• feb
    03
    2017

Album

Fat Possum

Nel chiaro e ben definito percorso evolutivo dei danesi Communions l’apice creativo e il punto cardine di questa prima parte di carriera discografica rimarrà l’omonimo EP del 2015. Potremmo giustificare questa affermazione etichettando come acerbo ed eccessivamente raffazzonato il primo – comunque più che dignitoso – EP Cobblestones (2014) e come troppo diretto e scintillante Blue – l’album d’esordio appena pubblicato su Fat Possum – ma la vera giustificazione sta nell’eccelsa bontà di Communions, semplicemente uno dei migliori extended play in ambito indie rock degli ultimi anni. Quel cinque tracce (nessuna di esse è presente in Blue) ha letteralmente illuminato la strada da seguire: via i riferimenti alla scena post-punk di Copenaghen (di quella nichilista ed elegante decadenza hanno esclusivamente conservato il tocco romantico) e del suo luogo simbolo (il Mayem), dentro importanti inclinazioni pop-rock di stampo british. Le sporadiche uscite post-EP (Don’t Hold Anything Back, Eternity) e le anteprime pre-Blue (Got To Be Free e Come On, I’m Waiting) non hanno fatto altro che confermare questa direzione, accertando peraltro un talento melodico che farebbe invidia a numerosi colleghi albionici. All’interno dell’album prodotto da Mads Nørgaard e Malte Fischer, la grande protagonista è infatti la melodia in tutte le sue forme ed accezioni, capace di emergere in modo costante e prepotente sia a livello vocale, sia in linee di chitarra belle piene (come Noel Gallagher insegna) costruite su funzionali ed intelligenti intrecci tra la sei corde ritmica e quella solista (in mano a Jacob van Deurs Formann).

L’iniziale Come On, I’m Waiting è forse il simbolo di questo nuovo corso, costruita sui canonici tre minuti e mezzo e sulla più classica delle strutture della pop song, nonché, ad oggi, la loro traccia più radiofonica, immediata e per certi versi solare. I restanti brani inediti non si discostano troppo da questo format, tanto che la mera ricerca delle singole influenze o degli stili assorbiti e riproposti risulta pressoché inutile: Oasis? For Against? Madchester? Janglepop? Post-punk? Dreampop? 80s? 90s?. No, senza girarci troppo attorno, i Communions debuttano su formato lungo come una semplice – e semplicistica – band pop-rock. Tra le new entry si avverte un tentativo di ampliare leggermente lo spettro della proposta con risultati alterni. Passed You By, ad esempio, è uno dei brani più ruffiani del lotto, con un riff fin troppo sbarazzino/estivo (in questa occasione Martin Rehof sfoggia tutta l’estensione del suo timbro androgino), e non va molto meglio con Midnight Child, imbastita su un groove forzato e su un chorus a dir poco telefonato. Decisamente più consistenti la fluttuante It’s Like Air e She’s a Myth, traccia che si presenta spavalda tra richiami madchester e un’apertura romantico-visionaria di Morrisoniana memoria («She, She dances in the fire»).

Lungo tutto il disco si palesa un retrogusto – vagamente fastidioso ma contemporaneamente irresistibile – che suona come un avvertimento, come dire “sì, lo sappiamo che sembriamo paraculo e che il rischio di prendere una tangente troppo patinata è forte, ma finché abbiamo dalla nostra la freschezza dei vent’anni nulla ci può fermare”. La componente giovanilistica è tutt’altro che marginale («When you’re young and alive, it’s hard to make up your mind» si canta in Got To Be Free) ed è giusto che sia così: avranno tempo per crescere e per maturare, ma per il momento questi youth-anthem sono la migliore rappresentazione di ciò che è la quotidianità di Martin Rehof e compagni. Il voto è comunque alto (la proposta è fresca e le killer tracks sono numerose, Eternity su tutte), ma rimane quel briciolo di rimpianto pensando a cosa sarebbe potuto essere Blue se in tracklist, al posto di Passed You By, Midnight Child e Take It All, i Nostri avessero inserito Forget It’s a Dream, Out Of My World e Summer’s Oath.

1 febbraio 2017
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