci con un annuncio che probabilmente rappresenterà un turning point nel già ben avviato settore degli e-book: sarà infatti possibile sottoscrivere un abbonamento mensile denominato Kindle Unlimited che permetterà di accedere illimitatamente ad un catalogo che ad oggi può contare su oltre 600.000 libri elettronici.

Sarebbero molti di più se le grandi case editrici avessero deciso di aderire (c’è da ipotizzare che prima o poi lo faranno), ma già così si tratta di una roba pazzesca. Forse non siamo mai stati tanto vicini a scorgere la Biblioteca di Babele teorizzata da Borges. Anche ammesso che siate dei lettori compulsivi al limite del maniacale – come la blogger Nina Sankovitch che ha dimostrato di poter leggere un libro al giorno per un anno intero (esperienza di cui ha scritto su Read All Day) – per esaurirla ci vorrebbero almeno venti lunghe vite (durante le quali presumibilmente il numero degli e-book disponibili aumenterebbe esponenzialmente). Tenuto conto delle inevitabili differenze strutturali, si tratta di una versione libresca del modello Spotify. Simile anche la quota di abbonamento mensile, che dovrebbe aggirarsi attorno ai dieci euro. Una proposta che dire allettante è poco.

Non fatichiamo a comprendere le ragioni di chi a questo punto fa suonare le sirene d’allarme. Difatti, gli ultimi dati resi noti da Nielsen riguardo il mercato discografico USA traccia un quadro chiarissimo: i servizi di streaming (Spotify, Deezer e Youtube in primis) stanno dando la spallata finale alle modalità precedenti, non solo alla vendita dei supporti fisici ma anche al download. Si parla di un incremento del 42% per i servizi di streaming nei primi sei mesi di quest’anno, cui corrisponde un calo del 20% per i CD e di quasi il 12% per il digitale. I più vintage tra noi si possono consolare con l’impressionante più 40% messo a segno dal vinile, magari dimenticando per un attimo che con 4 milioni di copie rappresenta un misero 3% del venduto complessivo. A dire il vero sembra proprio che mai come in questo caso la parola crisi debba essere interpretata nella sua accezione di “cambiamento”, visto come questo stillicidio di cifre non si traduce necessariamente in un tracollo finanziario.

Vedi il caso dell’Italia, che sempre riguardo al primo semestre 2014 e considerato il mercato discografico nel suo complesso incassa un lusinghiero più 7% di fatturato. E’ appunto e semmai il cambiamento di paradigma che preoccupa. Tornando ai libri (se mi perdonate il ping pong), oltre al dilemma dei compensi – una volta soddisfatte le condizioni poste dai grandi editori resta da vedere come ne usciranno i piccoli – bisogna capire quale sarà la ricaduta in termini di “biodiversità” culturale. Il vero pericolo non è la scomparsa del libro di carta, ma la comparsa di una mega-piattaforma in grado di determinare gusti e orientamenti culturali. Non possiamo illuderci che a fronte delle mutazioni degli anelli finali della catena non cambi tutto il processo, investendo anche quello creativo che è o dovrebbe essere il cuore della proposta. La prassi dell’e-book può ridefinire in profondità il rapporto tra scrittori e scrittura non meno che tra lettura e lettori. In che modo, lo scopriremo solo vivendo.

Intanto però sul versante della musica ci stiamo portando avanti col lavoro: un articolo della webzine Fastcolabs (la divisione tecnologica del magazine statunitense Fast Company) fa il punto su un fenomeno sempre più rilevante, ovvero l’offerta di servizi di produzione, missaggio e mastering online che abbatterebbero in maniera significativa i costi per la realizzazione di un pezzo. Hanno nomi come Landr, Gobbler e Splice, sono software estremamente sofisticati e performanti e promettono di consegnare nelle mani del musicista le chiavi del “rendering” finale. Per non parlare di chi ipotizza l’utilizzo di Google Glass per connettersi virtualmente ad uno studio vero e proprio.

Le possibilità introdotte dal web quindi stanno risalendo la corrente e si dirigono verso la fonte, con ricadute sul prodotto finale ad oggi difficilmente circoscrivibili (ma variamente interpretabili in un range che va dall’apocalittico orwelliano al cyberentusiasmo fricchettone). Innescare una discussione su questo punto vedrebbe prevedibilmente contrapporsi visioni opposte, identificabili a grandi linee con chi sostiene la figura del produttore (il valore del background professionale con l’additivo imponderabile del fattore umano) da una parte e chi plaude all’iperbolico upgrade del DIY nell’ottica di una de-capitalizzazione del processo creativo dall’altra. Sono certo che ne uscirebbero argomentazioni molto interessanti.

Credo però che tutti – a parte qualche luddista inveterato – saranno d’accordo su un fatto: la “webbizzazione” del quotidiano comporta l’innesco di conseguenze ramificate, profonde, in espansione. Il campionario di nuovi gesti e abitudini determina uno scenario diverso, nel quale acquistano significato pieno. Per l’immaginario collettivo lo scorrere delle dita sul display è oggi quel che le mani sul volante erano negli anni del boom economico: il segno di un’epoca che ridefiniva il concetto di possibilità individuale, delle distanze fisiche e culturali. Niente cambia se tutto non cambia.

Se abbiamo a cuore il futuro dei dischi e dei libri, forse dobbiamo smettere di pensare all’idea sedimentata che ne abbiamo. Immaginarli come ciò che ci auguriamo possano diventare potrebbe rivelarsi più costruttivo. E persino realistico.

28 Luglio 2014
28 Luglio 2014
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