Recensioni

6.1

Sesto disco, nuova formazione, sempre in evoluzione restando se stessi. Loro sono i milanesi Guignol di Abile Labile, un album che ha tutta l’aria di un canzoniere italiano degli anni Settanta, ma condito di rock&roll, garage, folk e punk. La band si rinnova (rimpolpata la parte strumentale) con l’ingresso di Paolo Libutti al basso, Raffaele Renne alla chitarra e Enrico Berton alla batteria, mentre Pierfrancesco Adduce si riconferma leader e mente del progetto, nonché autore dei testi.

I Guignol ormai da 15 anni circa cercano di «mettere in piedi un piccolo immaginario simbolico fatto di figure resistenti e resilienti, ordinarie e straordinarie insieme, solitarie e diverse, avvezze a frequentare tanto i luoghi più oscuri e sordidi quanto a splendere in un gesto di comprensione, pietà o sacrificio, anche estremo». Non un compito da poco, vista la tradizione di canzonieri italiani, francesi e americani, con le svariate e poetiche storie che hanno saputo consegnarci. Nel disco dei milanesi troviamo il tentativo (in parte riuscito) di parlare di un ampio spettro umano, di qualsiasi tipo: dell’uomo con poche qualità, emarginato, che cerca un riscatto e un compromesso col mondo e le sue regole (L’uomo senza qualità, La coscienza di Ivano), del lavoratore sottomesso alla dura legge dello sviluppo economico (l’Ilva raccontata in Polvere Rossa, Labbra Nere, o in Salvatore Tuttofare), del bipolarismo di animi tormentati che non riescono a trovare un posto nel mondo (Piccolo Demone) o dell’intimità di maîtresse d’altri tempi – poetizzazione della figura della prostituta che ricorda Bocca di Rosa di De Andrè. Nessuno viene lasciato indietro dalla narrazione teatrale dei Guignol, una sacca ricca di capitali umani, da quelli morali a quelli licenziosi, descritti su distorsioni di chitarre selvatiche, su melodie cupe e buie ma che sanno aprirsi in crescendo di grande trasporto (come in Rifugio dei Peccatori), e con una ricchezza nella strumentazione musicale evidente, ad esempio, nell’uso del violino in Il Cielo su Milano. In questa epica dell’uomo c’è spazio anche per una rilettura de Il Merlo di Piero Ciampi, autore preso come faro dai musicisti, «personaggio unico, libero, anarcoide e al contempo prigioniero di se stesso, fino ai limiti dell’autolesionismo».

Un progetto ambizioso, ben ragionato, caratterizzato da un buono spessore culturale, realizzato in maniera autentica, ma in cui non mancano alcuni talloni d’Achille sostanziali: l’esasperazione degli stilemi della band – che portano a similarità che sfiorano la ripetitività, come alcuni riff di chitarra – e testi che talvolta risultano prosastici, tratto che potrebbe depotenziare le occasioni di empatia tra autore e ascoltatore.

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