Recensioni

Un po’ a sorpresa, il sodalizio dei fratelli Campetti cerca una nuova quadratura del cerchio espressivo dopo i già apprezzabili risultati ottenuti con le compagini Edwood e Intercity. Se tra queste due entità si poteva ravvisare una sottile differenza di approccio – più melodici i secondi, quasi fosse il portato inevitabile del ricorso alla lingua italiana – con i Campetty è palpabile il tentativo di rendere la proposta più diretta, l’impatto più brusco quel poco che basta a precipitare al suolo il distacco onirico che pure resta alla base della calligrafia. E’ un po’ come se fosse stata alzata la fiamma sotto il crogiolo indie-emo-wave, bruciacchiando i bordi dell’impasto e inasprendo gli aromi. Il laconico diventa così un po’ più acido, l’amniotico sferzante, affiora l’impalcatura lo-fi e sbocciano miraggi frugali.
Va detto che la proposta ne guadagna: convince infatti la vena febbrile che innerva la malinconia travolgente di Nuoto dorsale (bella l’idea del trombone a scompaginare l’impeto androide Grandaddy) o la frenesia languida de Il Parco dei Principi (appesa a particelle sdegnose Fiumani e deflagrazioni cosmiche Scisma), o ancora quella Cowboy Blues che riecheggia tempeste ingrugnite CSI. Di contro, si apprezza la capacità di svariare per sottrazione, come nella pastorale indolenzita di Brasilia (slide e tamburelli) e in quella Mariposa Gru che sembra quasi ipotizzare degli Sparklehorse folktronici, resa ineffabilmente sensuale dalla sempre splendida voce di Sara Mazo. Si aggiungano poi le sincopi tanghesche di Vittoria ed il languore blasé Baustelle di Tenda Prodigy, per completare un quadro intrigante malgrado la scrittura tradisca una certa ripetitività (Lungofiume, A nastro).
Un limite non da poco, certo, ma forse l’ultimo ingranaggio da aggiustare di un meccanismo sempre più efficace.
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