Boner inducing basslines

Lo scorso 19 maggio i Friends hanno fatto il loro debutto in territorio italiano in quel di Milano. Di loro si è parlato molto negli ultimi mesi, ma rimangono – per il momento – ancora una band per pochi appassionati.

La band, che tra qualche giorno pubblicherà l’album d’esordio Manifest!arriva al Circolo Magnolia sfinita con la leader Samantha Urbani vistosamente infortunata ad un piede (canterà comunque impeccabilmente, alternandosi tra una stampella e uno sgabello portato sul palco appositamente per lei).

Qualche ora prima del concerto – dove hanno dimostrato di tenere il palco veramente bene – al tavolo con noi si siedono Matthew Molnar e Lesley Hann, due personaggi piuttosto appariscenti: lui che sembra essere uscito da qualche telefilm anni ’70 a metà strada tra il malavitoso di quartiere e il pizzaiolo italiano e lei che ha l’aria glaciale e supponente di chi se lo può permettere. Le apparenze ingannano, infatti i due Friends si dimostrano da subito molto cordiali e ben disposti, soprattutto Matthew si rivela essere un vero fiume in piena – la discussione continuerà poi dopo il live – nel suo raccontare i retroscena più reconditi della band. Noi ne abbiamo approfittato, cercando di entrare il più possibile all’interno del variopinto mondo dei Friends.

Come siete finiti a suonare insieme?

– Matthew Molnar: Samantha ha iniziato realizzando alcuni demo. Non aveva mai realmente scritto canzoni e mai fatto parte di una band. Ha sempre lavorato sullo scrivere brani, ma non li condivideva con nessuno. E’ sempre stata amica di ragazzi che suonavano, è sempre andata a tantissimi concerti ed è sempre stata parte della scena musicale dalla quale proveniva ma, come già detto, era molto riservata a riguardo. Poi, una volta sentitasi sicura delle sue canzoni, ha pure iniziato a volerle condividere, in quanto ha comunque sempre pensato di formare una band. E’ cominciato tutto più o meno così: ho ascoltato i suoi demo e Nikki (Shapiro), che era nel gruppo, ha fatto lo stesso. Eravamo entrambi molto eccitati delle sue registrazioni, così noi tre abbiamo iniziato a lavorare insieme. A questo punto, a Samantha sarebbe piaciuto espandere la band con Lesley, che all’epoca era una ragazzina…

Lesley Hann: sono ancora una ragazzina!

– MM: Intendo ragazzina di 17 anni. Lesley e il suo bandmate Oliver (Duncan) avevano bisogno di un posto dove stare visto che il loro appartamento era infestato da cimici dei letti, all’epoca una vera epidemia a New York. Lasciarono perciò l’appartamento ed andarono a stare da Samantha. Avevamo in programma alcuni show con il gruppo e avevamo bisogno di persone con le quali jammare. Così il giorno dopo abbiamo iniziato a jammare insieme, il giorno dopo ancora l’abbiam fatto nuovamente e da allora non abbiamo più smesso.

Cosa facevate prima dei Friends?

MM: Io suonavo in un altro gruppo ed ho incontrato Samantha proprio grazie al suo ragazzo dell’epoca che era nella mia stessa band. Ho anche lavorato in un ristorante, lo stesso Nikki lavorava lì e vi ho procurato pure a Samantha un lavoro per un certo periodo. Poi quando si sono formati i Friends ho smesso di fare qualsiasi altra attività.

Sembra quasi che quasi tutti a Bushwick facciano principalmente musica.

MM: Sì, in quel quartiere c’è una scena molto vivace: ci sono più band di quanto tu possa contarne. Molte persone organizzano show nei propri appartamenti, in magazzini o in spazi abbandonati. Un paio di questi in particolare vanno molto forte a Bushwick, sono come luoghi di ritrovo underground e indipendenti completamente operativi. Certo sono illegali, ma legittimati nel senso che ospitano concerti regolarmente.

Perpetual Crush era il nome originale del progetto. Quali sono stati i passaggi che hanno portato alla decisione finale sul nome della band?

MM: Non tutti erano felici con Perpetual Crush. Samantha aveva una canzone intitolata ‘Perpetual Crush’, aveva scritto parte del testo ma non era realmente qualcosa di concreto. Stavamo cercando di dare un nome alla band ed è davvero difficile dare un nome ad una band. Perpetual Crush sembrò cool perchè era il tipo di nome che potevi trovare su Vogue nel 1991 e si adattava allo stile di alcune canzoni r&b che stavamo scrivendo. Ma questo fu anche uno dei motivi per cui non ci piaceva, suonava pure come qualcosa che ci avrebbe potuto relegare ad un solo, determinato angolo musicale. Poi credo che Lesley abbia proposto il nome Friends durante le prove…

LH: Non so, potrei averlo detto io per prima. Penso comunque che Friends sia un nome migliore, perchè ci lascia spazio per definire quello che siamo semplicemente suonando e realizzando video musicali.

