Temporali

Suicide & nihilism. Un addio a Alan Vega

Avrebbe dovuto, avrebbero dovuto farlo per mantenere fede al nome scelto in una grigia giornata di “enne” anni fa, ma alla fine non l’hanno fatto. Niente suicidio per nessuno dei due Suicide, Alan Vega e Martin Rev. Roba troppo stupidamente banale per una formazione di apolidi della musica che nella sua eccentricità (da leggersi etimologicamente) e nel suo dilettantismo punk-prima-del-punk ha devastato, riscritto, anticipato buona parte dei suoni venuti dopo quell’epocale esordio vomitato in faccia nell’anno di(s)grazia 1977. Alan Vega, al secolo Boruch Alan Bermowitz, nome che tradisce evidenze di melting-pot e incroci imbastarditi tipici della land of opportunities, è morto alla veneranda età di 78 anni, placidamente, nel suo letto. Nel sonno, stando a quanto si legge in giro. Una morte che stride con una vita, per lo meno musicalmente parlando, sempre ai limiti: del circuito musicale, del (rock) già noto, dell’incolumità fisica, stando ai racconti (propri o di terzi) o agli spezzoni disponibili online in sgranati b/n.

«The show was so intense that without knowing it Marty was smashing the keys with the mic stand, and when he was through with the mic stand, without realizing he’d destroyed the keys into deadly weapons, he started to slam his hands into this hell without feeling the pain, probably never seeing the blood – end of the show the two of us bleeding like a couple of upside down saints getting led off to our slaughter. HELLO – Suicide is born. Welcome to hell!!!» (Alan Vega)

suicide

Eppure, nemmeno una morte così “normale”, così “ordinaria”, banale verrebbe da dire, almeno rispetto ad altre morti più “rock”, potrà scalfire la memoria, il valore, il lascito di colui che dava materialmente voce agli incubi (metropolitani e post-industriali, d’amore e di morte, di perversione e di disagio) fatti musica attraverso una strumentazione che più povera non si potrebbe – electronics per Rev (tradotto, un synth scassato e una drum machine impazzita), voce ossessiva e ossessionata per Vega – che rispondono al nome di Suicide, in una doppia lettura. La prima, la (per i tempi) shockante sigla che dava il nome alla formazione, duo atipicamente “rock” che decise più o meno consapevolmente di trascinare il blues in un gorgo di scarnificata violenza post-urbana che era punk (prima del punk), industrial (prima dell’industrial), ebm, noise, electro e tantissimo altro. Tutto insieme ma anche tutto sempre reso scheletrico, minimale, ridotto pelle e ossa, perché di orpelli non ne avevano bisogno quei due dropout dalle giovanili velleità artistiche e dall’intuito selvaggio e puro, se è vero che già agli albori dei 70s parlavano di “messe punk” da officiare in qualche spazio arty come il Mercer Arts Center, quando del punk si aveva avvisaglia solo con gli Stooges dell’iguana Iggy Pop visti attraverso la lente devastata di Lester Bangs. Genialità ed essenzialità

La seconda, invece, rimanda a quell’album omonimo, da molti considerato, a ragione, l’unico album: poco più di 30 minuti per 7 canzoni spalmate tra lato A (Ghost Rider, Rocket U.S.A., Cheree, JohnnyGirl) e lato B (Frankie Teardrop e Che) e per cui prendono senso “reale” – nel senso che si manifestano materialmente, si appiccicano addosso a chi ascolta, lo costringono, si fanno densa caligine – parole come ossessione, paranoia, disagio, malessere, tormento, oppressione e una infinità di altri termini legati indissolubilmente al campo semantico della negatività, dell’oscurità, della minaccia. Nelle dense spire di scarne cifre musicali reiterate fino allo sfinimento, riduzione in sedicesimo e algidamente meccanizzata del blues/50s rock/psychobilly con cui i due erano cresciuti, si fa spazio la voce di Alan Vega: cerimoniere impavido e punk di sette cerimoniali che sono altrettante discese negli inferi suburbani, stregone che guida il rito voodoo con cui è risvegliato il fratello cattivo di Elvis e del rock fifties («Elvis Presley to me is like God, and Roy Orbison and Jerry Lee Lewis, they’re my triumvirate») a furia di lamenti e urla, disperazione condensata e teatralità furibonda.

Eppure quel disco, grazie anche alle istrioniche doti vocali di un autodidatta, uno dei tanti “genialen dilettanten” emersi in quella NYC in continuo fermento, è nella sua asprezza, nel suo nichilismo, nella sua straniante formula sonora, un punto di riferimento non solo per centinaia di emuli che ne trarranno lezione o ne distorceranno il canone non scritto nel corso dei decenni successivi, ma anche per una insospettabile legione di artisti mainstream: «Over here on E Street, we are saddened to hear of the passing of Alan Vega, one of the great revolutionary voices in rock and roll. The bravery and passion he showed throughout his career was deeply influential to me. I was lucky enough to get to know Alan slightly and he was always a generous and sweet spirit. The blunt force power of his greatest music both with Suicide and on his solo records can still shock and inspire today. There was simply no one else remotely like him». «There was simply no one else remotely like him». Parole non di un qualche musicista del sottobosco arty o sperimentale, ma di Bruce Springsteen in persona che, dopo aver dichiaratamente preso spunto da Frankie Teardrop per la sua State Trooper (contenuta nell’album Nebraska), omaggia in modo sincero una delle voci più rivoluzionarie del rock, seppur distante eoni dagli orizzonti bazzicati dal chitarrista americano. E come Springsteen, a piangerne la morte e, al tempo stesso, a riconoscerne l’influenza, attestata da un quantitativo probabilmente poco eguagliabile di cover version delle tracce dell’album d’esordio, sono stati non solo post-punkers ed electro-noisers vari, Steve Albini e J&MC, Nick Cave e le orde di synth-poppers che hanno solcato trasversalmente gli Ottanta, Ministry, NIN, Dirty Beaches e Henry Rollins, ma anche insospettabili come Björk e Bono Vox, per dirne due che l’underground e le cantine maleodoranti non le bazzicano più da millenni.

Nonostante questi riconoscimenti, la figura di Alan Vega non finirà musealizzata o celebrata su riviste à al page, ma rimarrà indissolubilmente legata, per lo meno per chi scrive, a quella manciata di canzoni, vera pietra angolare del rock più viscido e riottoso, interpretate come se fossero veramente la materializzazione della disperazione quotidiana, dell’alienazione metropolitana, della pochezza dell’esistenza umana.