Come un aeroplano sul mare

Prologo

Il quattro ottobre 2011 una figura smilza, col cappellino a visiera calato sugli occhi, il classico maglione di lana caprina ad avvolgerla come un batuffolo e l’immancabile chitarra in miniatura tenuta a spalla tramite un filo impercettibile, compare nei pressi di Zuccotti Park, New York City. Nessun palco, nessun microfono, nessun annuncio ad aspettarla. Nessun fan scatenato a saltare addosso a questa misteriosa creatura dai capelli lunghi, chiari. Eppure si tratta di Jeff Mangum, leader e motore perpetuo dei Neutral Milk Hotel, che, di soppiatto, senza scosse o clamori, ha dato vita al sound più innovativo ed influente di tutti gli anni Novanta. Mangum, alla faccia dell’hype, si presenta in sordina, come gli piace fare di tanto in tanto da quel giorno del ’98 a Londra quando tenne l’ultimo show con la band che aveva suonato quel rivoluzionario In The Aeroplane Over The Sea. L’occasione è Occupy Wall Street, il movimento di protesta iniziato qualche settimana prima nel cuore dell’economia americana e mondiale. Mangum, che è uno che nel potere della musica ci ha sempre creduto, non si è tirato indietro: si è assiepato su una scalinata, con il suo pubblico a un centimetro di distanza e la sua voce roca e tagliente che raggiungeva la cima dei grattacieli, dove i capi dell’economia globale decidevano le sorti dell’umanità; poi ha suonato, riso, scherzato e parlato con tutti per quaranta minuti. Quaranta minuti in cui tutti hanno tirato fuori la voce, hanno fatto il verso delle cornamuse, hanno dimenticato le sofferenze, mistificato le lotte e iniziato a sognare.

Qualche anno più tardi, il trenta aprile 2013 – dopo uno hiatus (il periodo di inattività per gli inglesi) durato quasi quattordici anni – giunge la conferma ufficiale: i Neutral Milk Hotel hanno annunciato una manciata di live a partire dall’autunno 2013 in molte città americane (Atlanta, Athens, Mamphis, Columbia), ma anche Tokyo, Sidney, Brisbane, Taipei. La notizia, diffusa nel pomeriggio, rimbalza da sito in sito, da fanzine in fanzine, da tweet a tweet, come se un branco di leoni rimasto a digiuno per molto tempo, ricevesse qualcosa da mangiare su un piatto d’argento. Per di più, nella serata del sabato al Primavera Sound 2013, l’organizzazione, poco prima di mezzanotte, ha annunciato il primo headliner dell’edizione 2014: guarda caso, proprio i Neutral Milk Hotel, che aggiungono così il loro (per ora) unico tassello europeo.  La loro reunion ha risvegliato gli animi già caldi di una generazione forgiata sul loro sound, viziata da band su band che si sono ispirate a Mangum e soci.

Tuttavia c’è più di un mistero dietro la figura di Jeff Mangum. C’è l’ombra asfissiante di un passato difficile e i dubbi sulle ragioni di una scomparsa artistica troppo accelerata. I suoi Neutral Milk Hotel, con all’attivo solo due dischi e una manciata di cassette, si sono rivelati la cartina al tornasole di un’intera generazione di artisti, da inizio millennio ad oggi. Non ne hanno fatto mistero i Franz Ferdinand, quando li hanno pubblicamente elogiati o gli Arcade Fire – anche loro della scuderia Merge. Li hanno omaggiati in cover di lusso, come quella di Two-Headed Boy degli Swell Season o di In The Aeroplane Over The Sea dei Dresden Dolls. Persino in Italia c’è chi ha preso in prestito un verso di una canzone dei NMH per il nome della propria band (Goldaline, My Dear), chi si è ispirato al loro sound (Girless & The Orphan), chi, con un po’ di nostalgia, dopo la scomparsa di Mangum, ha aperto una fan page italiana per recuperare quante più notizie possibili sul loro idolo. Le cose non tornano. Come può una band così non-convenzionale, così un-cool, così bizzarra, limitata temporalmente, aver creato questo scompiglio? Come può una rivista come Magnet inserire Aeroplane come miglior disco dei 90s, al di sopra di Nevermind, al di sopra di Ok Computer?

