Recensioni

Sarebbe errato non includere i JAWS in quella lunghissima lista di gruppetti inglesi che finiscono per cadere nel dimenticatoio dopo pochi mesi, ma altrettanto errato sarebbe non riconoscere alla band la capacità – condivisa con parecchi colleghi indirettamente citati in precedenza – di realizzare una manciata di brani vincenti, dal target preciso e perfettamente adatti ad ascolti disimpegnati.
“Per cadere nel dimenticatoio sarebbe però necessario essere passati, almeno per qualche tempo, per la notorierà”, direte voi, e non avreste tutti i torti, dato che fuori dal ristretto circolo di appassionati i JAWS sono pressoché sconosciuti: appartenenti alla scena B-City (Birmingham) con i compari Peace e Swim Deep (altre due hyped-band a posteriori piuttosto fallimentari), i quattro guidati da Connor Schofield si sono fatti lentamente strada tra singoli e due EP, Milkshake EP e Gold EP. Quest’ultimo contiene l’omonima traccia, probabilmente la meglio confezionata fino ad oggi.
Tra episodi già apprezzati in passato e alcuni inediti, l’album d’esordio Be Slowly non regala tanto di più di quaranta minuti di giovanile indie pop dall’hook facile e dal mood scanzonato. Gli ingredienti di base sono i soliti noti: dosi pesanti di Cure (la titletrack va vicino al plagio, a livello strumentale, ma pure Sunset State), una spruzzata di madchester (soprattutto l’uno-due iniziale), qualche grammo di componenti dreamy, piglio brit e sporadiche distorsioni soniche di scuola alternative ’90s. Debilitato dall’impatto vocale quasi impalpabile di Connor Schofield, Be Slowly, pur sfoggiando un filo conduttore sensoriale tra il pigro e il narcotico, difetta parecchio a livello di personalità ed è quindi costretto a rifugiarsi nei singoli capitoli, in particolare Time, Gold, Be Slowly e Surround You, arricchita da una preziosa linea di tastiera. Nel momento in cui escono – lateralmente – da queste coordinate, i Nostri si perdono in un bicchiere d’acqua (in Think Too Much, Feel Too Little prendono praticamente in prestito il riffino funky dai 1975).
A piccole dosi è decisamente piacevole, ma è difficile trovare ulteriori spunti di riflessione su un disco che non solo è pericolosamente derivativo, ma risulta anche incapace di imporsi in una posizione di rilievo tra le decine di uscite discografiche similari ascoltate negli ultimi anni.
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