CCCP, Giovanni Lindo Ferretti in uno delle reclame del 1989

Quattro spot, pardon “réclame”, per il sipario sui CCCP

Nel complesso e per certi versi inaudito “progetto di carattere culturale” che sono stati i CCCP, in quell’intricato apparato comunicativo multimediale nel quale la musica e i testi erano le parti centrali di un discorso che però si articolava anche su altri aspetti quasi altrettanto importanti quali la messa in scena, le copertine, i volantini e i comunicati, il lato del video (inteso in senso ampio) ha avuto pochissima rilevanza: la VHS Tempi moderni era un documentario (anche tardo), e i videoclip sono stati pochi e marginali (Tomorrow riassumeva i loro poco testimoniati concerti, ma anche questo arrivava in fase tarda; Madre confermava quanto detto nei comunicati di presentazione del disco, ossia che alcuni membri della band si erano “recentemente riavvicinati alla religione cattolica” mentre Annarella era una via di mezzo tra un malinconico addio e pillole di un documentario sulla lavorazione di Epica Etica Etnica Pathos).

La presa di petto del decennio edonista in cui vivevano (ma anche di consuetudini, certezze e stili di vita della loro terra d’origine e del loro stesso ambiente), i quasi due piani quinquennali di assalto ai media, si erano svolti su altri livelli, compreso quello dei mezzi di comunicazione mainstream, visti come un canale da cui far amplificare un messaggio allo stesso tempo di impatto immediato e dalla complessità foriera di equivoci (puntualmente verificatisi); ma se si prende in considerazione il DNA situazionista del punk (almeno dei Sex Pistols e delle strategie di McLaren), quel lato del movimento che alla rabbia e al pessimismo univa sarcasmo e deliberato terrorismo (o almeno teppismo) mediatico, non è poi così strano che alla fine la più significativa testimonianza video di Ferretti e soci consista nei 4 minispot pubblicitari realizzati per promuovere Canzoni preghiere e danze del secondo millennio – Sezione Europa: come detto, i nostri vedevano i grandi media come mezzo necessario per diffondere il più possibile il loro “messaggio”, e l’arrivo alla Virgin, con prevedibili e veementi accuse di “svendita”, coniugava l’interesse dell’etichetta alla consapevolezza, da parte del gruppo, che con la Attack Punk non si poteva ottenere più di tanto e che quella fase era finita. E sebbene, in epoca pre-internet, quegli spot siano spariti presto, sebbene fama e posto nella storia del rock italiano se lo siano conquistato su altri campi, a rivederli oggi stupisce per l’efficacia con riassumono le coordinate fondamentali del loro discorso.

Erano appunto quattro come – non ce ne vogliano Umberto Negri, Silvia Bonvicini, Ignazio Orlando e Carlo Chiapparini (i transfughi dei Litfiba erano di là da venire) – i quattro membri prominenti del gruppo: ovviamente Ferretti, Zamboni, la “benemerita soubrette” Annarella e “l’artista del popolo” Fatur, ognuno dei quali protagonista unico di un breve filmato di un minuto scarso (compresa l’introduzione col logo stile FIAT e Svegliami spenta dopo tre secondi) e ognuno di essi, mentre pubblicizza il nuovo album, illustra più o meno consapevolmente un lato della natura del gruppo, tutti con un velo di ironia e  il consueto equilibrio/scontro tra l’apparente demenzialità (anche gli Skiantos, d’altronde, erano emiliani…) e i messaggi serissimi.

In uno studio da telegiornale, accanto a uno schermo che per ognuno dei quattro manda un brano diverso e spezzoni che la/lo riguardano, vediamo Fatur che invita a sostenere la band locale con un fare un po’ più mussoliniano (e qui siamo in Romagna o comunque non lontani) che sovietico e la cui ruvidezza incarna sia il popolo che è al centro del discorso comunista (sovietico e non solo), sia il lato punk del gruppo, sia quella “rozzemilia” che è tanto ingrediente che interlocutore della poetica del gruppo. Annarella, invece, con tanto di tacco 12 rosse poggiate sulla scrivania accanto a lei, mette in scena un annuncio commerciale molto formale e aziendale, pur sabotandolo con gli occhi e con un filo di esagerazione, sfoggiando quell’eleganza che era contrappeso al belluino artista del popolo ma simboleggiava anche il lato stilisticamente raffinato del progetto, la consapevolezza che elevava il punk portandolo a elemento di un discorso più generale (ed è strano che quando Omar Calabrese disse che i CCCP “citavano il ’77” il gruppo non abbia capito che il sociologo intendeva esattamente questo e gli abbia anche risposto piccato), la sofisticatezza della soubrette come corrispettivo di quella del “messaggio”.

E mentre Zamboni torna a parlare della loro terra con la parodia di una televendita da tv locale emiliana scuola Vanna Marchi (chiaramente senza la stessa veemenza, benché si cali nella parte con buona verve), è rivedere lo spot di Ferretti che impressiona di più: con l’aria da profeta stralunato, annuncia che “le linee oscure stanno salendo, e sono in procinto di far crollare, corrodendola con la loro azione, l’ultima linea forte e chiara: è lo sgretolamento, nessun luogo è propizio”. Ferretti le pronuncia con la solita aria di chi sta scherzando, ma alla luce di quanto poi è successo in quello stesso 1989, tra la Germania Est e quell’URSS che visitano proprio in quel periodo (trovandoci anche, nel momento in cui eseguono A ja ljubliju SSSR, il loro rifacimento dell’inno sovietico, davanti ai militari dell’Armata Rossa in piedi e con la mano sul cuore, il compimento della loro parabola) sono parole profetiche, lucide e precise nel cogliere l’imminente crollo di quella che per molti era una comfort zone mentale e geografica.

L’anno dopo, Epica Etica Etnica Pathos si occuperà di chiudere ufficialmente la storia della band, ma di fatto è opinione comune che quel disco e la formazione che lo registra siano già di fatto i CSI: i CCCP, concettualmente, finiscono tra questi spot-riassunto e sintesi e il concerto di Mosca, l’ultima bizzarria di un gruppo che, come Freak Antoni e soci, conosceva benissimo l’arte del paradosso serio.