Una macchina sintetica volante

Scavalchiamo e andiamo, il peso schiaccia giù, e non so, urlerò finché capiranno cosa intendo: intendo il matrimonio tra un cane morto che canta e una macchina sintetica volante

Occorre andare con ordine. Jefferson Nigh Mangum è uno che viene dalla terra di nessuno: è nato nel 1972 a Ruston in Louisiana, una zona agricola, che compare giusto in qualche racconto di Kerouac o al telegiornale per localizzare un episodio di cronaca nera. Ruston ha una forte aura religiosa, è uno degli epicentri della Chiesa Battista del Sud, la vera erede del puritanesimo inglese del XVII secolo. Mangum stesso avrà con la propria fede un rapporto intimo, personale, contraddittorio: sarà, probabilmente, grazie ad essa che la sua storia, nel momento più buio, non è finita come quella di molti suoi conterranei e contemporanei (Cobain su tutti). Ma non si tratta naturalmente di Battismo o proselitismi vari (“Non sono stato cresciuto come un Battista del Sud spaventato dall’Inferno, ma piuttosto in una sorta di Cristianità psichedelica”): si tratta di filosofie orientali, di “immaginazione attiva”, di sogni, visioni, di pace interiore, di stati che ascendono alla gioia attraverso il dolore. E di dolore, Mangum ne potrebbe parlare tantissimo. A chi, come Kevin Griffis (Creative Loafing Atlanta), prova ad intervistarlo oggi, risponde così: “Non sono un’idea. Sono una persona che ovviamente vuole essere lasciata sola. Se la mia musica ha significato qualcosa per te, allora rispetterai la mia decisione. Poiché sono la mia vita e la mia storia, penso di aver qualcosa da dire quando viene narrata. E non mi è stato dato questo diritto”; a chi prova ad indagare sul periodo di hiatus dei NMH, magari contattando qualche familiare, scrive: “per favore non contattare la mia famiglia. Penso che mio padre avesse interesse in te, che fosse intrigato all’inizio, ma ora si sta domandando come potesse un perfetto sconosciuto sapere del suo passato doloroso. Nemmeno io desidero rivisitare il passato”.

Eppure, almeno apparentemente, si tratta di un passato ordinario. Certo, con tutte le stravaganze tipiche di una testa calda del Sud. La sua storia artistica inizia come quella di tanti altri: a scuola, esattamente alla Ruston High School, dove con Will Hart, Bill Doss e Robert Schneider furono allontanati dalla squadra di calcio e di tutta risposta, presero in mano le chitarre e tirarono fuori la batteria. Il clima di Ruston era quello tipico della provincia: quando arriva la musica che ti colpisce, è già passata a miglia e miglia da dove ti trovi. L’unico canale di sfogo era la stazione radio Louisiana Tech, dove Hart e Mangum trovarono lavoro come Dj già dalla metà degli anni Ottanta: Zombies, Small Faces, Syd Barrett, Scratch Acid, Tall Dwarfs fecero irruzione nelle loro vite, seminando il gusto per la canzone psicotica, per il folk malato, per la psichedelica d’avanguardia. Le rare volte in cui un artista di fama passava da lì, i quattro erano sempre disponibili a fare la spalla, senza compensi, senza speranze, solo per il gusto di suonare e confrontarsi con il pubblico. A dir la verità, Jeff e Will erano quelli che si erano fatti prendere più di tutti dall’ondata punk e riottosa oltreoceano: le loro cassette contavano decine di parolacce, erano dei veri e propri gesti autolesionistici; con Jeff alla batteria e Will alle chitarre, diedero vita al loro primo progetto dal nome Maggot, qualcosa che ancora oggi fa rabbrividire il proprio autore: al limite dalla decenza.

