Meteore del perfect pop. Intervista a Terence Boylan

All’epoca in cui l’editoria musicale non si limitava ad assecondare curiosità e voglie di un pubblico medio-basso era possibile acquistare in libreria l’ottimo Musica dal pianeta terra (1998, Arcana) del giornalista Mauro Ronconi. Il libro consta di un elenco di duecento CD “da salvare”, usando le parole del sottotitolo, che spaziano nel sovraffollato calderone della musica popolare. Oltre ai facilmente indovinabili album miliari che tutti abbiamo prima o poi ascoltato vi è un nutrito gruppo di titoli allora semisconosciuti tra i quali l’album omonimo del cantautore Terence Boylan. Ronconi descrisse, saggiamente, un “lavoro dalle sublimi profondità intuitive”, una raccolta in grado di “spogliare il sound californiano da tutti i suoi artifici temporali facendone un’entità inattaccabile”. Eppure, oggi come allora, un punto di domanda aleggia sulle sorti di quel fugace talento sparito dopo una manciata di album in crescita esponenziale. Cos’ha rappresentato e può rappresentare lo scarno catalogo di Boylan alle orecchie dell’ascoltatore attento? Ma prima, un pizzico di biografia.

Terence (Buffalo, NY, Classe 1947) è compositore precoce: ha dodici anni quando un’emittente radiofonica cittadina trasmette la sua Playing Hard to Get, canzone ispirata al r’n’r di Buddy Holly e imbastita dal Nostro alla tenera età di nove anni. Le sue ambizioni artistiche verranno infiammate definitivamente tre anni più tardi, dopo una serata nel locale Izzy Young’s Folklore Center del Greenwich Village in cui divide il cartellone con Bob Dylan e Ramblin’ Jack Elliot. Presentato un primo timido repertorio folk nella sezione The New Songwriter’s Concert durante le edizioni 1963 e ’64 del festival di Newport, egli conduce la tipica vita di un adolescente nei sixties: di giorno sogna sui banchi di scuola una carriera musicale e la notte si danna l’anima alla ricerca della formula giusta per avverare il proprio desiderio. Col fratello maggiore John (1942) fonderà allora i Ginger Men, gruppo di bianchissimo r’n’b che si farà le ossa in location storiche del Greenwich Village, dividendo il palco coi The Flying Machine, band capitanata da un imberbe James Taylor.

Sciolti i Ginger Men con un nulla di fatto, l’esordio discografico in coppia con John ha nome Appletree Theatre. Playback (’68, Mgm/Verve Forecast) è opera stravagante e ambiziosa, melting pot d’umorismo quasi british e pop psichedelico vicino ai manierismi beatlesiani dei primi Bee Gees. Tra melodie discretamente armonizzate, incursioni nel folk semiserio, nastri al contrario e il non necessario inserimento di gag recitate, a mancare sono solo le canzoni. Nonostante ciò John Lennon dichiara alla rivista Disk Magazine che l’album dei Boylan è il suo preferito del momento, innescando una minima attenzione mass-mediatica che però non si tradurrà in un seguito per il Teatro del Melo. L’ultima traccia, What a Way to Go, getta comunque il seme per lo stile abbracciato da Terence nella carriera a venire: la sua voce si fa richiamo di una carezzevole malinconia, simile per intenti (non nell’esito finale) a quella di Eric Andersen nel capolavoro Blue river.

Galeotto sarà invece il ritorno sui banchi scolastici del Bard College, l’anno successivo: il Nostro assolda un paio di compagni dalle velleità musicali rispondenti ai nomi di Donald Fagen e Walter Becker. Senza saperlo, perciò, egli contribuisce all’unione artistica del duo che, tre anni più tardi, esordirà a nome Steely Dan con Cant’ Buy a Thrill, primo gioiello di una serie che porterà il pop-rock dei seventies ad alcune delle sue vette più vertiginose. La Mgm/Verve Forecast ci riprova con Alias Boona (soprannome di un Terence allora indubbiamente filiforme), opera acerba indecisa tra folk rock statunitense e ambizioni stilistiche non ancora chiarite. Pure emergono, qua e là, segni d’innegabile talento. Più che alle morbidezze eccessive dell’originale Hey Hanna, è sulla cover dylaniana di Subterranean Homesick Blues che si palesa la grandezza del compositore di Buffalo. Rispettoso del brano eppure lontano dagli scimmiottamenti allora in voga, egli accantona il mood recitato della versione originale conferendole un cantato melodico e portando a casa un risultato di tutto rispetto. Il pianoforte e l’organo di Fagen evidenziano gli accordi, la chitarra elettrica di Becker tratteggia alcuni prudenti decori. La stoffa c’è ma l’operazione non è ancora a fuoco.

