[ph: David Serni]
Temporali

Stelle buone e distanti. I primi vent’anni di “Tregua” di Cristina Donà

Non ho alcuna difficoltà a confessare che comprai Tregua una volta saputo che lo aveva prodotto Manuel Agnelli. Intendo dire che lo feci proprio per quello. All’epoca il mio entusiasmo per gli Afterhours, la sensazione che rappresentassero un buon motivo per tornare a respirare impeto e avventura in territorio rock nazionale, era a livelli altissimi. Di Cristina Donà sapevo ben poco, ma quel poco che ne lessi – sulle riviste di carta: parliamo di venti anni fa, signori miei – m’incuriosì parecchio. Mi colpì ad esempio sapere che assieme ad Agnelli le era capitato di eseguire la cover di State Trooper di Springsteen, ad esempio. Curioso, appunto, perché il repertorio del Boss non rientra propriamente tra i riferimenti del rockettaro indie medio, né all’epoca né – se di indie ha ancora senso parlare – oggi. Ma portare sul palco quella canzone da un disco, Nebraska, che coincide più o meno col cuore nero degli 80s a stelle e strisce (esagero? Almeno un ventricolo, suvvia), fottendosene di categorie/catafalco come “mainstream” e “alternativo”, e oltretutto – mi sia consentito dire – che tutto questo lo facesse una donna, beh, mi sembrò una situazione degna di nota, di quelle che attivano tutti i nervolini preposti a pasturare l’aspettativa.

Alla prova dell’ascolto, l’aspettativa non fu tradita: fu fatta a pezzi, schiantata, triturata. La Donà, l’esordiente Donà, mi sembrò qualcosa di inclassificabile. Dotata di sensibilità potente e desueta, strutturava melodie tumultuose senza perderci in lirismo, padroneggiava le canzoni obbligandole a risvolti folk-blues aspri e viscerali, canzoni che sembravano sempre sul punto di oltrepassare il punto di rottura ma restavano in piedi, con una specie di delicatezza ferita, ostinatamente lucida, combattiva. In primo piano campeggiava la voce, la sua voce. Una voce che s’impadroniva di tutto. Una voce-corpo che vorrebbe diventare spirito ma è rimasta a metà della metamorfosi (un angelo caduto in volo, direbbe quel tale) e appartiene così a entrambe le dimensioni, chimera che succhia forza e sostanza da questa insolubile dicotomia. Se il rock è un linguaggio di rabbia, di rivalsa, di energia proiettata a oltrepassare, in Cristina Donà di tutto questo ne avvertivo a tonnellate, un’energia che aveva ancora l’odore della pelle, degli abiti, del respiro di chi l’aveva generata. Era scomoda e strana, ma umana come poche altre cose (non solo voci) mi fosse capitato di sentire. Era il suono stesso dell’irrequietezza, nel quale era compresa la tensione verso la quiete. Verso la tregua, appunto.

Non mi ha stupito, nel corso degli anni, che Tregua venisse citato poco tra i titoli più influenti dei 90s italiani. Il perché, credo, sta nel fatto che la Donà e quel suo formidabile esordio rappresentassero situazioni difficilmente ripetibili. Era (è) affare assai complicato proporsi di esserne epigoni, incanalarsi in quel solco. Se è vero infatti che possiamo ben definirlo disco figlio della sua epoca – con l’ago della bussola puntato sulle estasi umorali di Jeff Buckley e PJ Harvey – è vero anche che devi essere Cristina Donà perché quelle canzoni funzionino come funzionano. Avere quella capacità di modulare la spinta espressiva, di coprire l’intero arco emotivo (dal sussurro al grido) nel giro di pochissime battute (spesso una soltanto, o persino meno) e – soprattutto – saperlo fare credibilmente. No, non mi ha stupito questa sorta di eclissi. Esistono dischi così, ne è piena la storia del rock: atti unici o quasi, isole in cui convergono correnti sottomarine a depositare scorie e tesori, ma isole appunto, non facilmente catalogabili e apparentabili ad altre.