Ma Ruston non sarà la dimora definitiva di questi quattro personaggi. Per loro, il destino ha in serbo una vita da girovaghi, con un punto fisso nella ruota americana: Athens, Georgia. È lì che quattro amici qualunque alle prese con musicasette, piccoli live e la voglia di emulare i grandi, si trasformarono nel collettivo Elephant 6, destinato a ridefinire le regole del gioco folk dell’America, ad essere la punta massima dello sperimentalismo degli anni Novanta. Ed è lì che Hart e Mangum – che già avevano provveduto a ridimensionare gli animi dei Maggot in quelli più pacati e pop dei Cranberry Lifecycle – diedero vita al progetto più programmatico, forse anche più “serio” di tutta la scuderia Elephant 6 fino a quel momento: The Synthetic Flying Machine. Anche in questo caso (ed è forse ora di farcene una ragione) stiamo parlando di un mondo popolato da nastri su nastri di musica registrata, da esperimenti sonori di tutti i tipi e forse, se lo si cerca in profondità, qualche accenno di melodia.

Era così che funzionava ad Athens, era così che si mostrava la ribellione, la voglia di cambiamento: “Quando cominciammo l’Elephant 6, – rivela Mangum a Pitchforkavevamo visioni molto utopistiche secondo le quali avremmo potuto superare qualsiasi ostacolo grazie alla musica. La musica non era solo intrattenimento: stavamo cercando di creare una sorta di cambiamento. Avevamo il desiderio di trasformare le nostre vite e quelle dei nostri ascoltatori.” Nel frattempo, le vicende di questo collettivo artistico cominciavano a dipanare la loro ragnatela in tutto il nuovo mondo, dal Colorado al New Jersey: Schneider, che era sempre stato quello più competente musicalmente, viveva a Detroit, dove aveva fondato gli Apples in The Stereo e distribuiva singoli nel paese sotto il marchio dell’elefante fin dal 1993; Hart e Doss, ad Athens trasformarono i Synthetic Flying Machine negli Olivia Tremor Control, l’unico collettivo della Elephant capace di coniugare l’abilità di Hart come artista visivo e la psichedelia pop più sintetica. Si stilò perfino un manifesto, prendendo spunto dalle avanguardie storiche a cui Mangum e soci erano fedelmente devoti (Dadaisti e Surrealisti su tutti): “Noi crediamo nell’uso di macchinari casalinghi, – dice Schneider – in modi ingegnosi di ideare le cose e nello scrivere canzoni che comunichino con la gente. Vogliamo realizzare dischi classici che riescano a sopravvivere al proprio tempo e che possano essere accessibili a persone di tutte le età”, salvo poi correggerlo (ma il sospetto di un rimaneggiamento postumo è tutt’altro che infondato) in “noi crediamo nel ‘quattro piste’, nelle belle sonorità e idee, ma più di ogni altra cosa noi crediamo nelle CANZONI”. L’estetica del lo-fi tocca qui le punte massime: la storia dell’Elephant 6 e quindi dei NMH coincide con la ricerca, con le stranezze, le stravaganze di esseri sovrannaturali e di strumenti bizzarri applicati ad un abbecedario pop-rock: sarangi, zanzithophone, sega a mano, sitar, filicorno, eufonio e tantissimi altri espedienti che saranno l’habitat ideale per la musica del Duemila. Non solo: Elephant 6 aveva le caratteristiche intrinseche di un progetto di cooperazione: molti componenti si diedero alla vita in comune, alla deriva più hippie che ci si potesse immaginare. Condividere le scelte musicali ed estetiche coincideva quasi sempre con il condividere la propria vita con le persone che abitavano quel luogo. È da cose così che nascono in quegli anni le grandi ondate di innovazione culturale: come a Seattle o come in Minnesota.

