“It’s My Life”. La solitudine di Mark Hollis e la malinconia anni ’...

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Per la maggior parte delle persone i Talk Talk rimarranno “quelli di It’s My Life“, per i più attenti e curiosi la band di Mark Hollis rappresenta un solido solco tracciato nel pop anni Ottanta, capace di rimodulare i codici del «post punk su territori blues e diversamente neo-psichedelici, ottenendone una formula pop tanto strutturata quanto irresistibile», come scriveva il nostro Stefano Solventi nel suo saluto al compianto cantautore britannico. Se poi si pensa che al successo planetario di una delle band più strombazzate in radio in quegli anni corrisponde un carattere schivo, per nulla avvezzo alla mondanità, sprezzante delle regole del successo, c’è da uscire di testa. I Talk Talk furono la colonna sonora degli anni Ottanta, questo è innegabile, ma chi si ferma solo alla superficie, ovvero alla sola potenza musicale di un singolo come It’s My Life non coglierà le idee che si celano all’interno del suo calderone, la voglia non di costruire un singolo a tavolino, ma di sperimentare, di portare avanti il discorso, di proiettare quegli anni Ottanta in un futuro dal potenziale sconfinato, anche se caratterizzato da una malinconia tanto impercettibile quanto letale. Portatori di queste sensazioni sarebbero stati gli album successivi, già a partire da The Colour of Spring.

Non si può rimanere indifferenti (soprattutto davanti a versi come «Funny how I blind myself, I never knew / If I was sometimes played upon, afraid to lose / I’d tell myself, what good do you do / Convince myself»), perché non si tratta della solita canzone d’amore. È decisamente qualcos’altro. Parla di dedizione, di impegno, di volontà, di forza d’animo. In una canzone contraddistinta da un motivo che dalle radio emergeva con potenza ed efficacia inaudite, Hollis tra le righe evidenzia il bisogno di libertà, la voglia di isolarsi, di riflettere in silenzio. Un disagio che prima ancora che sentimentale è mentale. Il videoclip che ne fu tratto, diretto da Tim Pope (regista simbolo dei videoclip di quegli anni, dai The Cure agli Wham!), è esemplare in tal senso. Concepito come una presa di posizione dura e inequivocabile contro la banalità del lip-synching (quindi già una netta dichiarazione contro gli stilemi meglio consolidati del sistema commerciale), il video mette in sequenza diverse scene naturalistiche, prese dall’osservazione del mondo animale, così puro e incontaminato, e le alterna a riprese del solo Mark Hollis (privato della band) in piedi e con la bocca perennemente chiusa. In alcuni punti, l’animazione contribuisce a posizionarsi proprio sopra le labbra del cantautore, quasi a suggerire l’idea che magari stia cantando, ma non possiamo esserne certi.

Ugualmente a quanto dicevamo sopra, il videoclip di It’s My Life raddoppia quella sensazione di incomunicabilità affrontata dal brano, con il bisogno di isolamento del protagonista per una rinascita futura (suggerita, forse, dall’occhiolino di Hollis nel finale). Il leader dei Talk Talk, ripreso in posizione immobile, ha spesso le mani dentro le tasche del lungo cappotto che indossa e, ad eccezione di fugaci momenti di felicità, ha lo sguardo torvo e corrucciato. Una parvenza di schizofrenia che ben rispecchia le sensazioni del brano, dove la melodia leggera e radiofonica contrasta la malinconia del testo.

Per volere della EMI, venne registrato anche un secondo videoclip, in cui il video originale veniva proiettato su un green screen mentre davanti la band eseguiva il brano (con Hollis alla chitarra e voce); tuttavia, venne mantenuta la critica al lip-synching, con la band che di proposito esagera nel mimare il testo fino a ottenere un risultato comico.

Per i precedenti episodi della rubrica dedicata ai videoclip storici, vi rimandiamo a Joy Division, U2ColdplayThe CureNick Cave and the Bad SeedsRadioheadDepeche ModeDandy WarholsPublic Enemy e Fatboy Slim.

di Davide Cantire

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