Recensioni

Vuole la leggenda che Dick Dale, sul finire dei ’70, si sia trasferito in Veneto per disintossicarsi dal clima americano e riflettere sul proprio futuro da musicista. E che lì si sia piacevolmente intrattenuto copulando come un ossesso, sfruttando per bene il suo status di musicista di culto e dando alla luce più di qualche figliolo, ovviamente mai riconosciuto. Dopo anni, tre di questi figlioli illegittimi si incontrano per un progetto artistico legato ai Black Flag, e suonando tra loro riconoscono un qualcosa di geneticamente famigliare; ci prendono gusto, e una volta terminata quella esperienza (nello specifico, il progetto “Black Flag Revival” dell’artista Ryts Monet) cambiano nome e escono con un disco che è una vera e propria bomba a mano.
Il DNA paterno che (fittiziamente) sopravvive in ognuno dei tre protagonisti, ovvero il gusto mai domo per quelle forme strumentali di surf-rock tutto riverberi e ombre che fanno tanto California d’inizio sixties, riemerge ferocemente, mischiandosi con l’urgenza dell’hardcore-punk e del garage, scene in cui i tre sono cresciuti e da cui provengono avendo militato in band come Gonzalez, Hormonas, L’amico di Martucci, John Woo, ecc. Aggiungete che i tre deformano il tutto con un parossismo che è spesso sub specie black o thrash e vedrete come i Laguna Di Satana (titolo felicissimo) dimostra di avere un tiro notevolissimo e di saper scatenare, nella mezzora scarsa del disco, un putiferio come difficilmente se ne ascolta. Un esempio su tutti è il primo “singolo”, ovvero Demonolatreia, che prende e mischia Misirlou e l’hc made in Black Flag, creando un ibrido che è una furia di devasto sonico, ma – vedi alla voce Penetration, ipotesi di Man Or Astro-Man cresciuti in qualche squat nutrendosi nella stessa misura di immaginario sci-fi di serie b, disagio giovanile e amplificatori al rosso – è l’intero album a creare incastri tra spazi e luoghi, riferimenti e input che coprono l’ampio spettro che dal surf arriva al black metal, passando per hardcore no compromise, punk melodico, thrash a manettone e garage-rock scapestrato. Il tutto, poi, è incastonato in una delle copertine più fiche viste negli ultimi anni. Cosa volere di più? Horns up, stay surf!
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