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«Donda donda donda donda donda …». Alla fine è meno di un minuto, ma ragazzi non passa proprio più. Ma donde vuole andare a parare il nostro Kanye con questo mantra irritante? Siamo davanti all’elaborazione di un lutto, probabilmente il più grande nella vita di West. Sicuramente l’unico che non è mai riuscito davvero a superare, il solo trauma che non abbia mai interamente processato dentro di sé. Non se ne é mai fatto una ragione, non lo capisce, fatica a incastrarne il senso persino all’interno del suo recente rimbambimento da «pazzo per Gesù»; che è poi una sorta di credo religioso tutto suo: perché questo ossessivamente sbandierato amore per Dio a tinte gospel sembra essere, più che una reale fede/codice morale, una costante razionalizzazione a posteriori di quello che da anni (da sempre?) è il mantra etico di Kanye, ovvero fare un po’ il cazzo che gli pare. Insomma, tutti gli smatti sono buoni finché c’è l’amore di Dio a poterli giustificare. Quindi ecco Donda: tributo alla madre morta e catarsi delle sue recenti vicissitudini familiari. Chiaro come poi tutto il pacchetto di strascichi psicologici venga gestito a modo suo. Del resto parliamo della stessa mamma che anni fa era impersonabile come protagonista defunta di un videogioco da lui stesso ideato in cui doveva ascendere i vari settori paradisiaci. Se quella era stata la prima elaborazione del lutto, figuriamoci la seconda. 

Il Kanye di Donda è insomma un miliardario annoiato, arroccato nella sua maison extra-lusso, sulla falsariga di quello stesso Drake uscito in questi giorni. Tra una collezione Yeezy e un listening party riuscito o meno, la sua vita è questa. Una personalità non saldissima, il divorzio da Kim che sicuramente un po’ lo ha provato, e questo chiodo fisso della mamma che non c’è più. Questo per quanto riguarda il contesto. Ed è una premessa necessaria perché Kanye è da sempre – e sempre di più – anzitutto contesto. E infatti la continua ricerca dell’hype, l’aria da capolavoro in arrivo costantemente fermentata, gli happening, le solite polemichette social post-uscita, di nuovo questa aura di non-finito inaugurata con The Life of Pablo; tutto questo è talmente fondante nell’economia di questo lavoro che Donda potrebbe tranquillamente non esistere senza tutto il suo corredo contestuale. Così la sensazione pre-dominante quando finalmente è arrivato, è che come preventivabile l’elefante abbia partorito il topolino. Non solo: un topolino estremamente prolisso e facilmente fastidioso, che si prende quasi due ore per dire quello che poteva dire in mezz’oretta; sia perché ripete più e più volte gli stessi concetti, sia perché è terribilmente verboso e autoindulgente, sia perché alla fin fine quello che dice in generale non è che sia particolarmente interessante. 

Attenzione: non stiamo dicendo che Donda è un brutto disco. Le cose che funzionano non mancano. Ci sono lampi del vecchio Kanye, ci sono pezzoni molto ben fatti e anche ospiti che – tra gli innumerevoli – spiccano per interventi memorabili (Jay Electronica su tutti). Ci sono anche tante buone melodie: quindi complimentoni al super-team che gli scrive i ritornelli, perché – ad esempio – di pezzi belli come Moon se ne trovano pochi in giro e sembra quasi di sentire Frank Ocean. Su tutto spicca senz’altro il pezzone-cavalcata Jesus Lord, 8 minuti che rappresentano probabilmente l’apice di tutto il disco con un buon storytelling firmato da Kanye e alcune delle barre che probabilmente meglio esemplificano il suo mood mentale durante la genesi del disco: «But lately, I’ve been losin’ all my deepest friends / And lately, I’ve been swimmin’ on the deepest end». Per il resto si certifica la perdita ormai conclamata di quella che era la skill principale di Kanye a livello di trend, ovvero di riuscire ad annusare e incanalare in nuove formule vendibili al mainstream – e quindi per via transitiva, innovatrici – fermenti sotterranei latenti. Donda (ma anche le ultime prove) questo non lo sa più fare. In questo senso la cifra stilistica principale del disco è il piattume. Sono produzioni scarne, composte da pochi elementi: un paio di campionamenti, una batteria, un basso, forse un paio di synth o coretti, poco altro. E se questo suo essere costantemente dimesso può funzionare sulla breve distanza, quasi due ore filate così sono francamente insostenibili. Qua e là rispuntano reminiscenze da Yeezus, come nel basso industrial e nelle voci distorte di God Breathed e di Off the Grid (che sembrano più pezzi di Playboi Carti ormai), ma è chiaro che soluzioni del genere – per quanto ben condotte – nel 2021 sono la prassi e di nuovo hanno nulla.

Ciononostante, come dicevamo i pezzi buoni non mancano, specie nella prima parte. Il problema è appunto una certa sciatta lungaggine. God Breathed funzionerebbe impeccabilmente senza una coda inutile da quasi 3 minuti. Oppure prendiamo un pezzo come Pure Souls: arrangiamento super tra basso vivace e organetti di sfondo, melodia del ritornello ottima, in generale una traccia egregia se fosse durata 3 minuti; il problema è che ne ha altrettanti di troppo. Insomma: quel che di positivo c’è viene costantemente e inevitabilmente annacquato, finendo col perdersi. Il problema strutturale del disco è che di disco non trattasi: è un hard disk vomitato direttamente su Spotify, con una scaletta che non sembra minimamente ragionata, zeppa di riempitivi, momenti morti, lungaggini sfrondabili e interludi parlati. Così capita che – per dirne uno – pezzoni come l’ottima Come to Life passino quasi inosservati perché quando ci si arriva si è già abbondantemente sfiniti. Tante canzoni sembra proprio che non abbiano idea della direzione da prendere: una su tutte il tributo post-mortem a Pop Smoke Tell the Vision, neanche due minuti di interpolazioni senza grande senso, su un giro di piano ripetuto ossessivamente ben oltre il necessario. E che dire di Remote Control? Un Frankenstein talmente traballante in ogni sua componente da rendere impossibile capire dove volesse andare a parare. Qui niente funziona, dalla melodia debolissima e a tratti irritante a quel rullantino tutto storto, passando per il fischiettio nonsense. 

Cosa ci resta, insomma, di questo Donda? Difficile dirlo così a caldo, perché come ogni disco di Kanye andrà lasciato sedimentare un po’ – se si avrà la voglia – per poterne capire più distintamente il valore. Quel che sembra chiaro da subito è che non si tratta del disco epocale che vorrebbe essere. E continuando come fa da anni a giocare solo di pre-tattica, mr. West ha finito per stancare un po’, e soprattutto per non essere più credibile quando l’ambizione è (mal)riposta così in alto, almeno a livello di intenzioni. A caldo, sembra che piuttosto che papabile disco dell’anno, Donda possa essere l’ennesima conferma che nel business Yeezy, la musica non è più – da tempo – l’elemento core.

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