• mar
    17
    2017

Album

Balley Records

All’ombra della Brexit e del successo di mister bravo ragazzo Ed Sheeran qualcosa si sta muovendo nei sobborghi inglesi e gli Idles, a modo loro, sintetizzano egregiamente tutto il malumore sociale-politico di vari artisti albionici che in questi mesi stanno raccontando meglio di molti reportage l’odierna situazione britannica. Il punk come mezzo espressivo (scelta scontata forse, ma certamente funzionale) tagliato da un approccio più maturo e navigato rispetto ai Cabbage (o agli Shame, con ogni probabilità prossimi a grandi cose), da quella attitudine working class e dal quel pronunciato accento british riportato in auge da Sleaford Mods e Kate Tempest. Aggiungeteci poi dosi della crazyness dei Fat White Family ed il quadro è ben definito.

Dal punto di vista prettamente musicale però gli Idles (tolti i richiami alla decadenza di scuola Iceage) sono tutt’altro che contemporanei, tanto che, tra i solchi dell’album d’esordio Brutalism, non è poi così difficile rintracciare fra i punti di riferimento della band – ed in particolare del carismatico cantante Joe Talbot – gli eroi storici della grande stagione punk (Johnny Rotten, Sex Pistols), post-punk (Mark E. Smith, The Fall) e Oi! (Jimmy Pursey, Sham 69). L’impeto di Talbot è viscerale, graffiante e abrasivo con le classiche ripetizioni perpetuate con fare quasi sloganistico («The best way to scare a tory is to read and get rich» in Mother) mentre il resto della band alterna bordate post-hc a frenetiche centrifughe sorrette da una sezione ritmica costantemente sugli scudi.

«When I’m in a pub with my friends, I’m not saying lines from a Black Eyed Peas song; I’m saying lines from my own songs. I’m not there saying tonight’s going to be a good night, I’m saying, I hate that Tory prick», dichiara Talbot all’interno di un’intervista per Upset magazine. Una frase che racchiude buona parte della dialettica del combo di Bristol, quanto mai impregnata di caustica ironia, black humor e dissacrante cinismo. Nel mirino finiscono ovviamente i tory ma, più in generale, l’ignoranza e la superficialità: in Stendahl Syndrome la frecciata è diretta proprio a quell’immaginario The Sun-friendly a cui facevamo riferimento all’interno della recensione di Divide di Ed Sheeran: i versi «Did you see that selfie what Francis Bacon did? Don’t look nothing like him, what a fucking div, I tell ya. Did you see that painting what Basquiat done? Looks like it was drawn by my four-year-old son» giocano sarcasticamente con la faciloneria del “posso farlo anch’io”.

Le tematiche sociali sono variegate e raccontate con un tagliente realismo di scuola Ken Loach in Divide & Conquer, brano che riassume la situazione del sistema sanitario nazionale (NHS) con una frase – «A loved one perished at the hand of the barren-hearted right» – che ricorda la morale di I, Daniel Blake. Gli attacchi sono quanto mai diretti ma per apprezzare al meglio i testi bisognerebbe probabilmente vivere la realtà inglese quotidianamente e conoscere tutti i riferimenti del caso: ad esempio in Well Done (brano che con toni beffardi tappa la bocca a chi pensa che i poveri siano tali per la scarsa voglia di lavorare) Talbot scandisce «Why don’t you get a job?» tirando in causa Mary Berry, icona borghese dello sfruttamento mediatico del food-business pressoché sconosciuta fuori dai confini britannici.

In un anno in cui le produzioni discografiche sembrano venir premiate in primis per le tematiche, Brutalism è – per quanto musicalmente poco originale – un album assolutamente importante.

3 aprile 2017
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