Sette anni passano, quando, finalmente, il momento giusto arriva. La giovane Asylum Records accoglie il buon Terence nel roster in cui scorrazzavano al tempo personaggi quali Joni Mitchell, EaglesTom Waits, per azzardare un nuovo tentativo solista. Terence Boylan (’77) resta ancor oggi uno degli album pop-rock più perfetti di tutto il decennio e, nondimeno, uno dei più trascurati dalla critica specializzata. Analizzandone la lineup si resta impressionati dall’impiego di alcuni tra i maggiori turnisti statunitensi del tempo (elencati parzialmente nell’intervista a seguire): lo sforzo, artisticamente parlando, è interamente ripagato. La raccolta aggiorna il sound west-coastiano secondo una sensibilità che gli Eagles stavano per smarrire, con l’impiego esclusivamente funzionale dell’armonizzazione nel controcanto, assoli centellinati ma imprescindibili, canzoni azzeccate senza esclusioni. La copertina dell’LP, dettaglio di un dipinto dell’espressionista astratto Robert Motherwell, non restituisce efficacemente la natura di un album deciso per una linea popolare eppure di estrema originalità. L’incipit con Don’t Hang Up Those Dancing Shoes sembra mutuato dagli Steely Dan di The Royal Scam ma strofe, bridge e ritornelli palesano una malinconica dolcezza assente nel gruppo newyorkese. Shake It si anima di una speranza color pastello successivamente ripresa dall’ex-Fairport Convention Iain Matthews nel suo Stealin’ Home (‘78, Rockburgh) e raggiungendo così la posizione n. 4 della classifica di Billboard. Hey Papa e Trains chiamano commozione avvicinandosi alla nuova maturità stilistica conquistata in quello stesso periodo dal James Taylor di JT. Le divagazioni esotiche nel testo di Rain King sono supportate in realtà da un arrangiamento con progressioni accordali simili alla Mitchell pseudo-jazzista su The Hissing Of Summer Lawns. Le trasmissioni radiofoniche FM diffondono con successo, la critica si spertica in lodi intimidenti e Boylan incassa due BMI Awards come miglior songwriter.

Il tocco di Mida prosegue l’anno seguente con la coproduzione artistica di un esordiente, tale Dane Donohue, poi volatilizzatosi dopo un esordio per Columbia tanto sconosciuto quanto sbalorditivo. Per Dane Donohue Terence torna ad avvalersi del fratello John, circondando inoltre il cantante di turnisti già comparsi nelle proprie incisioni (con Victor Feldman a fare la parte del leone), come pure di nuovi ingressi altrettanto prestigiosi (il basso di Scott Edwards, la chitarra di Jay Graydon, la batteria di Ed Greene). La raccolta aggiorna il soft rock a insperati livelli di perfezione: la voce vellutata di Donohue si carica di uno struggimento ai limiti della commozione nel country urbano Where Will You Go e nel pop strappacuori What Am I Supposed to Do. Pure seduce negli episodi più ritmati come Dance With a Strange o Tracey, quest’ultima vicinissima agli Steely Dan di Aja e Gaucho. Whatever happened è Manifesto esaustivo: brevità radiofonica, soluzione melodica orecchiabile ma non scontata, eleganza strumentale giunta al limite che separa la raffinatezza dal deliquio. Che un tale capolavoro sia attualmente fuori catalogo è solo l’ultimo dei misteri gravitanti attorno l’orbita Boylan.