Diviso fra Athens e Denver e fra numerosi progetti, si dice che Mangum vivesse nei servizi igienici della casa che condivideva con la sua ragazza Laura Carter e un’altra manciata di persone in Grady Street, Athens. In preda alle fobie, alla paura del buio, Mangum riceveva nel gabinetto le visite dei suoi fantasmi che gli consigliavano gli accordi migliori per le partiture della sua chitarra acustica. Aveva deciso di farsi strada da solo. Aveva deciso di ripescare dall’album dei ricordi del liceo un suo progetto dal nome Milk Studios: l’embrione più significativo della sua carriera.

Il re dei fiori di carota

L’unica ragazza che abbia mai amato è nata con rose negli occhi ma poi la seppellirono viva una sera del 1945. Al suo fianco solo la sorella, e solo qualche settimana prima che le armi arrivassero e piovessero su tutti

Quello che premeva a Mangum e compagni in questa fase di ricerca era di non cadere facili prede dello spirito del tempo. Sebbene largamente affascinati dal noise creativo di Sonic Youth e Minuteman, ad esempio, essi avevano come imperativo categorico quello di stare lontani dai riflettori, di non utilizzare ciò che altri avevano o avrebbero potuto utilizzare: lo scopo era di creare dei collage sonori, dei paesaggi frammentari e frammentati, straziati da un’indole cinica, che guardasse alla sofferenza del mondo col maturo distacco. E nella solitudine Mangum continuò a incidere cassette, a registrare i suoni della natura o della città: se ne conosce una, ad esempio, sotto il moniker Milk: Pygmie Barn in E Minor, stampata in una dozzina di copie per gli amici e resa pubblica recentemente dal catalogo della Elephant 6. Evidentemente, la dimensione intima dell’ascolto fra amici, dei consigli che si potevano ricavare dalle lunghe session di incisioni solitarie era quella più congeniale al Mangum dei primissimi 90s: ben tre musicassette vennero registrate fra il ‘91 e il ’93: Invent Yourself a Shortcake, Beauty e Hype City Soundtrack. Nulla di più che semplici esperimenti, le cassette in questione sembrano essere dei recording casuali di eventi che accadevano nel periodo di vita comune ad Athens: in una di queste c’è addirittura un brano consistente in sei minuti di conversazione fra lo stesso Mangum e Will Hart.

Nel 1994 Mangum era allo sbando: non aveva un lavoro, i suoi progetti tardavano a divenire concreti e comunque non faceva nulla per renderli in qualche misura “fruibili”, era disoccupato da tempo e vagava per l’America in cerca di ispirazione. A Seattle, la Cher Doll Records gli diede la possibilità di pubblicare il primo vero sette pollici della carriera, sotto il nome di Neutral Milk Hotel: Everything Is. Si tratta di un lavoro ibrido, assolutamente embrionale, che presenta larghe tracce di sperimentalismo (interviste, colpi di tosse, dialoghi, monologhi, estratti sonori, strani o stranissimi strumenti, sovraincisioni), ma che lascia intravvedere all’orizzonte i nuclei formali del progetto NMH. Non fa eccezione, in questo senso, l’apertura affidata ad Everything Is, un brano fuzz tiratissimo, che a quell’altezza cronologica faceva pensare ai Pavement, ad esempio; o Snow Song Pt. 1 (“one, two, three, fuck!”) che con la sua cadenza lenta e dolcissima fa venire in mente certi giochi psichedelici dei Velvet Undrground. Sulla stessa linea si pone Tuesday Moon, fin troppo debitrice nei confronti di Syd Barret e delle sue manie psichedeliche chiuse in qualche armadietto oltreoceano.

