Recensioni

Giudicare il secondo episodio discografico della fiorentina d’adozione Giorgia del Mese leggendolo solo attraverso i nomi dei musicisti chiamati a collaborare, sarebbe quantomeno riduttivo. Se è vero infatti che Alessio Lega, Alberto Mariotti (Samuel Katarro, King Of The Opera), Fausto Mesolella e Paolo Benvegnù nobilitano il retaggio del disco con il loro contributo – soprattutto quest’ultimo, al cui stile Di cosa parliamo deve molto per certi echi wave delle chitarre e, in generale, per le atmosfere -, è vero anche che la sostanza dell’album è tutta farina del sacco della padrona di casa, coadiuvata dall’ottimo lavoro in termini di produzione, scrittura e apporto strumentale di Andrea Franchi.
Melodia ed energia, rock e cantautorato, una voce mascolina che in certi frangenti ricorda quasi la Mia Martini più ruvida (decontestualizzata, va da sé) ma soprattutto testi: un flusso inarrestabile, profondo e perfettamente regolamentato, in cui cogliere certe ripetitività mantriche targate CCCP/CSI (del resto il buon Ferretti è citato in Alla rovescia), complessità melodico-semantiche rubate al cantautorato nostrano anni Settanta (in Agosto si coglie addirittura qualche cadenza del Renato Zero migliore) e un approccio indipendente da mode e accessori che sembra rimandare direttamente ai Novanta rock del Bel Paese. Personalità da vendere, insomma, e soprattutto sostanza, in un lavoro che finisce per essere una sorta di concept sugli anni tragici che stiamo attraversando, senza per questo cedere alla retorica o alle facili invettive.
Tutto è più ispirato, teso ed elettrico rispetto all’esordio del 2011 Sto bene, oltre che nelle corde di una musicista capace di suonare diretta ma non ordinaria, riconoscibile ma non banale. Ci sarebbe poi da sottolineare l’impressionante facilità con cui i dieci brani del disco ti si piantano nel cervello, ma questa è un’altra storia. Comunque, brava.
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