terence boylanA questo punto il Nostro si rimbocca le maniche e mette in cantiere il progetto più ambizioso: due album dalle atmosfere opposte, ritmato e vicino a certe spigolosità Aor il primo, intimista e notturno il secondo. La Asylum concede un ulteriore dispiego di forze in studio di registrazione ma, a prodotto finito si mostra titubante, tergiversa, posticipa per un anno e decreta infine un’indelicata fusione tra le due opere. Suzy (’80) si distingue perciò per un lato A rockeggiante (Shake Your Fiorucci, College Life e il wave-pop della title track) e un lato B di malinconie post westcoastiane (End of the World, Did She Finally Get to You). Nei momenti migliori (Ice And Snow), si batte per knock-out persino il blasonato Jackson Browne, allora ringalluzzito da un album di buona fattura (Hold Out) ma incapace della varietà di umori e registri maneggiati dal cantautore di Buffalo. Ma sono gli anni della new wave e l’attenzione del grosso pubblico non è certo rivolta a Los Angeles. Gli epicentri delle nuove tendenze sono New York e Londra. L’era del perfect pop sembra già tramontata in favore di hit sì cesellate in superficie ma composte da materia prima di scarto o, alla meglio, di riciclo bello e buono.

Seguiranno, una volta ancora, anni di silenzio. Nel 1994 lo scrittore Brian Sweet, nella sua biografia dedicata agli Steely Dan Reelin’ in the Years annuncerà un imminente ritorno discografico per il Nostro. A uscire sarà solamente, nel ‘99, Terence Boylan (A retrospective), compilation per Spinnaker Records contenente brani del periodo Asylum oltre a una manciata di inediti registrati nei nineties. La struggente Coming Home, nonostante il profumo di pre-produzione e l’assenza di super sessionmen, ricorda ai meno avveduti l’immutata sensibilità melodica di un artista che solo l’imperscrutabile azione del caso non ha trasformato in una popstar. Un uomo il cui cammino musicale mostra nondimeno le tracce di un talento che nessun riconoscimento mancato potrà mai cancellare.

L’intervista

Terence, che c’è di buono oggi negli States?

Siamo sopravvissuti a tutti quegli imbecilli che hanno occupato per anni le stanze del Potere. Personalmente lo trovo incredibile.

Quale credi sia la dote principale del tuo songwriting?

Mi hanno detto che i miei testi prendono spesso svolte inaspettate. A rendere grande una canzone, dal mio punto di vista, pensano le parole, quando si dirigono da qualche parte senza la necessità di una narrazione rigorosa, e a quel punto melodia e arrangiamento le elevano in una maniera imprevedibile. Allora accade qualcosa di subliminale. Non sono molte le canzoni che ci riescono. Io ci provo costantemente e… ho avuto un paio di “chiamate” di quel genere negli ultimi tempi.

Dall’esordio solista con Alias Boona al successivo Terence Boylan hai lasciato trascorrere otto anni. Che hai fatto nel frattempo?

Ho viaggiato, mi sono perso, mi sono poi trasferito a Los Angeles e ho lavorato nella società di produzioni musicali di mio fratello John. Ho anche contribuito al lancio della carriera di Linda Ronstadt che in quel periodo era in tour con Neil Young. Successivamente ho firmato il contratto discografico con la Asylum di David Geffen. A quel punto abbiamo cominciato a mettere in cantiere il mio album omonimo. Gli Steely Dan stanziavano a LA perciò ce ne siamo avvalsi in alcune canzoni. In altri brani c’è invece il contributo strumentale e vocale degli Eagles e siamo riusciti ad avere “in prestito” per un paio di canzoni persino la band di Joni Mitchell. È il classico esempio di cameratismo che si respirava all’epoca tra musicisti che bazzicavano nella zona del Laurel Canyon.

Che ricordi hai delle registrazioni di Terence Boylan?