MM: Lo penso anch’io. Penso che quando hai un nome che fornisce indicazioni su quello che suoni, troverai sempre qualcuno che dirà “questa band non fa per me” a priori.

Anche Il titolo della canzone ‘Friend Crush’ è coinvolto nella vostra “ridenominazione”?

LH: La canzone è nata prima del nome Friends e prima del nome Perpetual Crush. Ma il fatto che ci chiamiamo Friends non è assolutamente collegato al titolo della canzone, è solo una coincidenza.

MM: Le nostre prime due canzoni furono effettivamente ‘Friend Crush’ e un’altra, che non è presente nell’album ma che potrebbe tornare all’interno delle scalette dei concerti, che si chiama ‘Perfect Friends’.

LH: Ed abbiamo anche una canzone intitolata ‘Perpetual Crush’!

MM: Sì, abbiamo un sacco di canzoni. (ridono)

Il vostro album, Manifest!, sembra esser stato influenzato dalla scena post-disco newyorkese di fine anni’70, dalla black music e persino dalla no-wave (mi riferisco al brano Ruins). Questo è puramente casuale o certi suoni fanno realmente parte dei vostri ascolti abituali?

MM: Sono assolutamente parte dei nostri ascolti. Non è avvenuto di proposito, ma è successo in modo naturale in quanto è tutta musica che ci piace. Per quanto tutti amiamo gruppi post-punk, penso che sia stato meno un discorso del tipo “iniziamo facendo canzoni post-punk” e più un “we love disco, we love punk!”. Ci piace la musica funk e una vasta gamma di altre sonorità “weird”. Tutti questi aspetti sono influenze.

La copertina dell’album è uno stereograph. Abbiamo provato ad incrociare gli occhi per unire le immagini ed entrare in un mondo 3D ma non ci siamo riusciti. Potete insegnarci?

LH: Certo che posso insegnarvelo! Non è facile ed è sicuramente qualcosa che necessita di allenamento, ma dopo che hai imparato viene poi spontaneo farlo ogni volta. (Prende il suo accendino.) Se guardi questo accedino ed incroci gli occhi, vedrai due accendini. Quindi, siccome la copertina ha già due immagini, incroci gli occhi e le immagini diventano quattro. Una volta arrivati a questo punto, quello che devi fare è avere il controllo su quanto gli occhi sono incrociati, fare in modo che le due immagini centrali si sovrappongano e in modo che le immagini diventino tre. Così facendo, quella centrale con le due immagini sovrapposte, diventa 3D. Penso che la miglior maniera per farlo sia assicurarsi che tutto sia perfettamente allineato, che siano esattamente tre immagini e successivamente isolare un particolare come ad esempio il viso di qualcuno e focalizzarsi su di esso, che a questo punto si eleva dal resto.

(a Lesley) Questa è stata quindi una tua idea?

LH: E’ stata un’idea di Samantha. Non so da dove le sia venuta, ma penso che sia cool in quanto il titolo dell’album, Manifest!, significa più cose e una di esse può essere che appunto sei tu, attraverso lo stereograph, a dover manifestare la cover.

MM: Sì, non potevamo permetterci una vera e propria copertina 3D, per cui… (ridono)

Partendo dal Primavera Sound di Barcellona, suonerete in alcuni grandi festival durante la prossima estate. Avete già preso parte a festival così grandi? Come pensate di convertire uno show molto fisico e per certi versi più adatto alla dimensione club in un contesto così ampio? Voglio dire, siete pronti per avere qualcosa come 10.000 esseri umani che ballano di fronte a voi?

LH: Non abbiamo mai suonato in festival così grandi, ma abbiamo suonato davanti a circa 3.000 persone in Messico, un paio di settimane prima del SXSW. Penso che l’attitudine dei festival sia un party, sono party giganteschi che continuano per giorni. Noi andiamo bene nei club, ma ci considero pure una specie di party band. Ci piace essere un tutt’uno con il pubblico e ci piace che il pubblico si gasi. E la gente è già gasata per il solo fatto di essere ad un festival. Penso quindi che su di noi funzionerà bene, perchè tante persone insieme creano un’energia che, come ho detto, è un party. E noi apparteniamo ai party!

