La seconda vita della band di Belfast
-
Riccardo Zagaglia
- 1 Marzo 2013
Rischiavano di fare la stessa fine delle decine di formazioni indie-rock dal destino effimero, svanite dietro riflettori sempre pronti a puntare altrove. I Girls Names invece hanno preso tutti in contropiede e si sono mossi per tempo per rivedere, rimodellare e concretizzare sotto una veste nuova quanto proposto nell’album di debutto Dead to Me.
The New Life, infatti, prende le distanze dai contesti garage-pop e punta tutto sull’armonizzazione arpeggiata jangly macchiata di nero post-punk/wave, quest’ultimo reso ancora più ossessivo da vaghe contaminazioni kraut e psichedeliche. Tutto è frutto della sperimentazione, nuovo pallino di un leader Cathal Cully che ha sfruttato positivamente un periodo non troppo felice a livello personale per dar vita alle atmosfere scarne e oscure dell’album.
Parliamo dell’album Dead To Me, quando uscì eravate soddisfatti al 100%? A distanza di due anni quale è la vostra opinione a riguardo? E’ rimasta la stessa?
No, non eravamo soddisfatti al 100%. In particolare, io non lo ero. E’ stato realizzato abbastanza velocemente e con poco budget e andava bene in quel momento, ma abbiamo dovuto aspettare molto tempo tra la registrazione e l’uscita dell’album. Ci siamo quindi rinchiusi quasi subito dopo la pubblicazione di Dead To Me, iniziando a lavorare su quello che sarebbe stato il nuovo album, The New Life.
Il nuovo album segna un cambio di direzione nella vostra musica. Come mai questa scelta (se è stata una scelta)? Quali sono stati i passaggi che hanno portato alla formula sonora di The New Life?
Il cambio di direzione non è stato frutto di una decisione consapevole. E’ stato un processo e una progressione molto naturale. La scrittura dell’album è iniziata nell’estate 2010, subito dopo la registrazione del precedente, ed è terminata ad ottobre dello scorso anno. Sono quindi oltre due anni di lavoro e di ri-definizione del tutto, per arrivare a dove siamo ora. Sembra che siamo tornati da un giorno all’altro con questo nuovo sound perchè all’epoca non ne abbiamo quasi mai parlato. Dietro c’è stato un lungo e duro lavoro. Pensandoci, è stato anche un periodo di isolamento e frustrazione.
In molti passaggi di The New Life sembra che abbiate ampliato sia la componente janglepop (mi riferisco soprattutto alla chitarra), sia le oscure atmosfere post-punk (mi riferisco soprattutto alle linee di basso). Quale è il vostro parere riguardo al ritorno delle jangle-guitars? In generale, vi sentite parte di un qualche tipo di scena?
No, per niente. Abbiamo realizzato un album unico nel suo genere quest’anno. Ovviamente verrà confrontato con altre uscite del momento, ma penso comunque che sia qualcosa di solo nostro. Siamo riusciti ad imprimere su di esso la nostra identità. E’ difficile identificarla con esattezza.
Il ritorno delle jangle-guitar è stata una buona cosa per un pò, ma le persone ora stanno iniziando a stancarsene. Non ci si dovrebbe limitare alle chitarre: l’ho imparato da poco. C’è così tanta tecnologia ora in grado di ricreare qualsiasi suono tu voglia, è un’idea molto esaltante per me! Visto che è così difficile fare soldi con la musica, non si ha niente da perdere e quindi è un buon momento per essere audaci e sforzarsi di creare una sorta di dichiarazione (della proprità identità, ndr).
Penso che questo periodo potrebbe potenzialmente essere visto come un’altra grande era di sperimentazione musicale. Speriamo che i prossimi anni lo confermino.
Come è nato lo split con i Weird Dreams? Come mai Troubled See è stata esclusa dall’album?
I Weird Dreams sono sotto la nostra stessa etichetta, la Tough Love di Londra, quindi è stata una loro idea quella della collaborazione. Abbiamo anche suonato qualche volta insieme. Sono molto bravi e penso che anche loro stupiranno il pubblico con il prossimo album. A Troubled See non è stata inclusa nell’album perchè non era del tutto il linea con il resto delle canzoni. Mi piace l’idea di singoli a sè stanti e questo album è un unico blocco coeso.
Solitamente l’espressione “new life” nasconde connotazioni positive, una ripartenza dopo un passato da cancellare. L’album invece è caratterizzato da sonorità cupe e sinistre. Potreste svelarci i retroscena a livello di contentuto?
Non mi addentrerò sui singoli contenuti, ma c’è stata effettivamente una sorta di nuvola nera sopra le nostre teste durante il processo di realizzazione. Sono passato attraverso momenti difficili a livello personale, lo scorso anno, che si sono manifestati attraverso molti sentimenti di perdita, rifiuto, fallimento, isolamento, buio. C’è anche molto esistenzialismo esplorato attraverso l’album. Sono stato lasciato da solo con i miei pensieri per troppo tempo, l’anno scorso. Ma è stato meglio sfruttare questi sentimenti per creare qualcosa di positivo, piuttosto che per farmi stare male. Quindi sì, si può dire che ci siano toni positivi sottotraccia.
Il 3 Marzo all’Astoria di Torino apriranno per voi i Brothers In Law, una delle realtà più belle della scena italiana. Il loro album di debutto è molto valido, l’avete ascoltato? Conoscete e/o apprezzate altri progetti made in Italy?
Non ho ancora ascoltato il loro album ma non vedo l’ora di vederli di nuovo. Abbiamo suonato insieme a Carpi a Ottobre 2011 e sono stati grandi. Neil (il batterista dei Girls Names, aka Seapinks) ha fatto uscire il 7’’ per loro e sta pubblicando il loro nuovo album con la sua etichetta CF records, quindi siamo molto legati. Inoltre so dei Be Forest e mi piace molto quello che ho sentito da loro. Mi piacerebbe ascoltare anche altre cose loro.