Rimanendo a nord, Mangum ebbe la possibilità di spostarsi a Denver, dall’amico e produttore Robert Schneider, che gli fornì finalmente dei musicisti completi e competenti per la registrazione del primo full length dei Neutral Milk Hotel: On Avery Island. È il 1996 e il manifesto della Elephant 6 recita che bisogna usare il “quattro tracce” di rito, ma questa volta Mangum non sarà solo: con lui e Schneider (che suonerà organo, basso e xilofono nel disco) ci sono Lisa Jansen dei Secret Square e Rick Banjamin dei Perry Weissman 3. On Avery Island è il salto definitivo per i Neutral Milk Hotel: Magnum interviene laddove gli spigoli erano troppo appuntiti, smussa le idiosincrasie da avanguardia artistica e concepisce un disco fuzz folk, che, se non fosse per le acustiche, lo archivieremmo sotto l’etichetta “punk”.  Certo, in un certo senso, manca l’atmosfera che renderà leggendari i NMH, quella – per intenderci – delle fanfare, del clima circense e festoso di Aeroplane, ma qui c’è, per certi versi, di più. Ci sono le fondamenta indissolubili dell’etica visionaria del nostro cantastorie, ci sono le derive kraut (Marching Theme, You’ve Passed, Pree Sisters), le pillole di romanticismo (Naomi), le marce funebri (Three Peaches), le pugnalate di malinconia dritte alla pancia (gli organi e i fiati di Avery Island) e una manciata di canzoni piccanti che hanno il sapore amaro di un bicchiere di caffè col sale.  In Song Against Sex, il Nostro si chiede: “Perché dovrei stare qui steso, nudo / quando è semplicemente troppo lontano / da qualsiasi cosa chiameremmo amore?“, per poi offrire all’amata di “dormire fuori nella grondaia“, poiché “con un fiammifero che è malvagio e un po’ di benzina / non mi vedrai più“. Eros e Thanatos: c’è tutto quello che nel ’96 i R.E.M. non ci avrebbero detto.

L’anno successivo, il 1997, fra un tour e il continuo girovagare, Jeff Mangum capita in un negozio di libri usati. Compra per caso un libro comune, un best seller di tutti i tempi, che qualsiasi ragazzino americano che abbia frequentato le scuole aveva letto: il diario di Anne Frank. Lo legge e ne rimane folgorato, emotivamente devastato, tanto da desiderare una macchina del tempo per poter salvare la giovane olandese, vittima dello sterminio nazista. Non senza un pizzico d’imbarazzo, sull’onda di questa devastazione, Mangum si mette a scrivere i testi di In The Aeroplane Over The Sea. Le sessioni sono durissime, si estendono fino a quattordici ore al giorno. Con l’aggiunta di Jeremy Barnes alla batteria, il team di Denver, lavora per migliorare gli effetti di On Avery Island vivendo sotto lo stesso tetto, dormendo sui pavimenti, strimpellando strumenti presi in prestito. Tutti possono suonare tutti gli strumenti, tutti però devono seguire le direttive di Mangum: non si può suonare qualcosa che ricordi un brano inciso da altri, non si possono usare troppi suoni (un obiettivo era l’essenzialità) e una serie infinita di altre necessità o bizzarrie. Racconta Schneider: “una notte sognò dei monaci Tibetani che cantavano. Il giorno dopo disse:’Voglio qualcosa che suoni come quello’”. Nessuna delle dodici persone (!) che lavorano al disco – tranne Barnes – era un musicista professionista: l’armonia venne creata tagliando e componendo le melodie e le liriche che Magnum di volta in volta proponeva. Per dirla con Will Robinson Sheff (Okkervil River), grazie a Aeroplane “Jeff Mangum ha generato un livello di devozione simile a quello ispirato da figure letterarie come William Blake e Walt Whitman”. Blake per la mitologia personale e surreale, basata su tematiche mistiche come la reincarnazione o su esseri di altri pianeti, mostri o emarginati; Whitman perché le liriche del disco sono un flusso ininterrotto di compassione per l’umanità e odio per la violenza.