MM: Ci focalizzeremo probabilmente sui brani maggiormente ritmati che abbiamo, ma restando semplicemente noi stessi. Tra il pubblico dei festival c’è chi non va a vedere tanti concerti durante l’anno e che invece va ai grandi festival per vedere lì tutte le band che gli interessano in un colpo solo: voglio che ci vedano come siamo, noi cinque a suonare strumenti scrausi, facendo la nostra cosa come la facciamo di solito. Magari l’anno prossimo avremo un turnista extra ai bonghi, due coriste…

LH: Un paio di ballerine…

MM: Sì, ballerine, light-shows e un glitter cannonball… non è una battuta, sono tutte cose a cui abbiamo realmente pensato! Ma voglio il tutto si costruisca con calma.

Sul palco capita spesso che vi scambiate gli strumenti l’uno con l’altro (per esempio Lesley non suona sempre il basso). Questo accadeva anche in fase di registrazione in studio?

LH: Assolutamente. Tutto quello che suoniamo sul palco è quello che abbiamo suonato in studio.

Ma in particolare, chi è la mente dietro alle vostre linee di basso “killer”?

LH: Dipende. Per esempio in ‘I’m His Girl’ suono io il basso, ma la linea è stata scritta da Nikki. Ad ogni modo, il più delle volte chi suona il basso in una canzone è anche la persona che ha scritto la bassline.

A noi piace chiamarle ‘boner inducing basslines’.

MM: Le nostre bassline sono da erezione? FUCK YEAH!

C’è qualcuno con cui vorreste collaborare?

MM: Sono sicuro per Samantha: Ariel Pink sarebbe probabilmente alto in graduatoria. Per quanto mi riguarda non so, non vado matto per le collaborazioni, mi piace essere in una band e mi piace collaborare con questi ragazzi. Suona stupido, ma suppongo sia perchè credo questo boom di collaborazioni iniziato negli anni ‘90 nell’hip-hop o in altri generi di successo per cui tutto era un feat. con guest vocalists, fosse più che altro una gran mossa di marketing. Quindi, a meno che non sia una cosa che vien da sè, mi sentirò sempre scettico riguardo il concetto di collaborazione.

LH: A meno di non essere già loro amici. E noi siamo amici di molte persone che fanno musica, perciò una collaborazione potrebbe di certo accadere “naturalmente”.

Noi, pensando a Samantha, avremmo proposto Grimes.

LH: Oh, sono amiche, si parlando e twittano l’un l’altra tutto il tempo, l’altra sera sono uscite a Parigi e cose così… perciò potrebbe facilmente succedere prima o poi.

MM: Piacerebbe molto anche a me: il suo è al momento il mio disco dell’anno.

Quindi è Grimes la causa di quello che è successo al piede di Samantha?

LH: Sì: oltremodo ubriache, il nightclub di David Lynch e questo è quel che succede. E’ stata una notte assurda per tutti. (ridono)

Ultima domanda, che è una domanda un po’ bastarda ma dobbiamo farla: poche ore dopo il lancio del video di ‘Mind Control’, Samantha ha scritto su Facebook che “non era felice dell’ultimo video dei Friends”. Potreste dirci qualcosa di più a riguardo?

LH: Non voglio parlare per lei, ma penso che ci sia un po’ di disappunto da parte nostra in quanto abbiamo realizzato i primi due video con tanto impulso creativo e nostro vero, attivo coinvolgimento. Samantha ha co-diretto il video di ‘I’m His Girl’, partecipando all’intero processo di editing e facendo tutti i casting. Eravamo tra amici, l’abbiamo girato dove viviamo, non solo per le vie ma proprio nei nostri vecchi appartamenti. Penso che quello che è successo sia dovuto al fatto che ci abbiamo messo forse troppo tempo a terminare l’album, la cover e l’intero artwork. E alla fine questo ha finito per ritardare molte altre cose, eravamo sotto pressione perchè l’etichetta voleva che facessimo un video e contemporaneamente che fossimo in tour tutto il tempo. Perciò non abbiamo proprio avuto il tempo di curare la realizzazione di questo video e penso che sia molto importante per tutti noi e molto importante per Samantha sapere che ogni cosa che ci rappresenta ci rappresenti sul serio. È dura quando guardi qualcosa che ti deve rappresentare fatta da qualcun altro e sai che, buona o meno che sia, non l’avresti fatta in quel modo.

MM: Vorrei aggiungere a questo anche l’aspetto finanziario. Voglio dire, questo video è ovviamente costato di più, i video non pagano per loro stessi e penso che per tutti noi non sia piacevole la sensazione dovuta all’aver investito economicamente tanto di nostro per il video per poi constatarlo diverso da quello che ci saremmo aspettati. A livello visivo ci piacciono molto di più le riprese grezze, ci piacerebbe fare tutti i video con videocamere VHS o in Super8. Ad ogni modo ero felice di provare qualcosa di diverso e vedere quello che sarebbe successo, ma questo è quanto. È semplicemente una visione artistica, cosa puoi dire? Faremo milioni di altri video.

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