Puoi immaginare che razza di esperienza sia stata con quegli straordinari musicisti a disposizione. Ci sono stati ovviamente anche momenti spiazzanti e perfino “intimidatori”. Nel senso che sì, avevo un’idea precisa di come avrebbe dovuto suonare ogni brano ma dovevo trovare la maniera più chiara per trasmetterla a sessionmen di quella caratura. Ci vuole precisione assoluta. La situazione è ambigua poiché sei coinvolto emotivamente in una maniera molto profonda ma allo stesso tempo devi mantenere le redini della situazione.

Come superare questo ostacolo?

A volte è sufficiente suonare col proprio strumento un paio di volte la canzone che da problemi senza pensarci troppo su. È così che emergono le soluzioni. Solo in un secondo momento puoi dire: “Ok, torniamo alla battuta 56 e lavoriamo sulle dinamiche, diamo maggiore corpo alle tastiere, ecc…” Non che io sia un fenomeno a leggere la musica eh! Un professionista individuerebbe nel mio materiale un sacco di idiosincrasie tipo 2/4 dove non te li aspetteresti, cambiamenti repentini, crome che richiedono una certa spinta…

Torniamo alla prestigiosa lineup del ’77…

Beh, che dire di gente come Dean Parks (Steely Dan), Steve Lukather, David Paich, Jeff e Mike Porcaro (Toto), Jim Gordon (che suonò per nomi tipo Beach Boys, Clapton, Donovan, Jackson Browne), Russ Kunkel (James Taylor, Dylan, Neil Young) e Lee Sklar (Phil Collins, Warren Zevon)? Russ e Lee sono la sezione ritmica per eccellenza: sanno sempre cosa sta per accadere e pare che ci arrivino all’unisono! Non semplici sessionmen dunque, ma gente zeppa d’inventiva. Perciò mettiti nei miei panni: mi svegliavo la mattina in una casa baciata dal sole, pigliavo l’auto e andavo a racimolare provviste per i miei musicisti; una sosta per fare gas al Sunfax Arco giù al Laurel Canyon, dunque attraversavo Fountain Avenue e giù per Santa Monica fino agli storici studi di registrazione Record Plant o i Westlake Audio. E nel frattempo continuavo a rimuginare su cosa avrebbero potuto dare quei musicisti se avessi servito loro la canzone giusta.

Tempi irripetibili…

Aggiungici che durante le registrazioni nello studio adiacente c’erano i Fleetwood Mac e gli Eagles rintanati nello Studio C per la maggior parte del tempo. Sicché uscivi nella sala principale per farti una birra e ti imbattevi in Stevie Nicks o Don Henley che giocavano a flipper.

Della scuderia Asylum frequentavi qualche artista?

Ero ovviamente amico di alcuni. E ascolto ancora con piacere personaggi come Joni Mitchell, gli Eagles e Don Henley. Henley è quello che ho conosciuto per primo perché frequentavamo il Troubadour e la Ronstadt. Al tempo mio fratello era il produttore e manager di Linda: è stato lui a mettere in piedi la sua band di supporto, che comprendeva appunto Henley, Glen Frey, Mickey McGee e i cugini Bowden. Incontravo spesso Warren Zevon al Chalet Gourmet, il negozio di alimentari ai piedi del canyon dove abitavamo. Finiva sempre in lunghe conversazioni al parcheggio, dove ci scambiavamo indiscrezioni sulle imminenti uscite dell’etichetta.

Rimpianti musicali?

Non mi sono prodigato a sufficienza per accedere al livello di popolarità successivo. In parte a causa della mia timidezza, in parte perché non è nel mio carattere dirigere le persone intorno a me. A suo tempo non ho fatto quel sacrificio necessario per ottenere ciò che volevo. Pensavo che la mia etichetta non mi avrebbe supportato, visto che mi aveva scelto dopo aver sentito le canzoni più orecchiabili del mio repertorio. Quando mi sono lasciato davvero andare coi brani poi confluiti in Terence Boylan mi hanno detto che l’album era troppo “artistico” per i loro gusti. Così l’hanno tenuto in stand by per un anno poiché non sapevano come lanciarlo e quando finalmente è uscito nessuno aveva le idee chiare a riguardo. Poi però è schizzato in testa alla classifica nazionale radiofonica degli esordienti di Billboard e solo allora si sono affrettati a distribuirlo nei negozi. A passarmi in radio più di tutti è stato Burt Stein, il quale ha creduto con fermezza nel mio valore. Ma perfino lui è rimasto sorpreso quando le principali emittenti del Paese hanno preso a trasmettermi.