Dopo Tregua, la carriera della Donà è diventata qualcosa di piuttosto diverso rispetto a quella premessa – oserei dire: inevitabilmente – e lo ha fatto molto bene, con esiti a mio modo di vedere eccellenti. Passando dalla ibridazione electro-pop alle raffinatezze jazzy, senza però rinunciare alla spina nell’anima dell’elettricità, in venti anni la musicista di Rho è diventata forse la nostra più autorevole cantautrice rock, priva graziaddio di preclusioni verso le possibilità radiofoniche delle canzoni, a patto che restassero belle canzoni (il suo ultimo lavoro in studio, Così vicini, è esemplare in tal senso). Una musicista più normale, forse, ma non c’è nulla di sbagliato in questo, nulla da rimproverare al suo percorso.

Tornare quindi dopo venti anni a Tregua, ripercorrere quella tracklist attraverso collaborazioni con musicisti più giovani – o comunque piuttosto nuovi, variamente emergenti: nomi quali Zois, Sara Loreni, Chiara Vidonis, Blindur… – questo sì, un po’ mi ha stupito. Operazioni di tale fatta spesso inciampano nel loro proposito principale: sono, né più né meno, celebrazioni. Lo è anche Tregua 1997 – 2017 Stelle buone, certo, ma ha dalla sua alcune carte notevoli. In primo luogo, i pezzi sono lasciati all’estro dei musicisti coinvolti, che ne riconfigurano gli arrangiamenti secondo la propria calligrafia (a parte una, la title track, riletta assieme ad Alessandro “Asso” Stefana alla luce della sensibilità attuale della Donà: bella anche in questa versione, più pacata ma niente affatto quieta). In generale non si avverte, per fortuna, una smania di attualizzazione, tuttavia le canzoni devono vedersela con strutture e angolazioni molto diverse dalle originali, con una mentalità contemporanea. Il risultato è che ad emergere è il valore, la robustezza della scrittura. Ebbene sì: Tregua era un disco di canzoni formidabili, e lo erano per se stesse, al di là della calligrafia espressiva della Donà.

Se c’è un problema in queste riletture, sta a mio avviso in ciò che i duetti producono, ovvero un retrogusto di contrasto, uno stridore provocato dalla difficile convivenza tra lo stile espressivo della Donà e quello degli artisti coinvolti. Anche negli episodi più riusciti – L’aridità dell’aria assieme a Birthh e Le solite cose con Simona Norato, a mio modesto parere – si avverte che qualcosa non funziona. Ma non a causa di un difetto di realizzazione o progettazione, anzi: sembra che ad emergere sia una questione che va oltre questo disco. Disco tutto sommato ben concepito e ben realizzato, e proprio perché ben fatto capace di rendere evidente – una sorta di rivelazione – quanto la dimensione espressiva della Donà risulti anacronistica e perciò distante rispetto a quella dei compagni di viaggio. E’ come se la voce della Donà, il suo modo di interpretare e vivere la canzone, entrassero in conflitto rispetto a quella specie di basso profilo strutturale che rappresenta la prassi contemporanea, quest’ultima improntata a una sorta di sistematico distacco, un porsi dell’interprete (autore) al di qua di ciò che descrive, di cui parla (canta). Come se per un musicista oggi sbilanciarsi troppo sull’atto di esprimere fosse sconveniente rispetto all’esprimere, perché dimostrerebbe che non ha saputo capirne i meccanismi, il gioco: non sia mai che a qualcuno venga il sospetto che non ci sei ancora entrato, nella post-modernità.

L’interpretazione degli artisti coinvolti nel progetto appare quindi profilattica rispetto a quella di Cristina, che invece si fa attraversare dalla canzone: posseduta, la possiede. Se ne fa esprimere esprimendo. La sensazione – piuttosto forte – è che questa differenza ci racconti qualcosa che è accaduta e sta accadendo in questi anni, uno spostamento di senso, un aggiustamento di angolazione, una prassi, un gusto. Una presa di distanza. E ribadisce quanto dischi come Tregua siano importanti non tanto per quello che hanno seminato, quanto per il patrimonio espressivo – un ruolo, un ventaglio di possibilità e obiettivi – a cui fanno riferimento, un patrimonio forse definitivamente consegnato alla storia, a cui in ogni caso le proposte musicali (i “progetti”) di oggi si rifanno sempre di meno. Sbagliando? Il tempo, al solito, ce lo dirà.