Alla fine, il disco vide la luce nel febbraio del 1998. Per la copertina, Jeff portò al designer Chris Bilheimer una vecchia cartolina europea con dei bagnanti, che fu alterata e sovrapposta creando la famosa immagine dal gusto magico, circense, che consegnò il disco alla storia. “Da giovane eri il Re dei Fiori di Carota / e come costruivi una torre facendo acrobazie tra gli alberi / in sacri serpenti a sonagli che cadevano tutt’intorno ai tuoi piedi” (The King Of Carrot Flowes pt. 1). Da questo momento in poi, Aeroplane segue il suo lento, monologico corso degli eventi, ricreando un mondo bizzarro, cauterizzando cicatrici della storia personale di Mangum e della storia collettiva dell’uomo. Ricerca in realtà alternative le vie di fuga dalla propria sofferente vita, plasma la materia sottostante al fine di equilibrare i due piatti della bilancia del reale. E tutto parte – manco a dirlo – dal corpo: “Ora mi ricordo di te/come spingevo le mie dita/nella tua bocca per far muovere i tuoi muscoli/che rendevano la tua voce così fluida e dolce” (In The Aeroplane Over The Sea). Ecce homo: l’ostentazione dissacrante del sé come corpo, messo in scena dall’artista saltimbanco, irriverente ed eversivo; ecco l’immagine che ha bisogno di essere scuoiata per disvelare in modo cinico l’io. Non a caso ripresa sia in Oh Comely che in Two-Headed Boy pt. 2.

Per certi versi Aeroplane è un miracolo. È un disco suonato con chitarra acustica, percussioni, un basso distorto, un banjo accarezzato da un arco, un theremin, zampogne, trombe e tromboni, persino una sega da falegname ed è l’attestato di nascita del concept album “indie”. Fra folk e punk, fra psichedelia e cantautorato; fra riferimenti a Bob Dylan ed ai Pavement. Chi insegnò ai critici del tempo a destreggiarsi in una simile esplosione? Come riuscì un disco che parla di “cani morti che si dissolvono e scompaiono, di sperma che macchia la cima delle montagne, di ponti che esplodono e si contorcono, di fantasmi nascosti con occhi di rosa che osservano la terra orbitando su una cometa, di feti in bottiglia che picchiettano le dita su dei barattoli, con i cuori pieni di aghi che cantano, di coppie sole in stanze pomeridiane con le dite uno nella bocca dell’altra, attraverso gli incavi della spina dorsale” a tracciare un solco inesorabile nella linea musicale del tempo? Sembra quasi che Mangum ci stia prendendo in giro o stia semplicemente spingendo l’ascoltatore a trascendere l’orrore (Anna Frank si reincarna attraverso l’arte del suo Diario e causa nell’ascoltatore la fantasia in cui egli stesso proteggerà Anna dopo essere rinato come suo gemello siamese) per arrivare, attraverso la bellezza (Beauty era persino il titolo di una prima musicassetta di Mangum), alla purificazione totale.

Rimane da interrogarsi sul perché del successo immediato (quello postumo è materia portante di questo articolo). Dopo Aeroplane, i NMH e la Elephant 6 erano sulla bocca di tutti. I concerti, dacché si svolgevano nei piccoli club, cominciarono a raccogliere folle sempre più ingenti. La formazione era estremamente allargata, in Norvegia arrivarono a calcare il palco in più di quindici persone. Riviste specializzate come Pitchfork definivano Aeroplane come la fusione perfetta del lo-fi con Sgt. Pepper; Rolling Stone ci andò più cauto dicendo che Aeroplane era “materiale di distrazione”, poco attento alla forma, al limite del passabile la voce di Mangum. In ogni caso, a stretto giro, come spesso accade, la notorietà improvvisa scosse l’equilibrio precario di Jeff Mangum: qualcosa cambiò nel suo modo di vedere il mondo. E alla fine cedette.

