• mar
    03
    2017

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Asylum Records, Atlantic Records

Per molti di noi la musica britannica va a braccetto con l’immaginario un po’ decadente dell’epopea mancuniana, dei fumi industriali del porto di Bristol, dell’attivissima Brighton, dei quartierini dell’east e della south London e – più in generale – di una controcultura mai doma di idee che si autoalimenta in modo costante. Tendiamo a dimenticare però che per la maggioranza degli inglesi (e di conseguenza per il music business) la musica simbolo della Union Jack è altra, figlia di una mentalità vagamente gossippara persa tra le righe del The Sun, tra le corsie di qualche superstore o tra lo zapping televisivo del pomeriggio. È sempre stato così (durante l’era Tatcher non erano di certo gli Smiths i bestseller) e lo è ancora oggi in un contesto socio-politico tutt’altro che favorevole.

Non sorprende quindi che l’album più venduto del 2017 (probabilmente non solo in UK) sarà ÷ (Divide), il terzo lavoro di Ed Sheeran, superstar forgiata secondo gli stereotipi del bravo ragazzo cattolico fortemente legato alla famiglia, innocuo e polite quanto basta per fare breccia all’interno di un mercato che, nonostante un ricambio generazionale più accentuato rispetto a quello di altri paesi, ha sempre premiato un certo tipo di proposta accondiscendente (si pensi al James Blunt di dodici anni fa ad esempio).

Il ventiseienne di Halifax è certamente qualcosa di più di un James Blunt qualsiasi: non solo possiede una preparazione assolutamente invidiabile (si veda l’apparente estrema facilità con cui canta e suona nei set acustici) ma è anche, dati alla mano, IL cantante inglese di maggior successo degli anni dieci con all’attivo due album milionari (+ del 2011 e x del 2014) ed un terzo destinato ai medesimi risultati. Per intenderci, con le dovute proporzioni, a livello di successo Ed Sheeran è la controparte maschile di Adele e nel bene o nel male sta marchiando a fuoco la discografia dei nostri giorni.

Dell’amore iniziale per l’operato di Damien Rice (del quale agli esordi era una sorta di versione paracula/da parrocchia) non è rimasto tanto, affogato da input esterni e dai freddi calcoli economici. Co-scritto e prodotto da una manciata di personaggi abituati a lavorare dietro alle quinte dello stardom pop (Benny Blanco, Steve Mac e Johnny McDaid tra gli altri), Divide è stato lanciato con la release simultanea (mossa astuta nell’era dello streaming) di due singoli diametralmente opposti: Castle on the Hill (un misto tra l’inqualificabile 7 Years dei Lukas Graham e audaci epiche aperture pop-rock) e Shape On You, tediosa traccia club-friendly dal retrogusto tropical scritta pensando a Rihanna. Ad oggi sono, con distacco su Human di Rag ‘n’ Bone Man, i due brani più venduti/scaricati/ascoltati in Inghilterra da inizio anno.

Tornando a Rice, nell’iniziale Eraser l’inglese recita “I may have grown up, but I hope that Damien’s proud”. Bisognerebbe chiederlo direttamente a Damien, fatto sta che la dinamicità del suo folk-rap e la ritmicità del suo strumming palm muted/backbeat sincopato è materiale da audizioni di X Factor. Bravo, capace, complimenti. Però finisce lì.

Tra i languori bluesy di Dive e il becero incrocio tra boy band-ballad e i classici melensi arrangiamenti disneyiani che è Perfect, i teneri sentimentalismi di Sheeran stanno alle canzoni d’amore come Tre Metri Sopra Il Cielo sta ai film romantici. Tutto suona come forzatamente intenso: non importa che siano redenzioni personali (New Man o Save Myself) o racconti autobiografici, Sheeran è un cantore delle emozioni semplici e non ha bisogno di sovrastrutture che ne esasperino il patetismo mélo da ragazzo sensibile (terribile in questo senso Supermarket Flowers, tributo alla nonna materna, “So I’ll sing Hallelujah You were an angel in the shape of my mum”).

Le dodici tracce della versione standard ruotano attorno alla riproposizione delle stesse due formule: quella uptempo (in cui il nostro continua a dilettarsi in improbabili approcci hip hop) e quella melodrammatica (Happier), tanto che le uniche sorprese (se così si può dire) sono escamotage assolutamente banali. E’ il caso di Galway Girl, una canzone legata ad una ragazza irlandese, contaminata – pensate un po’ – da uilleann pipes e violini irish. Che originalità. Lo stesso si può dire di Nancy Mulligan, brano dedicato ai nonni paterni (irlandesi) presente nella versione deluxe insieme ad altri due episodi che soffrono della stessa prevedibilità: Barcelona (potenziale hit estiva, stranamente relegata alla deluxe) con ritmi latineggianti e Bibia be ye ye, brano scritto con l’anglo-ghanese Fuse ODG infarcito, ovviamente, da afrobeat etno.

L’esistenza di album ruffiani come questo giustifica pienamente la recente tendenza della critica musicale ad esaltare (quasi incondizionatamente) le popstar alle prese con progetti leggermente più coraggiosi o impegnati del solito.

6 marzo 2017
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