Recensioni

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Riassumere la carriera del trentaduenne Jeff Rosenstock in poche righe è un’impresa al limite dell’impossibile. In questa sede ci limitiamo a sottolineare la sua militanza all’interno di due dei – pochi – gruppi che hanno mantenuto acceso con dignità il credo dello ska-punk durante gli anni Zero: i The Arrogant Sons of Bitches, scioltisi nel 2007, nei mesi successivi alla release dell’ottimo Three Cheers for Disappointment, e i Bomb the Music Industry! in compagnia della cantautrice indie pop Laura Stevenson.

Rosenstock, newyorkese DOC, possiede molte delle caratteristiche tipiche delle icone DIY: la prolificità, l’attitudine un po’ cazzona, il non prendersi mai troppo sul serio e soprattutto la capacità di scrivere pezzi da tre minuti con una incredibile facilità. Lo aveva dimostrato nella prima uscita solista (dall’esplicativo titolo I Look Like Shit) e lo dimostra in modo ancora più netto nel sophomore We Cool?, pubblicato ad inizio marzo da SideOneDummy.

Il retaggio punk continua ad essere per forza di cose l’impalcatura della proposta, ma emerge in modo prepotente una certa vena cantautorale, figlia forse anche di una maturità che bene o male non può non farsi largo alla sua età, nonostante il Nostro faccia – apparentemente – di tutto per ostracizzarla. La conclamata sindrome di Peter Pan che inizia a fare i conti con gli anni che passano porta Jeff ad una serie di considerazioni e di piccole depressioni da crisi di mezza età. Ne esce così uno spaccato di vita che descrive il Nostro come l’amico di tutti che si rifiuta di seguire i coetanei (quelli che definisce “good Americans”) nelle tappe classiche della mid-life (Get Old Forever), preferendo rifugiarsi nella bottiglia.

Il treno sembra sfuggirgli di mano, ma Rosenstock non ha né la forza né la voglia (“when you’re old you’re just bummed that you’ll never be happy enough” in Polar Bear of Africa o “I need to get unstuck on the things I won’t achieve“, sempre in Get Old Forever) di prenderlo, per il momento almeno (“I got so tired of discussing my future“, dice in Nausea). Un concetto che ribadisce a più riprese (“I don’t have to wake up, I don’t have to feed a kid and it’s got to the point where I’m not sure if that’s something I wanted” in Weird Cities), trasformando We Cool? in qualcosa di molto vicino ad un concept-album autobiografico, tra sbornie solitarie (“getting drunk all alone in a quiet hotel room” in Hall Of Fame, o la stessa Beers Again Alone) e relazioni che sembrano ancora intrappolate in dinamiche adolescenziali. Concettualmente si sfiora l’emo, ma di base il tutto viene raccontato con quell’ironia (“Fridays they only pick up the recycling, So thank god it’s Monday ‘cause I’m useless garbage“) che tiene lontano lo spleen più nero.

Psicologie del personaggio (e dell’uomo Rosenstock) a parte, siamo di fronte a un concentrato di punk-pop casalingo sorretto da veloci cheap-beats che viene sporcato da influenze e da soluzioni sonore che arricchiscono i singoli brani, donando maggiore spessore all’intero operato. Quello che potrebbe sembrare il risultato di tre orette passate in studio abbozzando riff e melodie sguaiate, in realtà nasconde scelte strumentali ben studiate: dai fiati (presenti a più riprese) al piano di Nausea, passando per inserti di tastierine e glockenspiel. Si apprezzano alcuni fraseggi quasi folk che portano alla mente i Neutral Milk Hotel o gli Andrew Jackson Jihad (che tra l’altro tributarono proprio i NMH in uno split, rileggendo Two Headed Boy) e trovate power-pop – Novelty Sweater e Hall Of Fame ricordano i migliori Weezer e Pixies – che rendono il disco a suo modo potenzialmente fruibile dai più.

Trentasei minuti di anthem e di testi-slogan a cui è difficile resistere.

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