One day we will die and our ashes will fly

E quando ci incontreremo su una nuvola riderò fortissimo riderò con tutti quelli che vedo: non posso credere a quanto sia strano non essere proprio niente

Parte integrante del successo dei NMH è la mitologia creata all’altezza del breakdown di Mangum. Dopo il concerto di Londra nel ’98, ognuno prese la sua strada: Jeff – come dice l’ex moglie – “controllava ossessivamente la posta elettronica e seguiva ogni chat room, e quando la gente diceva qualcosa di lui, si arrabbiava veramente. Era una cosa personale,’Dicono questo di me, e non è vero!’”. Era il tracollo, il cui segno palpabile fu percepito quando nel 1999 i concittadini R.E.M. offrirono ai Neutral di aprire l’intera tournée, ma ricevettero il cortese rifiuto di Mangum. Cominciarono a circolare strane voci sul conto di Jeff Nigh Mangum: pare che iniziò a credere alle strampalate teorie di Art Bell su un probabile cataclisma a inizio millennio, teneva da parte sacchi e sacchi di riso come provviste, faceva lo stesso percorso tutti i giorni in pantofole: da casa sua al negozio di ciambelle Dunkin’. And back. “Ho passato un periodo, dopo Aeroplane, – rivela Mangum nella famosa intervista a Pitchforkin cui tutti i presupposti che davo per scontati sulla realtà iniziarono a sgretolarsi. Prima di tutto questo: penso di aver avuto un’innocenza intuitiva che mi guidava e che è stata una cosa molto positiva per un certo tempo. Ma poi ho capito di aver lasciato fino ad allora il mio lato razionale da parte per la maggior parte della mia vita. Ad un certo punto, la mia mente razionale ha iniziato ad infiltrarsi, e non riuscivo più a farla tacere”. Nel 2000 si separò dalla moglie e volò in Bulgaria ad un festival di suoni etnici che si tiene una volta ogni dieci anni. Portò con sé un registratore e, anche se non capiva una parola di bulgaro, trovò delle interessanti connessioni con la musica tradizionale di quel popolo. Di ritorno ad Athens, fu difficile per lui trovare una sistemazione. E le sue tracce si fecero sempre meno fitte. C’è chi dice di averlo avvistato a New York, chi in Arizona, chi in New Scotland. Di sicuro pensò di fare lo scultore, forse del bronzo, stando a quanto dice la sua ex moglie. Dopodiché nel 2001 fece il turno dalle tre alle sei del mattino in uno spettacolo trasmesso dalla radio WFMU a Jersey, con lo pseudonimo di Jefferson. La domanda che ossessionava i fan, i critici, gli appassionati era sempre la stessa: che fine ha fatto Jeff Mangum?

Tutti aspettarono un seguito di Aeroplane che non arrivò mai. Malgrado questo, il disco continua a vendere (rimane fra i cinquanta dischi più venduti della Touch & Go) e Magnum, col tempo, uscì pian piano allo scoperto: qualche performance occasionale a partire dal 2008, fra cui la già citata apparizione a New York nel 2011, una bella sorpresa al Primavera Sound 2012 e un’altra al Coachella dello stesso anno; una ricomparsa nella line up degli Olivia Tremor Control e un conseguente tour; e infine una miriade di rumors, a partire dal 2012 su una probabile reunion della formazione dei NMH dei tempi di Aeroplane. Poi, il trenta Aprile 2013 – come detto – giunge la conferma ufficiale della reunion. Tutto lascia presagire un ritorno coi fiocchi, magari sublimato da qualche assaggio dell’enorme quantità di materiale che Mangum ha tenuto nascosto negli anni di hiatus. I proventi saranno parzialmente devoluti all’associazione Children Of The Blue Sky, giusto a ricordarci che Mangum è uno che non ha smesso di credere nel potere della musica.