Il successivo Suzy non ha ottenuto incoraggianti riscontri commerciali…

Trattandosi di canzoni destinate a due album diversi raggruppate in un unico progetto all’ultimo minuto, i tizi delle emittenti radiofoniche non sapevano in che fascia di genere inserirlo. Alla fine l’hanno destinato nella categoria del rock punk…

Miso Soup è uno dei tuoi pezzi più originali…

L’ha ispirato il menu dell’Imperial Gardens, giù dalle parti di Crescent Heights, dove io e la band ci fermavamo per cenare prima delle session di registrazione serali. Le pietanze erano solitamente roba come maguro, brodini assortiti, sushi di ricciola, ecc… Più tardi, era autunno e stavo ai Bearsville Studios di Woodstock, preso da un momento di nostalgia gastronomica cominciai a improvvisare sui nomi del menù. Paul Harris è un tizio fantastico e un gran pianista: strimpellavo il piano ma gli ho ceduto il posto e mi sono messo alla chitarra. A quel punto tutto è andato liscio, grazie anche all’impronta jazzistica conferita dalla batteria di David Kemper.

Il brano contiene un assolo del comico Chevy Chase…

Chi conosce Chevy sa quanto sia difficile tenerlo lontano da uno strumento musicale. Bazzicava per il nostro studio di Los Angeles; stavamo sovraincidendo le percussioni, se ben ricordo. Alla fine mi convinse che c’era bisogno di un secondo assolo perciò gli assegnai una tastiera Rhodes e registrammo alcune takes tra le quali quella che puoi sentire nel pezzo definitivo.

Dane Donohue, un altro capolavoro di cui si hanno pochissime informazioni…

Era un artista emergente fresco di contratto con la CBS. Il suo manager mi disse che Dane aveva sentito il mio ultimo album, gli piaceva un sacco il mio sound e si chiedeva se avrei voluto produrlo. Al tempo uno dei talent scout della CBS era Gregg Geller, persona davvero brillante e ottimo compagno di lavoro. L’esordio di Donohue è andato in porto soprattutto grazie all’interessamento di Gregg. Perciò sono tornato a LA e ho radunato una copiosa combriccola di musicisti per le registrazioni. Ma Dane si rivelò un tipo difficile. Divertente, certo, stravagante, ma anche una persona con grandi difficoltà a chiudersi in studio e concentrarsi esclusivamente sul lavoro. Voleva che il suo suono assomigliasse a quelle che erano le tendenze radiofoniche dell’epoca.

Un momento della tua carriera difficile da scordare?

Il concerto del capodanno 1977 all’Houston Coliseum, in cartellone coi Little Feat. Ho aperto la serata, poi è toccato a loro e infine siamo saliti tutti insieme sul palco suonando per tutta la notte.

Dopo Suzy la tua attività discografica si è interrotta…

In realtà non ho mai smesso completamente. Ho composto e suonato musiche per alcuni film.

Ti convince la resurrezione degli Steely Dan in album come Two Against Nature o Everything Must Go?

Ancor oggi ascolto con grande interesse ogni loro uscita. Sono musicisti incredibili ed erano assolutamente avanti per il loro tempo.

Che tipo era Fagen ai tempi della scuola?

Era già molto maturo sotto il profilo intellettuale. E sotto il punto di vista sociale passava per uno imperscrutabile, puntiglioso, particolarmente sarcastico. Sembrava sempre “fuori luogo” ma in maniera deliberata.

Quanto a te, cosa è andato perso del Terence di allora?

Beh, dai tempi della scuola sono cresciuto di un altro pollice e i capelli mi si sono “schiariti” di almeno due toni.

La tua idea di felicità?

Sciare con la mia famiglia in Colorado e leggere un buon libro in una camera soleggiata.

Che leggi?

