Recensioni

7.2

“In questo momento, il mondo sembra spesso un posto isterico. Vorremmo che questo disco fosse un antidoto, un bel gioco di carte in piacevole compagnia”. Così i British Sea Power hanno presentato la loro quinta (sesta, se consideriamo anche la soundtrack Man of Aran) fatica discografica Machineries Of Joy, un titolo che omaggia il recentemente scomparso Ray Bradbury – autore di Cronache marziane, Fahrenheit 451 e della raccolta di short stories Le macchine della felicità. Sembrano proprio piccoli racconti, sketch vividi, questi che arrivano a due anni di distanza da Valhalla Dancehall e a dieci dal debutto The Decline Of British Sea Power; se da una parte le dieci canzoni, già ascoltate seppur in versioni “primitive” all’interno di sei EP usciti lo scorso anno, sono forti di un campionario d’influenze, sapori e umori in continua espansione, dall’altro rappresentano la summa ideale di quanto riesce meglio a un gruppo che arriva in gran forma al traguardo del doppio lustro d’attività. Una collezione così eclettica che suona come un greatest hits, anche se non lo è: il suono è spesso cinematico, evocativo ma non evanescente, con una sapiente alternanza tra la grandeur dei tappeti d’archi e più diretti riff chitarristici – tutto in perfetto equilibrio tra tensione e distensione.

Si respira aria di casa, in un disco composto tra le montagne gallesi, con dieci brani che affrontano temi e rievocano personaggi (o danno loro vita) che potremmo definire all over the place: si va infatti dai monaci francescani alle bodybuilder francesi che si reinventano star del cinema erotico, fino alle brutte esperienze con la ketamina narrate nella tirata K Hole (in territorio Boxer Rebellion) e a un bizzarro lamento per una Pyrex baby in What You Need The Most (un valzer da ballare sotto un cielo plumbeo, con Yan che rincorre Richard Hawley quando emula Scott Walker). Se l’orso in copertina e l’influenza degli Echo and the Bunnymen nella title-track (qui mescolati agli Arcade Fire e ai Neu!) possono far tornare in mente Open Season, l’energica Monsters Of Sunderland ci riporta più a Do You Like Rock Music?; c’è spazio anche per le reminiscenze beatlesiane (versante George Harrison) del brano anti-caccia Loving Animals, e dieci anni dopo The Lonely ritroviamo in un disco dei British Sea Power un affettuoso omaggio a una figura di culto, quel Geoff Goddard (Radio Goddard) che Yan e Noble conobbero lavorando nelle cucine – già, perché l’ex braccio destro di Joe Meek, colui che un tempo consideravano il “Phil Spector britannico”, decise di abbandonare il mondo della musica per una più sicura carriera nel catering.

Warm e restorative sono i due aggettivi che ricorrono più spesso per descrivere Machineries Of Joy, e si adattano benissimo alla bucolica Hail Holy Queen, a Spring Has Sprung (i Prefab Sprout che rileggono i Velvet Underground… o viceversa) e A Light Above Descending. L’impalcatura è solida, l’attenzione è meticolosa tanto per le costruzioni melodiche quanto per le texture, talvolta in passato colpevolmente privilegiate. Tutto questo dimostra che la band di Brighton non ha mai smesso di lavorare sodo; non importa se i colleghi che oggi sono arrivati col fiatone negli anni Dieci (e prendono tempo con antologie e ristampe celebrative con tour annessi) hanno raggiunto prima i tanto agognati traguardi – i British Sea Power sono ancora come li abbiamo conosciuti, solo che oggi li ritroviamo più consapevoli della qualità del proprio songcrafting. Pur non avendo perso il gusto per l’eccentricità (lo dimostra il fatto che partiranno in crociera sul Tamigi per promuovere il disco e, subito dopo, si dedicheranno a un tour misterioso su un bus con tanto di birre, ballerine e un tavolo da ping pong), sono riusciti a confezionare l’album che finalmente può far avvicinare al loro mondo anche il neofita più restio. Se non è un successo questo…

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