Nel 2012, per cause ancora da chiarire, muore Bill Doss, che, seppure non aveva partecipato alle registrazioni di Aeroplane, era sempre stato un punto di riferimento fondamentale per Mangum. Aveva fondato, di parallelo agli Olivia Tremor Control, i Sunshine Fix, un rock sperimentale in linea con gli anni zero. Una storia simile a quella di Will Hart, che dal 2000 porta in giro il collettivo Circulatory System, che ha fatto la sua comparsa anche in Europa, al Primavera Sound del 2010. La Carter, che di certo non è stata con le mani in mano dopo la separazione con Mangum, ha incrementato l’attività dei suoi Elf Power, che – tra le altre cose – suoneranno con i Neutral in alcune date della reunion annunciata: che si tratti di un ritorno di fiamma? Schneider, l’unica figura che ha musicalmente ispirato Mangum (oltre ad aver curato parte degli arrangiamenti dei fiati di Aeroplane), tiene vivacemente in vita gli Apples In Stereo e ha recentemente dato vita agli Ulysses, una band con delle strane influenze shoegaze. Barnes, infine, è il leader indiscusso del progetto più interessante del post-NMH: A Hawk And A Hacksaw.

Legacy

E coricati fra lenzuola pulite e sicure: ma non odiarla quando si alza per andarsene

Una riflessione finale, alla quale avevamo accennato anche all’inizio di questo articolo. I Neutral Milk Hotel hanno generato una schiera di imitatori, consapevoli o forse no dell’apporto innovativo di un sound, che ha sconvolto gli ascolti abituali di chi aveva a che fare con la musica nei 90s. Lo stupore si genera nel momento in cui ci si rende conto che il collettivo di Athens non ha effettivamente inventato nulla da zero. Hanno solo coagulato una serie di rapporti di forza che evidentemente aspettavano di esplodere da un momento all’altro: da lì in poi le regole del gioco sarebbero cambiate, Aeroplane ebbe un impatto paragonabile a pochi altri nella storia. Per dirla con Tom Williams di Radio Exile, “i Neutral Milk Hotel sono per i 2000 quello che i Pixies sono stati per i ’90”. Perché? Seguendo Williams, è perché essi hanno inventato il “concept album indie”, poi ripreso da gruppi come Acorn, Decemberists, Okkervil River e Sleep Station. Probabilmente un’altra causa sta nell’enorme personalità mostrata nei live: sempre al limite della catarsi, sempre in mezzo al pubblico ad odorare e respirare gli stessi sapori dell’uditorio. Così faranno artisti del calibro di Arcade Fire, Beirut, Bon Iver, Ra Ra Riot, Animal Collective. Un terzo aspetto è l’utilizzo dei fiati: non che il rock ne avesse mai deficitato, ma i NMH collocarono questa particolarità nel periodo in cui le chitarre distorte regnavano sovrane (Nirvana, Pavement, tutto il brit) e furono puntualmente imitati da Antlers, National, Sufjan Stevens. Infine, il gusto folk punk, che Magnum aveva forse preso da qualche disco dei Violent Femmes, è qui definitivamente esaltato e codificato, per poi essere riproposto da gruppi come Frightened Rabbit, Microphones o Phosphorescent. Con una sfilza di nomi così (e ne stiamo tralasciando un bel po’), il capogiro è assicurato.

Non male per uno che viveva nel bagno di casa, aspettando le visite dei fantasmi dei Natali passati. Intanto, a noi rimane (per ora) solo quel suono di Two-Headed Boy pt. 2 con cui si conclude In The Aeroplane Over The Sea, come un viaggio bellissimo. Si sente Jeff poggiare la chitarra, spostare la sedia e trascinarsi fuori dal palcoscenico, in silenzio, come ha sempre amato fare.

22 maggio 2013
22 maggio 2013
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