Poeti come Robert Kelly, John Ashbery, Dean Young e Martinus Scriblerus.

Niente prosa?

Come no. John McPhee, Bill Bryson, T.C. Boyle, il Gore Vidal di United States: essays 1952–1992 e John Updike con Donne e musei, esilarante esempio di come applicare un’energia dirompente alle parole.

Per quali peccati dimostri maggiore tolleranza?

Mi stanno bene le persone che si lasciano travolgere dall’entusiasmo. E anche quelle che perdonano tutti indistintamente.

L’avventura nello show business cosa ti ha insegnato di te stesso?

Che la mia stima per le persone che sanno far bene il proprio lavoro è illimitata. E, al contrario, che la mia intolleranza nei confronti delle persone ottuse cresce di giorno in giorno.

Attualmente la tua occupazione principale riguarda la John Boylan Medical Research Foundation…

Sì. Raccolgo fondi per finanziare la ricerca scientifica in ambito medico. È innanzitutto una passione. Il mondo della scienza mi affascina da quando avevo nove anni e tentavo di costruire un razzo funzionante.

Di cosa si occupa la River Press?

È una casa editrice che ho creato quasi per hobby. Volevo semplicemente pubblicare libri che ritengo interessanti.

Confucio: “La musica produce un piacere senza il quale la razza umana non può stare”.

Frase assolutamente vera. Non ti puoi mai veramente fermare. Rilancio con un verso da un’ode di John Keats: “Dolce è riconoscere una melodia, ma ancor più dolci son quelle sconosciute”. Perché ci sarà sempre un nuovo verso da scrivere, una nuova melodia da portare alla luce che risuonano nella tua testa e chiedono di venire alla luce. Ho talmente tante registrazioni ancora inedite! A volte penso che non mi basterà una vita per sentirle tutte e decidere cosa selezionare. Anche se non registro più con la frequenza di un tempo, sto sempre a scarabocchiare qualche idea sui tovaglioli o sui biglietti aerei.

Perché non riprendere l’attività compositiva?

E allora sappi che ci sto lavorando proprio in questo periodo. Ho costruito uno studio piccolo ma funzionale; ora tutto sta nel capire come cavarne fuori esattamente quello che ho in mente.

Una canzone che più di altre riassume il tuo approccio alla vita?

Ne avevo scritta una che si chiedeva What did you do with that money? (“Che ne hai fatto di quei soldi?”). Ma in particolare ce n’è una che includerò nel prossimo album e s’intitola Innocent Heart (“Cuore innocente”).

Qual è la musica che ascolti nel 2015?

In ambito Classico Ravel, Frank Bridge (soprattutto la sua Suite for String and Orchestra) e la compositrice Joan Tower. Parlando di musica popolare, invece, ci sono 4-5 canzoni di John David Souther che non hanno perso un’oncia del loro smalto nonostante il passare degli anni (mi riferisco a pezzi tipo Silver Blue o Prisoner in Disguise). Poi sto ancora ascoltando il Dylan di metà Anni ’60. E tra i più giovani, trovo che Wyndham Garnett faccia cose molto cool.

Nell’infinita battaglia tra analogico e digitale da che parte stai?

Discorso complesso. È innegabile, per esempio, che i piatti della batteria suonano meglio su un supporto analogico. Quando ascolto con attenzione la musica in formato digitale i piatti mi sembrano dei vetri rotti. Anche la voce acquisisce un certo calore aggiuntivo su nastro. Ma ormai siamo a un livello di evoluzione tecnologica in cui si può conferire alla musica una precisione tale (e un’assenza di rumori o fruscii di sottofondo) che ascoltandola a casa ti pare di avere i musicisti lì con te. Però è anacronistico rimpiangere musicassette e vinili dai! Resta il fatto che comunque il formato mp3 non mi soddisfa affatto.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Per te chi sarebbe un “artista” oggi? No guarda, piuttosto parliamo di piatti tipici italiani, ma per quelli ci vorrebbe un’intervista a parte. Allora sì che potremo scomodare la vera artisticità.

5 novembre 2015
5 novembre 2015
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